E' lunedì 15 aprile alle ore 21 la presentazione a Napoli del nuovo libro di Roberto Saviano, 'ZeroZerozero'. L'incontro è presso la libreria Feltrinelli Librerie Via San Tomaso d'Aquino 70 (piazzale esterno): oltre all'autore, partecipano la giornalista Conchita Sannino e Adriano Sofri. E' la prima volta che Saviano torna a Napoli, dopo molti anni seguiti alla pubblicazione di 'Gomorra'. Un evento che lo scrittore ha voluto fortemente ma che gli ha provocato emozioni e riflessioni condivise con i lettori dell'Espresso.
Mi guardo allo specchio. Mi guardo e ogni volta penso cosa ne sarebbe dell'altro me se fosse rimasto a Napoli. Penso a cosa sarebbe accaduto se non avessi fatto lo scrittore. Se fossi riuscito ad esser più prudente, meno ambizioso, più nascosto. Se fossi arrivato a molte persone ma non a così tante. Forse ora vivrei a Napoli. Avrei una casa ai Quartieri Spagnoli, frequenterei quei pochi colleghi di università che sono rimasti, conoscerei quei matti che dal Nord o dall'estero decidono di stabilirsi a Napoli diventando l'immagine stessa delle felicità. Ne conoscevo un po' di emigrati al contrario, tedeschi, americani, danesi, e poi bergamaschi, milanesi. Scelgono di vivere a Napoli, non riescono a farne a meno. Perché è talmente tanta la luce che Napoli è in grado di portare nella tua vita che la metamorfosi è evidente. E a questa metamorfosi non vogliono rinunciare. Così come è evidente la metamorfosi in chi è costretto a lasciarla. Il freddo non è mai gelido e le giornate di pioggia non sono mai totalmente cupe. E ora? E ora che almeno per un po' di ore ci tornerò, cosa aspettarmi da Napoli? Mi manca.
È incredibile come questa città nel tempo possa generare odi profondi, un senso di sfiducia, di disprezzo, eppure mancarti. È incredibile come tutto questo fastidio che diventa quasi fisico, come questa ingratitudine, non siano riusciti a mutare la sua bellezza e la voglia di tornare da lei. Di riabbracciarla. È come una compagna che ti ha infinitamente tradito, che continua a deluderti, che nonostante tu continui ad amarla ti odia, ma della quale non puoi non riconoscere la bellezza, le qualità umane, la tragica verità. Nonostante lei ti odi, tu ancora vedi tutto quanto ti ha dato quando siete stati felici, ancora riconosci quello che ti ha fatto innamorare di lei.
Riesci a vedere quanto sia stata necessaria per la tua vita. Le meraviglie del cibo, il golfo dolce, il più bello del mondo. Il golfo che Ernst Jünger, quando andò a studiare a Napoli, descriveva come una padella in cui friggeva la vita. La frittura che schizza, che salta, che nei vicoli ti impregna ovunque tu sia, qualunque cosa tu stia facendo, a qualunque ora della giornata. La frittura che si brucia, che puzza, che annerisce. Metafora di una città ricca di palazzi preziosi, anneriti dai gas di scarico delle auto, vissuti come cemento qualsiasi e invece tesori seicenteschi. Appare come orrendo spreco eppure è un territorio che si è salvato dalla museizzazione del quotidiano.
Quando mi si chiede di descrivere Napoli non trovo risposta. Ho decaloghi però delle parole che userei per Napoli: Ferito a morte, La pelle, Nel corpo di Napoli, Il mare non bagna Napoli. La mappa dell'anima senza tregua di questa città è in queste pagine. L'ho scovata in queste pagine. È il pesce a Marechiaro, sono le tele di Micco Spadaro. Sono le sette opere di Misericordia di Caravaggio. È Ribera. La pizza dei Tribunali, le sfogliatelle della Stazione. La Venere Callipigia, Capodimonte, la stupenda reggia. Adesso, negli immensi prati verso Miano, dove i napoletani arrivano di rado preferendo quelli più vicini di Porta Piccola e Porta Grande, indiani, cingalesi, senegalesi giocano a calcio e a cricket. Persone di ogni nazionalità nelle giornate di festa, quando c'è il sole, rendono Napoli quello che è sempre stata, una città aperta, porosa, come piace dire agli artisti, un porto in cui tutti sono accolti.
