L'Aquila, terremotati per sempre

Il piano di ricostruzione è fermo. La città abruzzese è abbandonata. I soldi per farla tornare a vivere sono finiti. E come se non bastasse, sono tornate le scosse. Viaggio in un territorio martoriato

Basterebbe andare a vedere. Basterebbe camminare per le vie del centro storico dell'Aquila, di Onna, di San Gegorio, di Paganica, di ciò che resta di Tempèra, per misurare le bugie di quanti raccontano che "L'Aquila è stata ricostruita", che "l'obiettivo è stato raggiunto". La verità è che nella città più martoriata dell'Abruzzo e nelle frazioni, tutto è imbalsamato, puntellato, tenuto su da pesanti travi di legno su cui scolorano i nomi incisi dei gruppi dei Vigili del Fuoco che le costruirono.

"Non ci sono i soldi". Il Piano di Ricostruzione dell'Aquila e delle frazioni già approvato, a quasi quattro anni dal terremoto è per lo più fermo. "Sono finiti i due miliardi stanziati - spiega Pietro Di Stefano, assessore del comune dell'Aquila alla Ricostruzione - e adesso si naviga a vista. Manca un afflusso costante di denaro e bisogna contrattare anno per anno con il Governo. Adesso, ad esempio, una delibera del Cipe del dicembre scorso ha sbloccato 150 milioni, un residuo di contabilità che non ci era stato assegnato dal Commissario, soldi che sono stati già impegnati. Siamo in attesa di altri 660 milioni ma tutto è sempre molto precario". A mancare, infatti, è un piano strutturato di finanziamento che invece si ridefinisce anno per anno: "queste procedure non aiutano la programmazione degli interventi. Per il sisma in Emilia - prosegue - è stata decisa un'accisa in modo da reperire subito i fondi per le popolazioni, vorrei capire per quale motivo nel 2009 si decise che per un territorio come il nostro, così pesantemente colpito dal terremoto, interventi straordinari di quel tipo non erano necessari. Il risultato è una contrattazione sui fondi che snerva qualsiasi ampio respiro di ricostruzione".

Ci si prepara alle tende. E come se non bastasse sono tornate le scosse, lo sciame ha ricominciato lo scorso sabato 16 febbraio. La terra ha tremato cinque volte in una notte, la scossa più forte alle due, mentre in molti dormivano, 3.7 Richter. Poi altre quattro. In tutto undici in poco meno di 48 ore. Il sindaco dell'Aquila, Massimo Cialente, ha invitato i cittadini "ad agire secondo coscienza, con la consapevolezza che il Comune è pronto a garantire riparo con strutture adeguate e personale preparato". E ha spiegato di aver allestito tre tende riscaldate per quanti volessero passare la notte fuori da casa ma senza patire il freddo. L'impressione è che l'emergenza non sia mai davvero finita. Che sia stata solo un annuncio, un po' come quando dalla portaerei Bush dichiarò vinta la guerra contro Saddam, la realtà successiva avrebbe raccontato attentati e morti per anni.

"In classe in 10 fumano 'roba'". A sottolineare come all'Aquila l'emergenza non sia terminata, soprattutto a livello sociale, sono anche gli studi di medicina sul disagio psichico, con frequenti trattamenti sanitari obbligatori e la diffusione degli stupefacenti pesanti e leggeri. "La droga all'Aquila c'è sempre stata, racconta uno studente di uno dei licei della città che chiede di restare anonimo, ma dopo il terremoto la loro diffusione è aumentata vertiginosamente. A scuola gira anche cocaina. Una volta, prosegue,  a un nostro compagno si ruppe una bustina di droga nello zaino. Se vuoi drogarti sai dove andare. Solo nella mia classe - aggiunge dopo un attimo di silenzio - almeno dieci persone fumano "roba" e in tutto siamo poco più di venti alunni".

Scuole precarie. E proprio nel centro dell'Aquila c'era uno dei licei principali della città, dentro lo stabile di Palazzo Quinzi, oggi completamente inagibile. "Era stato ristrutturato pochi anni prima del terremoto - spiega Liliana Farello, 19 anni, una studentessa universitaria, fino all'anno scorso al liceo Cotugno, che la sera mi accompagna a vedere la sua vecchia scuola - durante il terremoto sono crollate anche le scale: avrebbe potuto ospitare poche centinaia di persone ma dentro eravamo più di mille". E le vie di fuga: una stradina larga meno di una transenna, via Antinori, stretta tra la scuola e un altro edificio, anch'esso puntellato. Poco distante, davanti la chiesa di Santa Margherita, una fontana perfettamente ristrutturata svetta in mezzo al nulla, tra puntellamenti e travi che sorreggono palazzi vuoti. Su tutto regna un silenzio spettrale che di sera diventa un'assenza di vita opprimente. Interrotta in lontananza dal motore delle camionette dei militari che con il riscaldamento acceso, si proteggono dal freddo. Anche loro sono ancora lì. E gli istituti scolastici adesso sono stati trasferiti nei moduli provvisori, i cosiddetti Musp.

