Niente fantasmi. Questa volta non si potrà colpire nell'oscurità e sparire senza lasciare tracce. Come accadde venti anni fa in un porto albanese: all'alba i gommoni del clan sono scoppiati uno dopo l'altro. O come avviene ogni tanto negli ormeggi dei pirati somali, che vengono svegliati dall'esplosione dei loro pescherecci. Dopo questi raid non ci sono firme, né rivendicazioni.
L'assalto ai barconi degli schiavisti libici invece sarà annunciato a tutto il mondo, per dimostrare che l'Italia e l'Europa non sono più disposte ad accettare le stragi. Dopo l'attacco le immagini dei relitti riprese dalle telecamere dei droni inonderanno i tg, come monito ai trafficanti e come spot del governo. Ma l'operazione deve essere indolore, per evitare che sia percepita come un'azione di guerra: bisogna essere sicuri che non ci siano vittime e nessun innocente venga coinvolto nel raid.
Con i droni d'attacco, sarebbe tutto più facile. In piena notte, un paio di robot volanti ad alta quota potrebbero lanciare piccoli missili Hellfire contro le imbarcazioni vuote. Non ci sarebbe nemmeno un rumore, fino all'istante dell'esplosione. E nessun rischio di perdite umane: il governo potrebbe vantare un successo di rilevanza internazionale e trasmettere un segnale ai trafficanti di uomini.
Ma né l'Italia, né le altre potenze europee che sono al suo fianco nella questione libica – come Francia e Spagna – hanno potuto armare i loro aerei teleguidati Reaper “made in Usa”. Per anni gli Stati Uniti si sono opposti alla cessione di questa tecnologia agli alleati, salvo dare un via libera tre mesi fa, quando industrie di altri paesi cominciavano a offrire strumenti simili.
Senza robot, tocca agli uomini. E l'Italia ha uno dei migliori reparti al mondo per questo tipo di azioni: il Comsubin, sigla che sta per Comando subacquei incursori. Sono teste di cuoio addestrate a penetrare in basi protette da tecnologie sofisticate o a irrompere nei rifugi dei veri terroristi: non temono i kalashnikov dei predoni. Per i commandos della Marina si tratterebbe di un'operazione standard. Nuotare sott'acqua fino ai barconi e piazzare cariche d'esplosivo. Poi, quando gli incursori sono tornati al sicuro e i droni segnaleranno che gli scafi sono deserti, si innescano le cariche.
In piccolo, il blitz sarebbe la replica dell'impresa che ha reso l'unità celebre: l'affondamento di due corazzate inglesi nel porto d'Alessandria. Quel raid del dicembre 1941 è entrato nella storia: sei uomini a cavallo di tre siluri modificati, ribattezzati “maiali”, sono riusciti a colare a picco due navi da battaglia con una stazza di 60 mila tonnellate. In pratica, l'intera potenza di fuoco della Royal Navy nel Mediterraneo venne messa ko per mesi.
Adesso gli incursori hanno avuto modo di studiare i fondali libici quando tre anni fa sono stati incaricati di ripulirli dai residuati del conflitto che ha abbattuto Gheddafi. Sanno come muoversi. E i droni – italiani e americani – che pattugliano la costa nordafricana forniscono una mappa dettagliata della posizione della flotta scafista. Insomma, sulla carta ci sono le premesse per un colpo da manuale. Anche se i rischi in un assalto del genere non possono mai venire esclusi del tutto: dal cielo, non c'è modo di distinguere un profugo da uno scafista.
D'altronde, le alternative a disposizione sono poche. Bisognerebbe usare mezzi in grado di colpire da distanza di sicurezza con armi a bassa potenza. Come gli elicotteri Mangusta dell'Esercito, che hanno appena installato i missili israeliani Spike: vengono guidati per quattro chilometri tramite una lunga fibra ottica, che permette di interrompere il volo anche all'ultimo secondo. La carica di esplosivo è solo di un chilo: un requisito fondamentale per evitare detonazioni troppo devastanti.
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L'Aeronautica invece dispone di un unico tipo di bombe a impatto limitato: sono le Small Diameter Bomb, progettate proprio per ridurre i danni collaterali. Ognuna pesa “soltanto” 130 chili e può essere sganciata da un Tornado in volo a più di cinquanta chilometri, poi il sistema di guida aggancia le coordinate gps assegnate: il margine di errore è inferiore a cinque metri.
Difficilmente però la distruzione di una o più flottiglie di barconi cambierà la situazione. Certo, i trafficanti si sentiranno meno sicuri e capiranno di potere finire nel mirino in qualunque momento: dopo i gommoni potrebbe toccare a loro. Ma in Libia quei mezzi non sono fondamentali. Nell'Albania degli scafisti come nella Somalia dei pirati – due degli esempi citati in questi giorni – le imbarcazioni sono gli strumenti di lavoro dell'organizzazione criminale. I boss di Valona, che negli anni Novanta attraversavano il canale di Otranto, investivano molto sui loro fuoribordo, dotati di motori potentissimi e carene rinforzate: facevano la spola con il litorale pugliese, sfidando le vedette italiane in duelli di velocità e agilità. La distruzione della flottiglia – mai confermata e attribuita a un raid notturno degli incursori di Marina – ha rappresentato un danno economico grave per i clan, che dalla fine degli anni Novanta hanno rinunciato allo sfruttamento dei migranti per dedicarsi al contrabbando di sigarette e poi ad altri business, più remunerativi e meno contrastati.
Lo stesso accade nel Corno d'Africa: per i pirati le barche sono fondamentali, devono essere robuste e veloci, per spingersi sempre più a largo e permettere l'abbordaggio dei grandi mercantili. Inoltre hanno tutte la radio e spesso dei radar: sono il vero capitale del clan, che ha problemi nel rimpiazzarle e ripararle. Il film che ha portato sugli schermi le gesta del capitano Philips ha mostrato quanto siano importanti i pescherecci piccoli o grandi usati dai filibustieri dell'Oceano Indiano, che resistono ai getti d'acqua degli idranti e alle onde provocate dalle navi.
In Libia le dinamiche sono molto diverse. I trafficanti fanno incetta di mezzi da rottamare: pescherecci logori, con motori in pessime condizioni. Devono reggere per un solo viaggio, senza ritorno. Ormai gli schiavisti non si preoccupano neppure di lasciare acqua e carburante per arrivare a Lampedusa.
Dalla fine del 2013 hanno cominciato ad ammassare la gente su carrette disastrose, contando sulla presenza delle navi di Mare Nostrum a pochi chilometri dalla costa. E da quando l'operazione umanitaria della Marina è stata sospesa, i criminali riempiono all'inverosimile gusci senza speranza, obbligando le unità italiane a intervenire per evitare le stragi. Non hanno scrupoli, né pietà: più persone muoiono, più i pattugliamenti si avvicineranno e il loro guadagno aumenterà. Perché potranno caricare altri disperati su scafi drammaticamente deboli. È un ricatto umanitario, giocato sulla pelle di un'ondata di disperati.
Cosa accadrà dopo l'affondamento di qualcuna di queste barche a perdere? Nel giro di una settimana ne compreranno altre, in Egitto o in Tunisia: costano qualche migliaio di euro, quello che i boss intascano da una sola famiglia di migranti. Mentre in Libia una moltitudine di persone continua a fare la coda per salire a bordo, senza temere l'orrore della traversata.