Pietre in mezzo alla strada e poi una raffica di fucilate, fermate solo grazie alla blindatura dell'auto. Che Giuseppe Antoci, presidente del Parco dei Nebrodi, fosse al centro delle attenzioni di Cosa nostra era noto da tempo: "Finirai scannato tu e Crocetta", gli avevano scritto nei mesi scorsi in una delle tante lettere minatorie ricevute da quando si è insediato. Ma adesso la mafia dei terreni agricoli - che grazie a intimidazioni, complicità e documenti falsificati riesce a impadronirsi in maniera fittizia di appezzamenti altrui e ricevere soldi dall'Europa - adesso ha alzato il tiro. Ed è passata dalle parole ai fatti.
Mentre nella notte tornava a casa da una manifestazione a Cesarò, la macchina sulla quale viaggiava Antoci è stata bloccata da alcuni sassi posti in mezzo alla strada, e non appena si è fermata contro la vettura è partita una selva di fucilate. Un agguato a tutti gli effetti, vanificato soltanto dall'arrivo provvidenziale di una volante che seguiva l'auto blindata, che ha risposto al fuoco e messo in fuga il commando omicida.
"Questo dà la prova che abbiamo toccato il nervo giusto, i veri interessi di un finanziamento importante che la mafia aveva in Sicilia" ha affermato Antoci. Per capire le ragioni dell'attentato occorre tener conto del contesto in cui si trova a operare il presidente del Parco dei Nebrodi, la più vasta area protetta della Sicilia coi suoi 86 mila ettari.
Per anni l'assegnazione dei lotti, qui come altrove, è stato un ottimo modo per fare soldi per Cosa nostra. Come ha raccontato un'inchiesta dell'Espresso, tramite la Politica agricola comune, che dovrebbe aiutare gli agricoltori e gli allevatori e vale 5 solo per la Sicilia, l'Unione europea arriva a elargire infatti oltre 1.000 euro per un ettaro di terreno di proprietà o anche solo preso in affitto. E quindi più terreni, più soldi. Ottenuti tramite aggiudicazioni di comodo, come è avvenuto per anni nei Nebrodi, mediante minacce e intimidazioni nei confronti dei veri proprietari, oppure più semplicemente falsificando i documenti.
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Antoci ha rotto questo sistema, bloccando le assegnazioni, iniziando a chiedere il certificato antimafia agli affittuari e firmando una serie di protocolli di legalità che sono divenuti un modello che a breve sarà replicato anche in Calabria. Perché il meccanismo dei fondi rubati, oltre che Cosa nostra, ha ingrassato anche la 'ndrangheta al di là dello Stretto.
Per avere un'idea del fenomeno, basti pensare che nell'Isola fra i beneficiari di questo sistema ci sono stati in passato nomi (e cognomi) pesanti. Su tutti, il fratello di Totò Riina, Gaetano, che ha ottenuto oltre 40 mila euro di fondi europei quando aveva già in mano le redini del mandamento di Corleone, oppure Salvatore Seminara, ritenuto il reggente di Cosa nostra a Enna fino al suo arresto nel 2009, che in una dozzina d'anni ha ricevuto 200 mila euro in questo modo. E fra le aziende agricole che hanno ottenuto finanziament, c'è anche quella da 300 ettari dell'imprenditore Paolo Farinella, usata come riserva di caccia da Bernardo Provenzano durante la sua decennale latitanza.