Con la chiusura delle scuole scatta il problema per ogni genitore: dove mettere i figli durante il giorno. I servizi pubblici per ragazzi sono sempre meno, i centri privati cari e senza garanzie. Mentre le aziende riscoprono le colonie

«Ferie? Che ferie? Io lavoro tutta l’estate, anche ad agosto, il call center non chiude. Il nido invece sì, quindi ho dovuto chiedere il part time a sei ore per un mese. Mi alterno col mio compagno, che invece prende un po’ di congedo di paternità, a stipendio ridotto».  L’estate di Ambra non è un tuffo nel mare ma uno slalom tra contratti, servizi che non ci sono e sacrifici economici. E dire che Ambra ha una sola figlia, piccolina. Invece Jessica, che di figli ne ha due, ormai di tagli è un’esperta: «Io non mi vergogno a dirlo: per qualche anno non sono andata in vacanza per pagare i centri estivi». 
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Siamo a Roma, zona Castelverde. Un quartiere che qualche anno fa ha attratto, con la sua ondata di cemento fresco appena fuori del Raccordo anulare, molte giovani coppie; e che quindi adesso si presenta fitto di case e bambini. Ma ha pochi servizi per accoglierli, dalla nascita in poi. E il problema, che c’è tutto l’anno, esplode d’estate con la fine delle lezioni.

Qui a Roma Est, come in tutt’Italia: i tempi di lavoro dei genitori si allungano, cambiano, diventano a singhiozzo o flessibili, in ogni caso non sono più modellati sugli standard che invece ancora inchiodano i ritmi delle scuole, che chiudono per ferie come ai tempi andati in cui a casa c’erano mamme e nonne a volontà, ad accogliere, accudire, nutrire, portare in gita. E così i bambini da metà giugno diventano un’emergenza; e anche un ricco e caotico mercato, florido di offerte per i circa nove milioni e mezzo di potenziali “clienti” zero-sedici anni.

Roma, la guerra dei nidi
Quando le incontriamo, le mamme di Castelverde sono sul piede di guerra. Quest’anno a Roma lo slalom estivo tra i moduli ha un paletto in più. Per tenere aperti gli asili nido a luglio, il Comune ha deciso di usare in via prioritaria gli asili convenzionati. Vale a dire: si contano le richieste, si riempiono di bambini le strutture private in convenzione, e per quel che resta si tengono aperti i nidi pubblici. Tradotto: un po’ di bimbi dovranno spostarsi, da una sede all’altra. «Come se fossero pacchetti», chiosa Marilisa, preoccupatissima. Gira un documento, una petizione, che chiede a sindaco e assessore di mantenere aperti tutti i nidi pubblici a luglio, per non far cambiare di corsa a bambini così piccoli tutti i punti di riferimento. Ma a indagare un po’ si scopre che negli anni scorsi non andava molto meglio, per la serenità dei piccoli: restavano nel loro nido, ma cambiavano le maestre. Infatti il personale di ruolo a luglio non è tenuto alla presenza nei nidi: come si dice in sindacalese, è “messo a disposizione”. Dunque, negli anni scorsi il mese era coperto dalle insegnanti precarie. Maestre balneari, insomma.

Il Comune di Roma pagava le supplenze nel pubblico, mentre continuava a rimborsare come se fossero piene tutte le strutture del privato convenzionato. Una doppia spesa. Di qui la nuova soluzione, che ha fatto infuriare maestre e famiglie. «Cercheremo di evitare il più possibile gli spostamenti, di far andare i bambini a gruppetti, e di fare un inserimento graduale. Alla fine, resteranno aperti ben 55 nidi pubblici su 70», dice l’assessore ai servizi sociali Alessandra Cattoi. Che aggiunge: «Altro non potevamo fare, con gli accordi sindacali che abbiamo». Quelli per cui una maestra in un nido convenzionato ha uno stipendio più basso (sui 300 euro al mese meno della collega assunta dal Comune) e lavora di più (undici mesi su dodici, e orario in classe più lungo). Un nodo che viene al pettine con il dimagrire delle casse pubbliche, e l’aumento della pressione per l’estate: nei soli nidi comunali le richieste per luglio sono balzate in un anno da 3.972 a 5.148. Contando anche i convenzionati, quest’anno prevedono di restare in aula a luglio più di 9.000 bambini. Un record, che la dice lunga su una domanda che cresce, in parallelo alla riduzione delle vacanze delle famiglie.

Da Nord a Sud
Non che il caso romano sia isolato. A Napoli, per esempio, l’apertura estiva dei nidi comunali è ancora una chimera. Fino all’ultimo quest’anno si è provato a tenerli aperti, senza risultati: problemi burocratici. A Bari invece l’epica impresa di aprire gli asili a luglio è riuscita, contando in quattro anni un raddoppio dei bambini interessati: ma anche qui solo al prezzo di chiamare insegnanti stagionali, assunte a termine per il solo mese estivo. Al Nord, dove il problema si è posto da prima e i nidi sono ben più numerosi, le soluzioni sono ormai rodate: l’accorpamento tra vari asili, pubblici e privati, c’è un po’ ovunque, ma i bambini sono accompagnati dalle loro maestre.

