In questi giorni chi si trovava a Bruxelles racconta di un can-can inusuale, forse per essere all’altezza del Parlamento italiano post batosta da Rosatellum. In primo piano il caso di una nomina orchestrata come un blitz. E il fatto che sia stata contestata perfino dal Parlamento europeo. Peccato si tratti niente meno che di quella di Martin Selmayr, neo segretario generale della Commissione europea. Si parla anche di un’altra promozione. E che promozione, quella di Mario Nava designato dal governo italiano alla presidenza Consob.
Nella corte dell’Europa e nei suoi palazzi, nonostante l’apparente aplomb, bolle uno stato di eccitazione psicomotoria per le vicende degli altissimi burocrati degli Stati membri. Soprattutto ora che manca poco più di un anno alle elezioni europee e i giochi duri per i futuri assetti e i nuovi potenti sono già partiti.
Martin Selmayr era già un pezzo grossissimo. Da capo di gabinetto del presidente Jean-Claude Juncker faceva il bello e il cattivo tempo su scelte e nomine, forte di un potere di delega del suo capo e di una competenza largamente riconosciuta. Tedesco di Bonn, quota Cdu, figlio d’arte, sette lingue, ex avvocato della multinazionale Bertelsmann, gelido verso l’Italia - con Matteo Renzi premier i rapporti non erano da Cip e Ciop, con Gentiloni meglio - Selmayr è un prediletto di Berlino. Tanto da costringere il commissario Günther Oettinger a specificare «Martin non è un agente infiltrato dalla Cancelleria». Un tipo così ameno da essere chiamato affettuosamente dallo stesso presidente «il mostro».
A fine febbraio, nominato da Juncker in quattro e quattr’otto vice segretario in modo da creargli i requisiti per il salto definitivo, Selmayr plana sulla poltrona amministrativa numero uno. Il raid del presidente lascia di stucco tutti. La stampa parla di “Selmayrgate”. I membri dell’Europarlamento riuniti in seduta plenaria tuonano contro la Commissione chiedendo chiarezza per la procedura da monarca totalmente priva di trasparenza. «Come ha potuto Juncker violare così l’istituzione?» è l’intemerata più simpatica.
Di altra natura l’interesse per l’investitura dell’economista Mario Nava, direttore per il monitoraggio del sistema finanziario e gestione della crisi, alta competenza tecnica, carriera trascorsa solo nell’esecutivo comunitario, accolta con gli applausi del caso. Soprattutto quando davanti alle Commissioni Finanze di Senato e Camera ha citato i modelli di riferimento, le «Consob eccezionali» di Tommaso Padoa Schioppa e Luigi Spaventa. Non quella del predecessore Giuseppe Vegas.
Nava approda al nuovo incarico con la formula del distacco non, come sembrava dell’aspettativa, che non prevede, per esempio, scatti di carriera e con i 240 mila euro previsti dalla legge Madia. Una scelta legittima. Ma a Bruxelles sull’argomento si pone una questione di principio: è giusto che il capo di un’autorità indipendente e sensibile come Consob resti dipendente da un’istituzione nevralgica come la Commissione dove dovrà tornare passato il settennato del nuovo mandato? Secondo la corrente di pensiero purista, composta da giuristi e tecnici di varia nazionalità Ue, sarebbe auspicabile il contrario. La posizione contrapposta è più sciovinista e sostiene che in Europa i posti apicali occupati dagli italiani di qualità sono talmente ridotti da non doverli mai mollare. Modestamente, lato incollatura alla poltrona, la gens italica ha ricevuto lauree honoris causa dai produttori di colla di mezzo mondo.
In tempi di crisi dell’europeismo, dopo il pasticcio del sorteggio per l’Agenzia del farmaco e con l’avvicinarsi delle elezioni europee, il fermento è continuo e destinato ad aumentare. Tanto che, per la prima volta nella storia, il parlamento di Strasburgo ha attaccato violentemente la Commissione assai indebolita dall’affair Selmayr. Anche perché nessun commissario ha preso posizione sul blitz del presidente. Non la numero tre Federica Mogherini, non Margrethe Vestager, commissaria danese alla Concorrenza in ballo per la successione di Juncker. A Bruxelles il can-can è grande e non hanno nemmeno il Rosatellum in vista.