Passare poi per almeno due volte dinanzi ai re di marmo sotto la Reggia a piazza Plebiscito, ricordarne i nomi, immaginarne le abitudini. Arrivare al Castel dell'Ovo. Affacciarsi dalla sua terrazza e respirare forte tutta la brezza che i tuoi polmoni possono contenere. Attraversare poi la città, salire la scalinata che dai Quartieri porta a San Martino e da lì alle mura di Castel Sant'Elmo dove il vento sembra più vento. Dove aspetti che faccia buio per vedere la ferita di Napoli: per vedere Spaccanapoli illuminata. Una spada nel petto. Da lì Napoli sembra un plastico e tu ti senti un sovrano per quanto straccione. Da lì sembra che tutto ti appartenga. Da lì sembra che tu possa fare realmente qualcosa. Da lì sembra che niente sia lontano, niente impossibile. Forse tutto si basa su questo equivoco, l'idea di poter cambiare la città, di migliorarla. Pensare di poter mutare il corso delle cose. Tutto da quell'altezza è piccolo, anche i problemi, le piaghe, tutto appare risolvibile: un sogno. Ecco, appare come un sogno, quello di poter agire sulla realtà e di poterlo fare subito, senza aspettare. Ma non è così, e tutti prima o poi ci sbattono la testa. Bisogna andarci piano. Ma è talmente imperativo il disagio, che la lungimiranza - percepita come lentezza - e la concretezza, sembrano concessioni al malaffare e quindi si preferisce sognare e non fare, piuttosto che evitare di sognare e cominciare a fare, seppure lentamente. E ottenere risultati dopo anni, ma duraturi.Ecco, Napoli è questo, l'esaltazione del tutto e subito, che poi diventa un nulla terribile da guardare. Un abisso che ti risucchia. Ma ora, tutto questo, al solo pensiero del mio ritorno non esiste più. È come cancellato. Penso solo a quello che mi è stato tolto con la mia lontananza. E penso a quello che ho avuto: la possibilità di raccontare questa città, di partire dalle sue ombre, ché se non avessi avuto la luce, la sua luce e le sue inesauribili energie, quelle ombre non avrei nemmeno potuto vederle né, tantomeno, raccontarle.
Il ritorno a Napoli mi mette paura per le emozioni. Riuscirò a privarmi di nuovo di un territorio che vorrei vivere in libertà? Dall'altro lato, mi aspetto le solite insopportabili critiche. «Speculatore». «Ti sei arricchito sulle disgrazie della tua città». «Furbo, furbetto, furbone». «Hai detto il noto, hai venduto l'invenzione dell'acqua calda». «Ti sei appropriato del lavoro di tutti noi». Accuse che vengono rivolte spesso, anzi sempre, a chiunque venga letto, ascoltato, seguito oltre una misura che, superata, lo fa considerare speciale, diverso. Speciale, non migliore. Napoli non sopporta che si esca dalla sua ombra, dalle consuetudini, dei suoi mondi, dalla logica dei suoi giri d'artisti, di cronisti, di politici. O sei lì nel sudario delle dinamiche locali. O se le superi ne sei rigettato. Rifiutato. E questo rifiuto lo tengo stretto, è il mio scalpo: mi ha impedito di essere imprigionato nel provincialismo che troppo spesso ammorba questa città. Napoli, la stessa che colpì a tal punto Goethe, che quando la vide, Roma al confronto gli sembrò un museo vecchio e abbandonato. Ecco, questa stessa Napoli piena di vita e contraddizioni, non permette che ne si raccontino i mali, se non negli spazi personalissimi e privati.
Lamentarsi e mai discutere, mai affrontare quel che non funziona. Mai farlo considerando Napoli un sistema. La critica di Napoli è riservata ai napoletani. Ma guai se un napoletano che racconta i guai della sua terra venga ascoltato. È come se rubasse tutte le critiche altrui e ne ricavasse maggior energia, come se si appropriasse di un dolore in cui tutti vogliono risiedere, ma che solo lui sembra ai loro occhi poter rivendicare. Tutti gli intellettuali i politici gli artisti i militanti passano le giornate a criticare Napoli ma a non sopportare quando la voce di qualcuno su Napoli sia ascoltata perché di colpo è come se tutti sentissero la colpa. Come se quella critica che supera il silenzio sentenziasse per sempre la loro inanità, la loro debolezza. Un coro di voci uguali può analizzare la città. Se la voce diventa individuale la si isola e la si rifiuta e dileggia: cosa vuoi insegnarci, sembrano dire, sento dentro di loro insinuarsi il senso di incapacità. Non siamo noi incapaci di cambiare è questa terra che non può cambiare.«Quando Napoli era una delle più illustri capitali d'Europa, una delle più grandi città del mondo, v'era di tutto a Napoli: v'era Londra, Parigi, Madrid, Vienna, v'era tutta l'Europa. Ora che è decaduta, a Napoli non c'è rimasta che Napoli. Che cosa sperate di trovare a Londra, a Parigi, a Vienna? Vi troverete Napoli. È il destino dell'Europa di diventare Napoli. Se rimarrete un po' di tempo in Europa, diverrete anche voi napoletani». È con queste parole che Curzio Malaparte spiega Napoli in "La pelle".