«Con un po’ di collaborazione, si possono trovare soluzioni, l’importante è garantire una continuità educativa, anche con metodi flessibili», dice Antonia Labonia, del Gruppo nazionale nidi d’infanzia. Succede così a Milano, Torino, Bologna, e ovviamente Reggio Emilia (capostipite del “modello” italiano dei nidi). Genova apre i nidi a luglio con le maestre “titolari” al mattino e il ricorso a coop esterne al pomeriggio; mentre riesce a far funzionare anche le  materne, ma affidandole completamente a cooperative. Anche a Milano le sezioni estive si allargano ai bambini un po’ più grandi, quelli della materna, ma resta la gestione diretta del Comune.

Eh già, perché il problema dei nidi è poca cosa, rispetto al baratro che si apre per le famiglie man mano che i figli crescono. Le scuole materne chiudono dal primo luglio, le elementari e medie all’inizio di giugno.  Anche qui, il baratro si riduce in città più organizzate, dove i Comuni offrono centri estivi con un minimo di garanzia su standard e prezzi calmierati. A Mantova, addirittura, le famiglie possono andare su un catalogo comunale on line, e scegliersi un centro estivo per una cifra che va da 13 a 25 euro a settimana, a seconda del reddito familiare. Mentre in metropoli come Roma e Napoli, se si toglie qualche servizio dei municipi più sensibili, le famiglie devono arrangiarsi, e sborsare nel privato fino a 100 euro a settimana senza alcuna garanzia su standard minimi, qualità del centro e dei suoi educatori.

Il privato low cost
“Asili nido – centri sportivi. Cercasi educatori senza esperienza”, si legge su una locandina di annunci di lavoro che campeggia nelle edicole della capitale alla vigilia dell’estate. “Senza esperienza”: l’annuncio la dice lunga sui reclutamenti, quelli che società, associazioni, cooperative, centri sportivi di ogni tipo e livello si affrettano a mettere in piedi per soddisfare una domanda crescente. Titoli di studio, qualifiche e competenze spesso non sono richiesti; eppure, con la fame di lavoro che c’è, arrivano molti giovani qualificati. Come Maria Laura, diplomata in una scuola teatrale, che ha lavorato parecchie estati con i bambini romani con modalità da caporalato: ogni fine settimana, 200 euro in contanti e una firma liberatoria. O come Valeria, laureata in lingue, che da sei anni accompagna adolescenti nei viaggi studio in Inghilterra, intascando 400 euro per quindici giorni, contratto di collaborazione occasionale. «Mi hanno presa dopo un colloquio, la laurea non era richiesta e non mi hanno fatto nessuna domanda in inglese». La sistemazione estiva di bambini e ragazzi è spesso assai cara per le famiglie, ma si nutre di lavoro low cost. «Ci sarebbe un contratto in teoria, quello del commercio e del turismo, ma pochissimo applicato per questi casi», dice Maria Grazia Orfei, che per la Cgil Lazio segue la parte “privata” del settore scuola.

Ci pensa l’azienda
Una volta c’erano le colonie estive, con le quali le grandi aziende provvedevano alle vacanze dei figli dei loro operai. Mezzo secolo dopo, la formula è sparita ma torna nei fatti, con mezzi nuovi. «Non si tratta più di portare al mare bambini che senza questa possibilità non ci sarebbero andati, ma di consentire a madri e padri di conciliare famiglia e lavoro», dice Arianna Visentini; che dirige una società di consulenza, Variazioni, dedicata proprio a questo “work life balance” e cerca di mettere in rete aziende ed enti pubblici.

Com’è successo alla Lubiam, storica azienda tessile di Mantova, 350 dipendenti per il 90 per cento donne. Qui il nido aziendale, con parco interno, chiude solo per quindici giorni in agosto, e per tutta l’estate accoglie anche iscrizioni di altri bambini fino ai 4 anni; per i più grandi, c’è un pulmino che li porta a un centro estivo del comune, con contributo dell’azienda e della regione a scontare i prezzi. Anche la Hera, colosso regionale dell’energia e utilities, ha una sua rete di nidi aziendali, aperti per 11 mesi nelle città dove sono sparsi i suoi 8000 dipendenti; e con le stesse cooperative che gestiscono i nidi organizza campi estivi in città per i figli, e “summer camp” al mare e sugli Appennini per i più grandi. Come mai ci si dà tanto da fare per servizi privati, in un posto che comunque ha servizi pubblici per l’infanzia che fanno invidia al resto d’Italia? «C’è sempre maggiore richiesta, i centri dei comuni sono tutti pieni», spiega Susanna Zucchelli, diversity manager di Hera: «Integrando le offerte possiamo abbassare i costi, metterli alla portata di tutti gli operai e impiegati».

Ovunque i grandi gruppi investono nell’organizzazione delle pause estive: alla Telecom – dove già prevedono 36 soggiorni estivi di quindici giorni per i più grandi, campi settimanali in città o fuori per i bambini delle elementari – contano di mettere su una rete con altre grandi aziende, da Nestlé a Unicredit, per condividere questi servizi città per città, sotto la benedizione delle donne manager di Valore D. Un modello destinato a crescere, dice una ricerca McKinsey che fa i conti della produttività di queste scelte, sostenendo che ogni euro speso in welfare aziendale ne rende due. I dipendenti delle grandi e medie aziende illuminate, forse, in futuro avranno sempre meno problemi per i figli in estate; tutti gli altri – sempre più numerosi – restano fuori. Al caldo. 

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