La minoranza dem presenta 17 emendamenti alla riforma costituzionale: vuol tornare all'elezione diretta, e "stavolta andiamo fino in fondo". Ma Renzi tira dritto, e anzi vuol accelerare: "Si voterà e vedremo chi ha i numeri".  E tornano ad aleggiare le paroline "scissione", "crisi", voto anticipato

C’è chi minaccia il Vietnam, chi paventa l’uso del Napalm, chi si atteggia a Vietcong; e anche lasciando da parte il leghista Calderoli che fa aleggiare la “bomba nucleare”, anche negli sms democratici è tornata ad aleggiare quella parolina che fa tanto effetto, la “scissione”, subito bilanciata da quell’altra, “il voto anticipato”. Insomma, cosa c’è di meglio che chiudere i lavori parlamentari d’agosto con un mega scontro dal sapore bellico tra Renzi e minoranza dem sulla riforma del Senato? Eccolo, servito.

Così, in limine mortis sui lavori di Palazzo Madama, dove la prossima seduta d’Aula è già convocata per l’8 settembre, 26-28 senatori della minoranza Pd  hanno presentato 17 emendamenti alla riforma costituzionale che, sia pure con gli accorgimenti tecnici che Miguel Gotor “non metteranno a repentaglio il processo riformatore”, puntano però a modificare punti essenziali: più competenze ai nuovi senatori (Europa, libertà religiosa, amnistia e indulto, fine vita, legge elettorale), ma soprattutto la reintroduzione dell’elezione diretta. Una modifica contro la quale, in perfetto accordo con Renzi, ieri si era espresso il presidente emerito Napolitano spiegando in una lettera al Corriere che una modifica del genere “farebbe cadere l' impianto di base della riforma”. “Il Senato della repubblica è eletto dai cittadini su base regionale, garantendo la parità di genere, in concomitanza con la elezione dei consigli regionali”, recita invece il testo di modifica messo a punto dalla minoranza. Che tuttavia respinge le accuse di disfattismo: “Nessuno vuol fermare niente”, dice Pier Luigi Bersani: si vuol solo evitare “di avere un Parlamento di nominati”, e se “Renzi è disposto a discutere nel Pd la quadra si trova”.

Eppure, nella conferenza stampa di giovedì sera, il premier si è detto soprattutto disponibile a tirare dritto: “C’è una parte del mio partito che insiste per una discussione interna. Io sono disponibile a dialogare con tutti, ma non ci facciamo fermare da nessuno”; e per quel che riguarda gli emendamenti dem “non cambia niente: si voteranno e vedremo chi ha i numeri”. Insomma, nel governo continua a prevalere il mantra de “le riforme si fanno con chi ci sta”, i numeri si troveranno.

Uno dei paradossi del momento è però che, stante nell’aria quel sapore di ri-patto del Nazareno non si sa quanto pronto o meno a risorgere (il clima d’accordo sulle nomine Rai ne sarebbe un prodromo possibile), sia la maggioranza che la minoranza del pd ritengono in sostanza di poter trovare in settembre una larga convergenza in Senato adatta a sostenere la propria visione della riforma. I primi rafforzando con apporti forzisti e post forzisti la versione originaria della riforma, i secondi allargandosi a tutte le opposizioni, da Lega a Cinque stelle. Si vedrà.

Allo stato è certo che Renzi è determinato non solo a tirare dritto, ma pure ad accelerare sul nuovo Senato. Non solo aprendo a settembre subito un confronto con le forze non ostili alla riforma. Ma anche – è l’ipotesi che in queste ore fa sempre più strada – ipotizzando di andare in Aula senza mandato al relatore, superando così i vari ostruzionismi in commissione Affari costituzionali del Senato, dove i numeri della maggioranza sono ballerini e la minoranza dem ben rappresentata. Altrettanto certo è che, nel caldo d’agosto, la minoranza sembra determinata come mai prima a dare battaglia fino in fondo: ciò che alla fine non si risolse a fare col Jobs act, con l’Italicum, con la riforma della scuola, eccetera.

Bersani, riferisce l’Huffington Post,  essendo il più determinato di tutti ne parla nei termini di “far saltare il tavolo, mandando Renzi sotto”. “Stavolta andiamo fino in fondo, se Matteo non media” è comunque il refrain. “Dovranno valutarne le conseguenze”, è la risposta renziana. “Ma noi non vogliamo nessun vietnam, ritroveremo l’unità”, abbassa i toni Roberto Speranza. Il premier, intanto, prova a guardare avanti: oggi è prevista una riunione della Direzione dem per aprire il confronto sul Sud, altra materia incandescente di questi giorni. E c’è chi scommette che sia l’occasione per un ennesimo incrocio di spade, prima delle vacanze.

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