A volte capita che avvenga qualcosa che faccia biforcare l'esistenza, un percorso. Il più delle vote si tratta di un trauma, di un dramma, qualcosa che fa mutare la tua vita, per sempre. E ti resta dentro una sensazione comune nelle persone che hanno avuto, per esempio, un incidente stradale. Per mesi se non per anni, si ripensa a quel giorno. A cosa sarebbe accaduto se non si fosse presa l'auto, se per un contrattempo tutto fosse stato ritardato. Se si fosse presa una strada diversa e ci fosse stato, magari, un semaforo in più. Questi "se" sono ipotesti per provare a dare razionalità all'irrazionalità del caso. E invece per qualche secondo, per puro caso. Bum, tutto cambia per sempre. Per quanto riguarda me, posso dire di sentirmi più fortunato, non ho avuto alcun incidente ma allo stesso tempo sento che quello che ho fatto mi ha drammaticamente mutato l'esistenza. Che non ho pensato sino in fondo a cosa stessi facendo. Ed è per questo, da quando sono andato via, che Napoli mi è rimasta nella testa. Come il giorno dell'incidente, rivivo quei minuti come fossero un sogno. A volte mi sveglio in un'altra vita e sono felice. Sorrido. Sorrido pensando alla vita che avevo e che ho perso, alla casa ai Quartieri, alle ciambelle fritte ricoperte di zucchero. Poi capisco che la mia vita è un'altra. Allora fingo di dormire ancora. Sono solo e provo a imbrigliare me stesso. Cosa avrei fatto, dove avrei vissuto, cosa avrei cucinato, per quante volte avrei barato. Baravo sempre, quando invitavo qualcuno a pranzo. Compravo dal macellaio sotto casa una vaschetta di soffritto (una prelibatezza: zuppa di interiora con passata di pomodoro, concentrato di pomodoro e tanto peperoncino) e quando invitavo qualche amico del Nord a pranzo condivo la pasta con quel sugo, fingendo di averlo tirato io. Funzionava sempre.
E forse è vero il mito del principe di Sangro come la racconta Giuseppe Montesano. Nel corpo di Napoli ci sarebbe una fiamma, una fiamma perpetua, alimentata dalla forza della gente, dalle energie delle persone, da qui la presunta pigrizia. La pigrizia che non è pigrizia vera, ma pigrizia apparente perché in realtà tutte le forze sono lì ad alimentare la città. L'immagine di una fiamma che venga alimentata dalle energie di tutti i napoletani spiega con questa alchemica leggenda l'ostinata nostalgia per questa terra, l'amore per un luogo di bellezza rara e disperata, un amore che si alimenta di molti amori e che non riesce a interrompersi ma solo ad aumentare questa fiamma. Più si ama più sembra impossibile far nulla per cambiare le cose. Ho provato a vivere in Germania, in Svezia, negli Stati Uniti, altrove le persone lavorano molto meno di un meridionale solo perché la loro vita è più organizzata, i loro tempi sono gestiti in maniera diversa e quindi la loro efficienza appare maggiore. L'impegno, la fatica, al Sud è incredibile perché incredibili sono le difficoltà. A Napoli non ci sono posizioni mediane. Napoli è così terra di forze contrapposte, perché è la città dove il bene è tutto il bene possibile e il male è tutto il male possibile. E poi questa maledettissima camorra, che tutto infetta e che sembra non esser mai sconfitta. La politica marcia. Non tutta. Ma che sembra rendere marcio chiunque le si avvicini. E la fiducia nelle parole. Quella che ancora mi salva. Salva me da me stesso.
Tornerò a Napoli. Quanto odio mi accoglierà? O indifferenza per l'ennesimo figliol prodigo divenuto forse troppo famoso? Mi abbracceranno come ha fatto una persona dinanzi al Tribunale - unico spazio frequentato ormai - o ad accogliermi sarà l'urlo che mi colse fuori alla Caserma Pastrengo anni fa: «Dante Alighieri 'ra munnezz' hai finit' 'e scriver' strunzat'?». Bello è girare il mondo, mi hanno insegnato, ma mai quanto tornare a casa aggiungo io. Chissà se sarà tornare a casa.