Vengono da Marocco, Cina, Filippine e Romania. Sono i compagni di corso di molti bambini italiani, in classi sempre più multietniche. Dove imparano, tutti insieme, lezioni di vita preziose

Owais, Sokna, Faraz, Khurram, Shoaib, Amna. E ancora: Umar, Meesum, Kene, Salim. Sono i nomi che riecheggiano nelle classi della primaria di Verdellino, provincia di Bergamo. Sono sempre di più gli alunni stranieri in Italia: 9 su cento, dice il ministero dell'Istruzione, nella scuola dell'obbligo. In certe zone vuol dire avere classi con soltanto uno o due italiani. Accade in via Ravenna a Milano, zona Corvetto, o a Zingonia, incrocio di comuni ad altissima immigrazione nel bergamasco. Corridoi con maschere africane, classi variopinte che sembrano il set di una pubblicità di Benetton, un tripudio di accenti, veli, copricapi a cipolla, occhi a mandorla e treccine. Lingua franca l'italiano, per capirsi e per studiare, per fare sport e per giocare. Qui tutti sono uguali, e non perché c'è scritto nel piano dell'offerta formativa.

Sono nati qui, oppure arrivano a nove anni, disorientati; sono già andati a scuola nel loro paese o è la prima volta che entrano in classe, hanno genitori laureati o analfabeti anche nella lingua d'origine. In zona Corvetto, scuola Fabio Filzi, dove la parola "segreteria" è scritta in otto lingue, negli ultimi anni i bambini italiani sono sempre tre su venti. Gli altri vengono da Marocco, Romania, Egitto, Filippine e Cina: il consolato cinese si è trasferito in zona.

Tanto Marocco, Senegal e Pakistan, invece, a Zingonia, crocevia di comuni nato a tavolino negli anni Sessanta in un'area fortemente industrializzata e diventato polo di attrazione per l'immigrazione, all'inizio dal Sud e poi dall'estero. Qui la cultura dell'integrazione ha radici lontane. La maestra Emanuela Bosco, con i suoi trent'anni di esperienza, ricorda ancora i bambini che arrivavano in classe con una chiave appesa al collo: «Erano immigrati dal Sud. I genitori lavoravano in fabbrica e loro dovevano tornare a casa a cucinare per la sera».

Poi è arrivata l'ondata dall'estero: oggi sono oltre venti le nazionalità rappresentate. Vengono da Albania, Costa d'Avorio, India, Tunisia, Perù, Romania i bambini che riempiono le aule di Zingonia e Verdellino, fino al 75 per cento nella scuola dell'infanzia e poco meno alla primaria. In una sezione della materna c'è solo una bambina italiana. Una realtà che Marco Amendola, maestro, collaboratore vicario al comprensivo di Verdellino, commenta così: «Fuori di qui, quando sentono certe percentuali si spaventano. Quando sono stato assegnato a questa scuola, fresco di studi di psicologia, i colleghi mi trattavano come fossi stato mandato al fronte. Ma è proprio al fronte che si impara di più».

A diventare maestri di flessibilità, a preparare programmi su misura. A usare linguaggi espressivi lasciando da parte carta e penna, perché nella scuola multiculturale bisogna mettere in gioco metodologie didattiche nuove. Amendola le ha scoperte quando, catapultato a Zingonia, si è trovato in un'aula con cinque bambini pakistani di varie età, la più piccola direttamente in braccio. Senza esperienza né strumenti, si è messo a disegnare. «Ora ho materiali ad hoc e con i più grandi usiamo la lavagna interattiva o il computer, facciamo perfino viaggi virtuali nel paese d'origine con Google Earth. Mi sono evoluto insieme a loro».

Nemmeno Emanuela Bosco si fa mai trovare sprovvista di oggetti e immagini per comunicare. Nonostante l'esperienza trentennale, ha appena seguito un seminario di Camillo Bortolato, che ha ideato un metodo per insegnare la matematica particolarmente intuitivo e immediato. Spesso però l'esperienza si fa sul campo. Sono pochissimi quelli che sono riusciti a frequentare corsi ad hoc come il Ditals, attestato per insegnare agli stranieri rilasciato dall'Università di Siena, oppure Alis, progetto di apprendimento della lingua italiana per allievi stranieri.

Dove la scuola è un caleidoscopio la didattica è fatta di laboratori, di attività di gruppo, "cooperative learning": si apprende facendo. Utile tutto quello che mette in gioco linguaggi diversi: canto, gioco, teatro, motricità, disegno. Non per niente la biblioteca di Verdellino abbonda di titoli Erickson eloquenti: "Organizzare i gruppi cooperativi", "Laboratorio creativo con la carta", "Laboratorio Euro". Anche i sistemi informatici sono di grande aiuto: Dominique, quinta elementare, arrivato dal Senegal, si è rivelato bravissimo in matematica grazie al traduttore simultaneo che gli permetteva di affrontare i problemi direttamente in francese.

