Ha ancora senso il balletto di contrattazione che ogni tre-quattro anni si scatena per i rinnovi?
«Per decenni il contratto nazionale è servito a preservare il potere d’acquisto dei salari, ?tenendo conto dell’inflazione. Di rinnovo in rinnovo i sindacati hanno rivendicato vittorie, che tuttavia non hanno prodotto una redistribuzione di ricchezza verso i lavoratori. Perché quei quattrini in più erano legati solo all’aumento del costo della vita e non alla produttività. Ci sono due problemi: l’insostenibile frammentazione dei contratti nazionali, che sono oltre 700 e producono altrettanti tavoli di contrattazione, con costi di transazione infiniti. E il fatto che, essendo l’inflazione vicina allo zero, non ha ?più molto senso parlare ?di aumenti. O almeno, ?non in questi termini».

Eppure i sindacati hanno presentato un loro accordo interconfederale. Che ne pensa?
«Il documento di Cgil, Cisl ?e Uil è un accordo dal quale esce un sindacato unito, però è un’unità che si fonda su una somma di idee e non su una sintesi delle loro posizioni. ?È un’operazione che serve ?per scongiurare l’intervento del governo nell’approvazione di un salario minimo».
Perché il sindacato dovrebbe temere il salario minimo?
«Perché lo vede in concorrenza con il proprio ruolo. Eppure nel resto d’Europa il sindacato fa altro. Si occupa di strategie per aumentare la produttività, welfare aziendale, ampliamento dei diritti. ?Anche per il sindacato italiano ?è giunto il momento di fare uno sforzo di cambiamento. Concretamente, se gli aumenti salariali vengono per lo più discussi in sede ?di contrattazione nazionale, resta pochissimo spazio ?di manovra per incentivare economicamente la trattativa in azienda e nei distretti. Questo non significa eliminare i contratti nazionali, ma ridurli di numero e creare per ciascuno una base salariale che possa essere applicabile a tutti e dalla quale partire ?per una contrattazione locale e aziendale».
Quali sono i punti su cui il governo avrebbe intenzione ?di intervenire, secondo lei?
«Sulla rappresentatività, cioè sull’effettiva capacità delle parti sociali di rappresentare lavoratori e imprenditori, arrivando finalmente a contare gli iscritti agli uni e agli altri.
E poi sul modello contrattuale o, in alternativa, sul salario minimo, una soglia nazionale, uguale per tutti».
I lavoratori temono l’introduzione del salario minimo perché pensano ?che potrebbe ridurre il loro stipendio. Hanno ragione?
«Il salario minimo è una misura di garanzia per i lavoratori, presente in quasi tutti i paesi europei. ?Ma il rischio di un effetto depressivo delle retribuzioni esiste e andrà valutato con molta attenzione. I contratti collettivi non potrebbero limitarsi a competere con il salario legale nella funzione di fissare i minimi retributivi, ma dovrebbero puntare a incrementi salariali basati sulla produzione aggiuntiva ?di valore. Un sfida che chiamerebbe i sindacati ?a un cambiamento radicale di strategia rispetto al passato».
Secondo il World Economic Forum, robot e biotech cancelleranno 200 mila posti di lavoro in Italia entro ?il 2020, ma ne creeranno altrettanti, più flessibili. ?Le regole italiane sono ?pronte per questa sfida?
«Il Jobs Act ha reso più elastica l’organizzazione ?del lavoro, flessibilizzato ?il part time, liberato il lavoro autonomo dalla trappola del contratto a progetto. Con lo Statuto del Lavoro Autonomo si vuole valorizzare ?l’auto imprenditorialità e, ?con le norme sul lavoro agile, il lavoratore potrà svolgere ?la propria attività fuori dall’ufficio, grazie alle nuove tecnologie, e conciliare le esigenze di vita. Adesso serve uno scatto di innovazione culturale da parte delle imprese e dei sindacati».