S aranno gli effetti del governo tecnico, che s'occupa unicamente di conti pubblici e nuove tasse da pagare. Sarà per la crisi dei partiti, che parlano soltanto di se stessi, di alleanze, di marchingegni elettorali. Ma una grande questione politica e civile è ormai in esilio, e a nessuno importa un fico secco. Neanche quando gira in tragedia: 54 morti e un unico sopravvissuto su un gommone avvistato il 10 luglio, eppure il giorno dopo non una parola dai nostri leader fin troppo ciarlieri, un angolino in cronaca sulla stampa nazionale. Quanto poi ai vivi, agli immigrati con un contratto in regola e un permesso di soggiorno (2.089.000, secondo i calcoli dell'Istat), loro sono un popolo invisibile. Un popolo di schiavi.
Ecco infatti qualche dato. A parità di mansioni, un immigrato guadagna il 36 per cento in meno rispetto a un italiano. E la crisi economica ha peggiorato questa discriminazione. Nel periodo 2004-2007, i mutui concessi dalle banche agli immigrati rappresentavano l'8,2 per cento del totale; nel quadriennio 2008-2011 la quota è scesa al 4,5. Nel frattempo gli consentiamo solo i lavori più umili e precari. Li costringiamo a vivere in tuguri pagati a caro prezzo, sicché il 34 per cento versa in condizioni di disagio abitativo, contro il 14 degli italiani. Quando va bene, perché gli stranieri formano inoltre la netta maggioranza (67 per cento) dei senzatetto. Temiamo che ci facciano del male, ma più di frequente siamo noi stessi ad aggredirli (ogni 25 ore uno straniero subisce un atto di violenza).
E C'È INFINE una discriminazione normativa, oltre che sociale. Corre sulle montagne russe della burocrazia: a un cittadino bastano 30 giorni per rinnovare il passaporto, a uno straniero ne servono 291 per rinnovare il permesso di soggiorno. Viaggia sui vagoni piombati usciti dall'officina del diritto, a partire dalla legge Bossi-Fini, che gli ha reso la vita assai più dura. Arranca sul reato di clandestinità, introdotto da Maroni e benedetto poi dalla Consulta (sentenza n. 250 del 2010): in sintesi, se perdi il lavoro perdi anche il permesso di soggiorno, e a quel punto diventi tecnicamente un delinquente.
Ma il punto di crisi più profondo sulla condizione degli immigrati è la libertà di partecipare alla nostra vita pubblica, di condizionare la politica, d'esprimere una scelta elettorale. No taxation without representation, senza rappresentanza niente tasse, recita l'antico motto dei coloni americani. Invece una riforma costituzionale del 2000 ha elargito il diritto di voto agli italiani residenti all'estero (anche se in Italia non ci hanno mai messo piede, anche se non pagano un euro di tasse), mentre nessuna riforma lo ha mai garantito agli stranieri residenti qui da molti anni. Insomma i nostri fratelli separati votano ma non pagano dazio, gli immigrati pagano e non votano. Nemmeno alle elezioni amministrative, dove si decidono le sorti delle città in cui loro vivono, studiano, lavorano. Significa che il 5,3 per cento della popolazione residente è condannata all'astensione dal voto.
L'UNICO MODO per uscire dal ghetto è diventare cittadini, ma anche questa è una via tutta in salita. La legge n. 91 del 1992 si basa sullo ius sanguinis (è cittadino chi sia figlio di almeno un genitore italiano), anziché sullo ius soli, come negli Usa (è cittadino chi nasca nel territorio dello Stato). Dunque i figli degli immigrati nati in Italia, che frequentano una scuola italiana, che magari parlano dialetto siciliano o romanesco, rimangono stranieri in patria. Potranno chiedere la cittadinanza più avanti nel tempo, quando diventeranno grandicelli; ma non è un diritto, è piuttosto una graziosa concessione delle autorità amministrative. E per ottenerla servono 10 anni di residenza ininterrotta nel nostro Paese, che nella pratica diventano almeno 13 anni.
Ecco, mettiamoci una pezza. Facciamolo per Balotelli, italiano con la pelle nera che ci ha fatto guadagnare una finale. Facciamolo per curare le nostre pulsioni schizofreniche: chiediamo l'unione politica all'Europa, la rifiutiamo in Italia. O almeno facciamolo per correggere lo spread: quello sui diritti civili.