Spiega Chiara Ghezzi, responsabile dello sportello stranieri che ha sede nella scuola di Verdellino (sportellostranieri.bergamo.it): «A volte si pensa che i bambini abbiano disturbi dell'apprendimento o ritardi, invece hanno solo bisogno di più tempo per assimilare la nuova lingua. Un tempo che può variare dai tre ai sette anni. È per questo che, sull'esempio di un progetto che ha funzionato a Borgo di Terzo, sta nascendo un servizio di consulenza per arginare l'eccesso di segnalazioni alle neuropsichiatrie infantili: si è visto che le richieste per valutare disturbi dell'apprendimento sono il doppio quando si tratta di bambini stranieri, ma spesso si tratta di valutazioni sbagliate».

Marinella Villa è vicaria alla primaria di via Ravenna a Milano. «Quando un bambino straniero arriva a scuola viene effettuato un test d'ingresso per capire in quale classe inserirlo», spiega: «Usiamo materiali ad hoc messi a punto, ad esempio, dalla rete milanese Start, Strutture di accoglienza in rete per l'integrazione (ismu.org/start/): protocolli d'accoglienza, progetti di laboratori. Erano previste anche prove di comprensione in lingua madre: arabo, rumeno, cinese, tagalog (la lingua delle Filippine). Poi però sono finiti i fondi».

In questo fermento di programmi mirati all'integrazione, la nota dolente è appunto la mancanza di fondi. Se tutt'Italia si lamenta per i tagli alle risorse e alle compresenze delle maestre, qui più che altrove questo significa rinunciare ad aiuti indispensabili. «Quest'anno abbiamo una "facilitatrice", l'insegnante dedicata agli stranieri, soltanto per i nuovi arrivati. Dobbiamo accontentarci di una manciata di ore», racconta Villa: «Quanto basta cioè perché il bambino impari a dirci che ha mal di pancia o che ha bisogno di andare in bagno. Fino a qualche anno fa invece, oltre alla prima alfabetizzazione potevamo permetterci di seguire gruppi per potenziare la lingua italiana».

Anche a Zingonia le ore per portare fuori dalle classi i bambini che hanno bisogno di imparare o migliorare l'italiano sono sempre meno. In passato Emanuela Bosco ha potuto dedicare tutto il suo orario a gruppi di alfabetizzazione, ora può staccarsi dalla sua classe solo quattro ore la settimana. «A questo si aggiunga qualche pacchetto di dieci o venti ore ottenute grazie ai fondi regionali per le aree a forte flusso migratorio», interviene Imerio Chiappa, dirigente di Verdellino: «Un primo supporto a chi scende dall'aereo e passa da noi prima ancora di andare in Questura».

Per supplire si fa rete: tra servizi sociali, comune, banca ore tra mamme, con la laureata pakistana che dà ripetizione di matematica. «Quando ci sono venti stranieri non abbiamo un problema culturale, ma gestionale», sottolinea Amendola: «Noi sappiamo bene come muoverci, ma il costo è innegabile».

Finiti i soldi anche per la mediazione, almeno nel bergamasco. Se a Milano, infatti, basta chiedere di che lingua si ha bisogno con un paio di settimane in anticipo, a Zingonia il mediatore non c'è più per nessuno.

E allora ci si arrangia come si può. C'è chi viene accompagnato alla consegna delle pagelle da uno zio, oppure è il fratello maggiore, già alle medie, a fare da traduttore. Ci sono poi i corsi di italiano per mamme, organizzati dallo sportello stranieri e finanziati da fondi Cariplo. Dice Ghezzi: «Spieghiamo com'è fatta la scuola italiana e le sue prassi, come si compila un modulo, come fare l'iscrizione on-line».

A volte le difficoltà sono dovute al sovraccarico di lavoro per i bambini. «Molti dei nostri bambini arabi frequentano anche la scuola coranica il sabato e un pomeriggio la settimana», racconta Villa: «Come Omar, arrivato a cinque anni e mezzo: piccolo, grande forza di volontà e una famiglia molto esigente. I genitori mi fermavano ogni giorno per chiedermi com'era andato. Alla scuola araba gli insegnavano a scrivere da destra a sinistra, lui ricopiava gli avvisi al contrario. Era schiacciato dai troppi insegnamenti».

Quando si insegna in una scuola multietnica non si è solo maestre, ma confidenti, un po' psicologhe un po' assistenti sociali. E il carico emotivo è forte. Capita anche di affezionarsi a un ragazzino che poi sparisce nel nulla. «Perché magari il padre deve andare a cercare lavoro a Treviso, o chissà, in Belgio», racconta Bosco. Capita di fare pacchi di cibo per Natale e di autotassarsi per pagare i debiti della mensa. Mensa che oggi, a Verdellino, è frequentata solo da metà degli alunni; gli altri a casa, perché soldi, per il buono pasto, non ce ne sono.

