Com'è possibile che almeno un centinaio di milioni destinati alla cooperazione verde siano spariti senza lasciare traccia? Che il ministero dell'Ambiente non sappia nemmeno quanto ha speso esattamente? Perché il governo di Pechino ha pagato profumatamente quattro consulenti italiani che non figuravano da nessuna parte? E com'è possibile che fra questi vi sia pure un collaboratore dell'ex ministro Clini, già retribuito autonomamente? Sono solo alcuni degli interrogativi ai quali dovrà cercare risposta la Procura di Roma, alla quale la Corte dei conti ha trasmesso le risultanze relative alla gestione dell'accordo italo-cinese di cooperazione in materia ambientale (Sicp).
Tali sono infatti i possibili profili penali emersi nell'analisi del programma - stipulato nel 1999 per spingere il colosso asiatico a inquinare di meno - che i magistrati della sezione centrale di controllo non si sono limitati a mandare le carte ai colleghi della Procura contabile per valutare l'ipotesi di danno erariale: le hanno anche trasmesse a piazzale Clodio. Dove proprio sulla gestione del Sicp è già aperta un'inchiesta che coinvolge l'ex direttore generale ed ex ministro del governo Monti, Corrado Clini. Il quale, sempre relativamente alla cooperazione internazionale del ministero, è anche sotto processo con l'accusa di aver ricevuto su un proprio conto cifrato in Svizzera 1 milione di euro destinato alla riqualificazione ambientale in Iraq.
E proprio Clini - firmatario della maggior parte degli accordi con la Cina, ai tempi in cui era dg - è stato chiamato in causa dai funzionari ascoltati nel corso dell'istruttoria della Corte dei conti per quella che hanno definito “una gestione soggettiva e privatistica” del programma. Al punto che gli accordi stipulati di volta in volta sarebbero arrivati già “preconfezionati” al ministero, che doveva solo sganciare il denaro.
SOLDI SPARITI
Tanto per dare un'idea della vicenda, non si sa nemmeno quanto è costato agli italiani l'accordo con la Cina. Secondo le relazioni ufficiali del dicastero dell'Ambiente si tratterebbe di 185 milioni spalmati in una quindicina d'anni, ma i magistrati contabili - al termine di una certosina opera di ricostruzione - sono giunti alla conclusione che sono molti di più. Almeno 320 milioni, tutti devoluti a titolo di dono al colosso asiatico. Una discrepanza che già di per sé la dice lunga sulla gestione amministrativa del piano, visto che il ministero - che ha dovuto chiedere lumi addirittura alla Banca mondiale, dove erano stati istituiti i “conti correnti” - non è riuscito nemmeno a trovare tutti i decreti di pagamento effettuati fra il 2003 e il 2014.
Inoltre buona parte di questi soldi (almeno 113 milioni) non si sa neppure come sono stati utilizzati, visto che venivano accreditati su conti numerati e fondi fiduciari bilaterali gestiti direttamente dalle autorità asiatiche. In pratica a Pechino è stata lasciata la libertà di utilizzare le proprie regole procedurali e contabili, senza alcuna possibilità di controllo da parte italiana. Il risultato, scrive sconsolato il magistrato relatore Angelo Ferraro nella delibera, è che “non vi è modalità di verifica circa l’effettiva destinazione delle risorse”.
CONSULENTI INVISIBILI
Talmente minimo era il controllo che la Corte dei conti ha scoperto pure che il trust fund a disposizione del ministero dell'Ambiente cinese aveva a libro paga quattro consulenti tecnici italiani praticamente sconosciuti: i loro nomi non figuravano né tra gli esperti che avevano un contratto col ministero di Roma né tra quelli convenzionati con l'Istituto per il commercio estero (Ice), che supportava il programma. Soltanto uno risultava essere contrattualizzato, ma come esperto presso il gabinetto di Clini, un incarico peraltro autonomamente retribuito.
Per questi quattro collaboratori “invisibili” la Cina spendeva fiori di quattrini (italiani): 322 mila euro l'anno, con stipendi che andavano da 6mila e 10mila euro al mese. Un tassello rilevante, dato che nell'indagine su Clini nemmeno i finanzieri del Nucleo speciale Spesa pubblica erano riusciti a capire chi pagasse chi lavorava all'Ufficio di gestione del programma a Pechino: “Sono stati individuati alcuni dipendenti per i quali non si conosce chi sostenga i costi per il loro impiego”. E proprio in virtù del fatto che il trust fund con cui venivano pagati gli stipendi era gestito esclusivamente dai cinesi, queste somme potrebbero fra l'altro non essere state neppure dichiarate al fisco italiano.
Alle spese vanno poi aggiunte anche quelle per l'attività “promozionale” svolta dall'Ice, all'epoca guidato dall'ex ambasciatore Umberto Vattani: il 7 per cento di ogni commessa, ovvero oltre 7 milioni. Ma anche in questo caso è impossibile saperne di più: l'attività di coordinamento per la quale sono state incassate tali somme è “non documentabile”.
TUTTO DA SOLO?
Possibile che nessuno abbia mosso un dito davanti a questo andazzo? In realtà c'è stato chi, più volte, ha provato a fermare il meccanismo di questi generosi “regali” alle autorità cinesi, che secondo l'ipotesi della Procura di Roma potrebbero in parte essere occultamente rientrati in Italia o all'estero. L'Ufficio centrale di bilancio del ministero ha più volte criticato l'inadeguatezza dei documenti esibiti da Pechino in merito ai progetti da finanziare e la genericità delle motivazioni per cui venivano chiesti nuovi fondi. Ma è sempre rimasto inascoltato.
Di qui la domanda: è verosimile che l'ex ministro Clini (che da parte sua si è sempre proclamato innocente) sia l'unico responsabile della disastrosa gestione della cooperazione ambientale con la Cina? Davvero questo “sistema” ha proceduto per anni senza la compartecipazione, o quanto meno la non ostilità, di altri dirigenti e funzionari? È quello che dovranno accertare i pm della capitale, che hanno adesso qualche tassello in più per ricostruire questo complicato mosaico.
Aggiornamento del 25 gennaio 2016, ore 19: La precisazione di Corrado Clini