«Chi, se potesse, non vorrebbe vivere tanto da vedere che cosa viene alla luce a Sibari». Norman Douglas, il viaggiatore inglese che ha scritto memorabili pagine sull'Italia, rimase ammaliato dalle bellezze di Sibari. Nel 1932 fu la volta di Umberto Zanotti Bianco che, sorvegliato speciale del regime fascista, decise di sfuggire ai suoi aguzzini, andando a scavare la Sibari magno greca.
Oggi Sibari, provincia di Cosenza, comune di Cassano allo Ionio, rischia di scomparire per sempre.
Da giorni, le forti piogge e lo straripamento del fiume Crati hanno sommerso il parco archeologico, tra i più importanti della Magna Graecia.
Duecentomila metri cubi d'acqua ricoprono ancora l'intera area di 500 ettari. A ritmo incessante, le idrovore assorbono 18 mila metri cubi d'acqua al minuto, scandendo la pressoché irreparabile perdita di un inestimabile patrimonio dell'umanità.
Più che la Pompei dei recenti crolli sembra piuttosto di rivivere la Firenze del '66, invasa dall'Arno. Acqua e fango hanno inghiottito tutto, il Parco del Cavallo, quello Strombi o dei Tori, Casa Bianca, l'area di Oasi, le fontane monumentali, il teatro di cui rimaneva la parte semicircolare dell'orchestra ed alcuni ordini della cavea, l'impianto termale del I secolo d. C. Travolti da acqua e fango anche le tabernae, le sontuose domus con i pavimenti marmorei, i preziosi mosaici. Vanificati venticinque secoli di storia e quasi cento anni di ricerche e studi.
Gli scavi di Sibari rivestono un' importanza fondamentale nella ricostruzione degli insediamenti greco romani. Sibari, anzi Sybaris, potente e opulente polis, è stata protagonista dell'epopea magnogreca.
Fondata dagli Achei nel 720 a. C. estendeva la sua potenza dallo Ionio al Tirreno, battendo moneta. Ancora oggi nel vocabolario della lingua italiana 'sibarita' segnala raffinatezza, lusso, comodità. Sibari raccoglie e rappresenta l'intera cultura classica.
La specificità di Sibari risiede nell'unica sovrapposizione di tre distinte città e di altrettante mirabili civiltà. Oltre alla Sybaris arcaica, Thourioi, polis ricostruita dagli ateniesi nel V secolo (il periodo dello splendore ateniese, il secolo di Pericle) fino all'urbe romana Copia. Uno straordinario viaggio nel tempo. Dai ritrovamenti protostorici al periodo precoloniale e coloniale fino a quello classico, ellenistico, romano e brettio.
Ma la perdita delle preziose testimonianze non ha solo a che fare con la pur eccezionale pioggia. Accanto a lavori che, anche di recente, hanno modificato l'alveo del fiume straripato, le cause sono da individuarsi in decenni di continua mala gestio, indifferenza e noncuranza del patrimonio archeologico, dell'ambiente e del territorio sibaritide, come ricorda Salvatore Settis, capofila di una petizione del "Quotidiano della Calabria" sul dramma di Sibari e diretta al Presidente della Repubblica.
Mentre in nome del turismo si vagheggiava la costruzione a Sibari del quarto aeroporto calabrese con 30 milioni di euro dei fondi Por (gli altri scali sono in perdita, solo Lamezia Terme mantiene con difficoltà rotte e passeggeri), la Soprintendente Silvana Luppino nel 2010 affermava: «Si rischia sempre l'inondazione dell'area dove ci sono gli scavi. La prima cosa che chiediamo è la manutenzione dei canali di bonifica perché questa situazione provoca rischi imminenti».
Una manutenzione ordinaria ancor più necessaria a causa della 'subsidenza', un lento abbassamento del terreno, che avrebbe richiesto il drenaggio dell'acqua.
Negli anni Sessanta su 'Il Tempo', Carlo Belli ingaggiò una battaglia sulla valorizzazione archeologica di Sibari, scongiurandone l'industrializzazione farlocca. Profetico l'atto di accusa di Belli sulla rivista 'Magna Graecia': «Domani diranno: peccato, Sibari per sempre addio!». Era il 1968.