«Spesso vivono in ambienti deprivati», racconta Bascioni, «con genitori analfabeti anche nella lingua d'origine: la maggior parte delle esperienze la fanno qui con noi». E ricorda di quando li ha portati al mare: per qualche bambino si trattava della prima volta su un treno.

«Qualcuno, quando arrivano le quattro e mezza del pomeriggio, si nasconde dietro il portone: preferirebbe non tornare a casa ma restare a scuola». Non si insegna solo a leggere e far di conto: in classe della maestra Claudia un bambino arabo non voleva saperne di ascoltarla perché, diceva, era una donna. Dopo un anno ha imparato a rispettarla.

Il coinvolgimento è l'anima dell'integrazione. Carnevale cinese in centro a Milano vestiti da dragoni, serate animate da piatti tipici, nonni e zie che portano involtini eritrei di riso e carne, strudel dalla Croazia e pastiera napoletana. Il cibo avvicina. A Verdellino c'è quella che Amendola chiama la "fiesta", in cui le lezione sono sospese e la scuola diventa un collante di aggregazione. Per capire bisogna capitare lì durante la "settimana di intercultura", che si tiene una volta l'anno: una kermesse di mamme che dipingono le mani con tatuaggi all'henné o intrecciano i capelli, pranzi etnici a base di couscous e té al ribes, laboratori di batik sgargianti, fiabe, giochi, musica e spettacoli da ogni parte del mondo.

«Scegliamo zone geografiche che non ci appartengono, che sono altro da noi, già così misti: due anni fa il tema infatti erano i nativi americani». È cominciato come un gioco (provare le scarpe del compagno) e ne è nato il dipinto ora un po' sbiadito che campeggia all'ingresso della primaria di Verdellino. Recita un proverbio degli Indiani d'America: "Prima di giudicare un uomo prova a camminare nei suoi mocassini". È continuato scoprendo come ci si saluta in tante divrese aree del mondo: con una mano sul cuore, sfregandosi il naso o sputando sulle scarpe di chi si è incontrato, perché nel deserto usare un po' di saliva significa che l'altro è più importante della tua vita.

La scuola multietnica ha un valore aggiunto, e c'è chi lo apprezza. Accade alla Morbelli di Alessandria (bambini di 17 nazioni diverse e raddoppio delle iscrizioni), o alla materna del Celio Azzurro (celioazzurro.org, nel cuore di Roma), modello di intercultura su cui un paio d'anni fa è stato girato un film che raccontava l'energia e la passione di un gruppo di maestri. Più spesso però i genitori italiani sono spaventati, tanto da fuggire dalle scuole dove la presenza di stranieri è forte. È accaduto a Torino, vicino Porta Palazzo, dove un anno gli iscritti erano solo dieci, tutti stranieri, e a Milano in via Paravia, dove nel 2011 non è partita la prima elementare: niente autorizzazione dal Ministero perché su 19 bambini gli italiani erano solo due.

Racconta Bascioni: «A dicembre, durante l'open day di presentazione della scuola, una mamma si è avvicinata per chiedermi se la presenza di così tanti stranieri penalizza la programmazione. Poi ha visto che l'anno scorso abbiamo rappresentato il "Mago di Oz" in inglese e quest'anno faremo "Il Fantasma di Canterville". A qualcuno possiamo apparire come una scuola-ghetto, ma chi entra e ci conosce si ferma».

Interviene Villa: «I bambini partono tutti uguali: sta all'insegnante creare un clima in cui si apprende bene». Cita il successo di una bambina arrivata dalle Filippine in seconda diventata la migliore della classe. E a chi teme che il figlio rimanga indietro o non sia all'altezza delle prove Invalsi, Amendola risponde come la scuola a più colori costringa a confrontarsi con la complessità, ampliando conoscenze ed esperienze. «In centro città si fa magari qualche passo in più nelle singole materie, ma si perde in creatività e capacità di sviluppo sociale. Gli obiettivi formativi prevedono un'educazione alla cittadinanza e alla convivenza che noi viviamo nei fatti ogni giorno».

La scuola vicina a piazzale Corvetto è un polo per l'autismo, il comprensorio di Verdellino ha un plesso potenziato per disabili gravi. Un caso? «La monotematicità uccide la fantasia; il mix di diversità è una risorsa per l'evoluzione personale». E in un paese in cui aumentano solo le nascite di bambini stranieri (14 ogni 100 neonati), una scuola multietnica è lo specchio della realtà in cui da adulti questi studenti vivranno.

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