Margherita Sevi Nardecchia, cittadina onnese e insegnante che della scuola elementare De Amicis conosceva anche le pietre, racconta: "viviamo in una situazione di estrema precarietà. Da noi, ad esempio, mancano ancora le mense. Ce ne sta solo una e siamo costretti a fare i turni. Altre classi invece, non mettono proprio piede nella mensa: la bidella si affaccia sull'uscio della classe, riempie le scodelle, e le maestre le portano ai banchi agli alunni". E anche alla De Amicis, palazzo storico del 1400, erano stati fatti lavori di ristrutturazione poco prima del terremoto. Adesso è puntellata e vuota.

La vita nel Progetto Case. E mentre la ricostruzione è ferma, la vita continua a svolgersi nei Moduli Abitativi Provvisori (i Map, le casette in legno) o negli appartamenti del Progetto CASE, casermoni nati in mezzo al nulla, tirati su in fretta dall'allora governo Berlusconi, che a vederli di notte sembrano più alveari che non abitazioni. "Siamo passati da una casa di quattro piani - spiega Anna Ferrara, 17 anni, di Bazzano - a un appartamento di circa 60 metri quadrati, dove viviamo in quattro. E ancora non conosciamo il destino della nostra casa lesionata dal terremoto: è stata classificata come "C" - con danni alle mura ma non alla struttura portante - ma accanto ha due appartamenti che dovrebbero essere abbattuti, finché non si capirà cosa fare delle case più lesionate, non sapremo come andrà a finire per la nostra ". A poco meno di cento metri dalle finestre del Progetto Case di Bazzano - il primo ad essere inaugurato dall'allora premier Berlusconi - c'è lo scheletro di un enorme cavalcavia di una superstrada in costruzione.

"Qui mancano i servizi - prosegue Anna - non c'è un negozio, gli autobus per andare a scuola passano di rado e per comprare il biglietto alla tabaccheria più vicina è necessario costeggiare a piedi la superstrada, con il rischio di essere investiti. Se poi si rompe qualcosa a casa, i tempi per la manutenzione sono lunghi. Noi di solito chiediamo a Ciro, ex capocantiere del progetto CASE che provvede a tutto, anche se in realtà c'è una cooperativa preposta alla manutenzione". E le segnalazioni più frequenti riguardano infiltrazioni, tubi ghiacciati, disfunzioni nei riscaldamenti.

E lo stesso accade nelle casette di Onna: "In teoria - spiega Marzia Masiello, cittadina onnese - ci sarebbe la Manutencoop, nella pratica ci siamo organizzati e cerchiamo di aiutarci da soli". Il dramma delle frazioni. Onna di sera è silenziosa e pesante di nulla: le casette ordinate, poche persone in giro, un centro prefabbricato polifunzionale con una foresteria, poco distante le rovine del paese. A parte le macerie che sono state rimosse, tutto è fermo al 6 aprile 2009. Palazzi sventrati, scale d'ingresso che si interrompono sul fossato delle fondamenta.

"A Onna i lavori per la ricostruzione non sono mai partiti - spiega Guido De Felice, consigliere del direttivo di Onna Onlus - la stima dei finanziamenti necessari per la cittadina è di 76 milioni di euro: 72 per le abitazioni e 4 milioni per le infrastrutture. Ma il dramma dei piccoli centri come Onna, Roio, Tempera e altri - prosegue - sta nella norma che prevede la possibilità di vendere al comune la propria casa, riacquistandola - a spese del comune - altrove in Italia. Una norma che rischia di spopolare le frazioni minori". "Una disposizione gravissima - spiega ancora l'assessore del comune dell'Aquila, Di Stefano -: si sta finanziando l'allontanamento dal territorio aquilano, una possibilità che gli Emiliani si sono ben guardati dal prevedere".

E' crisi occupazionale. E finché non partirà la ricostruzione, resteranno al palo anche le tante maestranze artigiane presenti sul territorio, che sempre di più stanno patendo la crisi. "Le ditte di costruzioni che si sono precipitate all'Aquila dopo il terremoto - spiega Gianfranco Busilacchio, onnese e artigiano con una ditta di impiantistica - per lo più hanno portato le loro maestranze, senza utilizzare manodopera locale. Chi invece ha lavorato a quel poco di ricostruzione che si è mossa, viene pagato con il contagocce, in parallelo con i fondi pubblici erogati. Molte aziende stanno fallendo". Le nuove generazioni. E a fronte di una ricostruzione ormai impantanata da procedure farraginose e fondi che mancano, il rischio è che le nuove generazioni, quelle che hanno iniziato a vivere L'Aquila ormai terremotata, non ne reclamino più la rinascita. "Dal terremoto sono ormai passati quattro anni - spiega Margherita - i bambini che nel 2009 frequentavano la prima o la seconda elementare, ricorderanno sempre questa città puntellata e distrutta perché sono "nati" in questo contesto. La cosa che temiamo più di tutti è che la nostra generazione a un certo punto si stanchi di combattere per riavere la città com'era prima e che i giovani decidano di andarsene senza lottare: quando nasci in un contesto, alla fine ti abitui a tutto".

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