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Mentre ti rotolano i sentimenti davanti allo scempio che i soliti ignoti ti hanno lasciato in bella (si fa per dire) mostra, ti scopri malinconicamente a pensare che un ladro gentiluomo, tanto per cominciare (e benché ti sembri un paradosso; il che poi non è così paradossale, se consideri che “ladro gentiluomo” è un ossimoro), non entrerebbe mai nelle case altrui.
Se proprio dovesse abbassarsi ?a una simile marchetta delinquenziale cercherebbe di nobilitarla, studiando ?il modo di accedere direttamente alla stanza della cassaforte (perché un ladro gentiluomo sceglierebbe come minimo una casa dotata di cassaforte di dimensioni almeno medie), evitando con cura di attraversare (almeno) la zona notte, per non violare la privacy delle vittime.
Perché un ladro gentiluomo (che non esiste) sa che ciò che più offende ?del furto in un’abitazione non è il furto in sé, ma la violazione di domicilio che implica; ed essendo orgoglioso della sua reputazione di ladro sensibile, limiterebbe al massimo lo spossessamento dell’intimità ?che questo specifico reato comporta e che – come potrà confermarvi chiunque abbia subito un furto in casa – è ben più grave della sottrazione materiale dei beni, anche quelli di un certo valore.
Il fatto è che il ladro d’appartamento ha la vocazione al casino, ?e soprattutto allo sfregio. Non gli basta rubare: anzi, a giudicare dallo spettacolo che offre al proprietario ?che rientra, sembra che il vero ?gusto della sua razzia consista ?nel rovesciare i cassetti, mettere ?a soqquadro gli armadi, lacerare ?le federe dei divani, insudiciare in vario modo gli ambienti in cui passa, strappare i quadri dalle pareti nella speranza di trovarci dietro una cassetta di sicurezza; quasi che portar via degli oggetti di valore sia faccenda tutto sommato secondaria rispetto all’obiettivo principale di lasciare tracce evidenti di disprezzo e costruire (destrutturandola) una scenografia mortificante che ha il valore simbolico del messaggio e dice: «Sono stato qui, e posso tornare quando voglio».
Ci vuole un po’, dopo un furto in casa, per sentirsi di nuovo a casa. Anche se il tuo primo istinto è quello di fare la conta delle cose rubate (a molte delle quali non sapevi di tenere, finché non ne realizzi la scomparsa), intuisci ?che ciò che davvero t’inquieta in quei momenti non è la scoperta progressiva degli oggetti più o meno preziosi che mancano, ma il senso di una privazione più profonda, di una violazione dei tuoi spazi più intimi che, così com’è avvenuta, potrebbe anche ripetersi. Come se quella storia non finisse lì. Come se avessi ricevuto un’intimidazione camuffata da furto. Come se casa tua lo fosse un po’ meno.
Allora prendi a circolare fra le stanze ?e ti guardi intorno con un misto di pena e d’indignazione, lottando contro un senso d’insicurezza che ti ha già modificato la percezione degli ambienti, quasi temessi d’essere aggredito alle spalle, e dovessi far fronte a un’improvvisa necessità di difenderti, che fino ?ad allora non avevi considerato.
Ecco cosa si porta via davvero ?il devastatore (nonché ladro) ?di appartamenti: la disponibilità ?di uno spazio in cui non devi difenderti da nessuno. In un certo senso, distrugge un’illusione. Di più: inscena una negazione della proprietà privata, ?che però non contiene (e dunque ?non trasmette) alcun pensiero critico, alcuna prospettiva, alcun antagonismo. È un atto qualunquista, che fa passare l’idea di doversi blindare per vivere, e imparare a diffidare del mondo.
Non è un caso che le grate alle finestre che il fabbro viene a montarci la mattina dopo ci mettano tristezza, come se guardare fuori attraverso una griglia ?di ferro, anche se laccata di bianco e dalle forme gradevoli, ci portasse ?via un po’ di dignità.