La cassaforte resta chiusa, per l'Italia: anche nel 2013 abbiamo dato a Bruxelles più di quanto non siamo riusciti a spendere. E dei soldi stanziati, meno della metà sono stati usati veramente. Il resto si è perso fra ritardi, frodi e inadempienze. La fotografia di un disastro nell'ultima relazione della Corte dei Conti

Rimandata, ancora una volta. Gravemente insufficiente. Non ci sono “grandi progetti” che tengano: l'Italia non riesce a superare la sua clamorosa incapacità nell'usare i fondi europei. E continua a sprecare un'occasione fondamentale per la nostra economia: secondo l'ultima puntigliosa revisione della Corte dei Conti – pubblicata poche ore fa – anche nel 2013 abbiamo rinunciato a 5,7 miliardi di euro. Ovvero abbiamo dato al bilancio comunitario quasi sei miliardi di euro in più di quanto non siamo riusciti ad utilizzare, lasciando chiuso in cassaforte un tesoro che vale molto più del risultato previsto dal governo con la manovra economica più discussa dell'anno scorso: l'aumento dell'Iva di un punto percentuale.

Il miliardario saldo negativo di Roma è solo il primo dei punti analizzati dai giudici contabili, che nel loro lungo rapporto strigliano amministratori, burocrati e imprese per i ritardi accumulati (e mai risolti) nell'investire i fondi "made in Bruxelles".

I ritardi, soprattutto nei finanziamenti destinati allo sviluppo delle regioni del Sud, sono noti da tempo. Così noti da aver portato l'allora ministro della Coesione Fabrizio Barca a rimettere mano a tutti i programmi: rivoli e torrenti di denaro vennero riorganizzati nel 2012 in un nuovo contenitore, in teoria più agile e più efficace, anche perché riduceva drasticamente l'impegno di Roma, lasciando che a pagare i conti fosse soprattutto Bruxelles (di solito i progetti sono co-finanziati al 50 per cento). Così, dei 34 miliardi di euro disponibili oggi per il rilancio del meridione, 21 sono comunitari e solo 12 italiani. Il "new deal" voluto da Barca ha portato a dei risultati. È da qui ad esempio che è nato il “Grande Progetto Pompei”: 105 milioni di euro per salvare dalla rovina la città di Plinio il Vecchio, rimediati qua e là da interventi che stavano cadendo nel vuoto.

Ma nonostante gli sforzi (e qualche risultato positivo lo ammette anche la Corte dei Conti) le inefficienze non sono state superate. I pagamenti infatti sono fermi a 12,9 miliardi di euro: meno del 40 per cento del totale: «I progressi appaiono ancora molto limitati, con il rischio evidente che non si riescano a monetizzare tutte le risorse impegnate», scrivono i giudici: «Da ciò, la necessità di proseguire con determinato e costante impegno per cercare di recuperare i ritardi accumulati». Anche perché, ricordano i magistrati contabili, nel 2013 è scaduto il termine per proporre idee e progetti: resta tempo per saldare i conti con chi ha già investito ma i giochi per inventarsi come spendere i contributi europei sono ormai chiusi.

Spendiamo ancora poco, quindi. E spesso spendiamo pure male. «Per quanto riguarda le frodi e le irregolarità», scrive la Corte dei Conti, «si evidenzia che continua a registrarsi un incremento complessivo degli importi da recuperare, in particolare per i Fondi strutturali». Nel 2012 sono stati beccati 344 milioni di euro spesi in modo irregolare. Nell'elenco delle regioni truffaldine la Sicilia è in testa: 148 milioni di euro finiti nelle tasche sbagliate. Seguono la Campania (17,4), e la Calabria, con 12 milioni di euro messi sul conto a Bruxelles e finiti in fumo. Anche in Veneto sarebbero stati sgraffignati due milioni e trecento mila euro, in Piemonte un milione e mezzo, in Toscana due. Ad agosto del 2013 altri 95 milioni sono incappati nei controlli e bloccati. Con questi ultimi due anni di ruberie la somma degli euro-furti dal 2003 ad oggi ha raggiunto così la cifra record di un miliardo e 200 milioni di euro.

Incarichi affidati senza le dovute procedure pubbliche, costi reali che non corrispondono a quelli certificati, rimborsi lievitati: «Il fenomeno delle irregolarità e delle frodi continua a destare allarme», scrivono i giudici: «anche in considerazione del fatto che è frequente la mancata realizzazione delle attività finanziate». In questo modo non solo si usano illecitamente dei soldi pubblici, dice la Corte, ma si «vanifica l'obiettivo di incentivare la crescita nei settori e nelle aree interessate». E ora c'è anche la beffa, per l'amministrazione pubblica: dovrà recuperare da sola tutti i soldi rubati. Per Bruxelles quei fondi non entrano nemmeno in bilancio: se il governo di Roma li vuole, deve farseli restituire dai ladri. La Corte lo definisce: «un enorme vulnus per l’Erario nazionale».

Abbiamo perso sei miliardi di euro solo nel 2013, quindi. Non stiamo riuscendo a investire nemmeno i fondi che Bruxelles ci ha garantito. E abbiamo lasciato che imprenditori fasulli e finti progetti intascassero centinaia di milioni che sarebbero potuti servire per lo sviluppo. Ma adesso inizia il nuovo “ciclo” della programmazione europea. Nuovi possibili finanziamenti. Nuove possibili casseforti che dovremmo riuscire ad aprire. Nuove possibili fonti di guadagno per gli esperti in “furto di fondi europei”. Ma anche una nuova grande possibilità per dimostrare di riuscire veramente a utilizzare le risorse a disposizione per il rilancio del Sud e dell'economia del paese.

Come? Lo suggeriscono i giudici della Corte dei Conti: «La via maestra per la conduzione di una più efficace politica di coesione sembra dunque non poter prescindere, specie nella prospettiva della Programmazione 2014-2020, da un effettivo miglioramento della capacità progettuale e da un maggior allineamento della tempistica di attuazione nazionale con quella comunitaria. Ma a monte di ciò, non appare più eludibile il perseguimento di una decisa azione mirata ad un effettivo miglioramento delle complessive capacità istituzionali, amministrative e gestionali, a livello centrale e locale». Insomma: è ora, per i burocrati, di tornare a scuola.

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