Quando tre anni fa è arrivato don Miguel Pertini nella chiesa allo Zen i "picciotti" glielo hanno detto subito: "Parrì (prete, ndr), deve mettersi a posto". Il sacerdote è un italo-argentino e come vanno le cose a Palermo, in special modo nei quartieri degradati come quello in cui è finito, forse l'aveva visto solo in televisione, o letto sui libri. La realtà siciliana, a volte, è così truculenta che riesce a superare anche la fantasia.
Sarà stato per questo motivo che don Miguel non ha subito dato peso all'avvertimento ricevuto appena messo piede in parrocchia. Anzi, ha pensato bene di rivedere alcune cose. Ma ai "picciotti" i cambiamenti non sono piaciuti. Con quel messaggio di benvenuto parlavano sul serio: la chiesa di San Filippo Neri, con il suo campo da calcetto, doveva pagare il "pizzo", come tutti gli altri commercianti, altrimenti "guai".
A scatenare l'estorsione sarebbe stata la decisione del neo parroco di togliere la gestione dell'impianto sportivo a un affiliato alla cosca e per questo gli è stato imposto di pagare la tassa del "pizzo" alla mafia. Raccontano due collaboratori di giustizia che il sacerdote avrebbe chiesto in giro e poi, una volta individuati i mafiosi, si sarebbe informato a quanto ammontava il versamento per "mettersi a posto". Un modo per non far agitare le acque. E per questo motivo, rivela oggi un'inchiesta della procura di Palermo di cui è in possesso "l'Espresso", don Miguel si sarebbe presentato ai mafiosi per pagare. Ma la tassa imposta è una cifra troppo elevata e don Miguel si rifiuta di versarla. È una storia inedita di cui non si è mai saputo nulla.
A svelare i retroscena ai magistrati sono stati due collaboratori di giustizia: Salvatore Giordano e Sebastiano Arnone, due mafiosi dello Zen. Sono stati loro a raccontare che don Miguel è stato aggredito e minacciato perché si era opposto al pizzo, dopo aver chiesto a quanto ammontasse e, in più, non aveva dato lavoro a un'impresa collegata con le cosche. In questa storia sono importanti i segnali che sono stati raccolti, perché a diciotto anni dall'uccisione di padre Pino Puglisi si torna ancora a registrare l'oppressione della mafia sulla Chiesa. Con il silenzio dei preti, la paura che li attanaglia e l'esempio negativo di chi preferisce subire e non denunciare favorisce di fatto Cosa nostra. Quello che è accaduto a don Miguel oggi lo scopriamo grazie al pentimento di due picciotti. "Mettersi a posto" è una frase importante se pronunciata a Palermo. Perché dire che quando si danno i soldi alla mafia ci si mette a posto, significa nel gergo mafioso che prima a posto non si era, mentre pagando il pizzo si diventa "regolari". Ma anche per la Chiesa mettersi a posto con la mafia significa riconoscere che lo Stato che controlla il territorio ed esige le tasse è la mafia, ed è sempre con questa che il cittadino deve regolarizzarsi. Sembra un paradosso, ma è così che succede. Ed è così che l'omertà, anche di alcuni religiosi, appare sul territorio come un segnale negativo. Don Miguel non denuncia alcun antefatto. E non fornisce agli investigatori nessuna pista su cui indagare. Sul "pizzo" tace. Il prete preferisce restare in silenzio. Ha paura perfino di confermare di aver subito l'aggressione. Parlando con i giornalisti dice: "A volte è meglio tacere anche una verità". "Per il bene del quartiere. Non sono il parroco del centro di Milano, basta una parola sbagliata...". Finita la frase, il prete si passa il dito sotto la gola, da parte a parte. Il segno di una minaccia di morte è forte.
Le estorsioni arrivano fino in sacrestia a Palermo. Questo è il metro per comprendere quanto complesso sia oggi il rapporto tra Chiesa e mafia in Sicilia. Un legame che ancora oggi viene registrato in alcune sacrestie. E proprio per questo motivo c'è chi grida al "vano sacrificio" di don Puglisi, il parroco di Brancaccio assassinato nel 1993 su ordine dei boss stragisti Filippo e Giuseppe Graviano.
"È stato versato invano il sangue di Padre Puglisi". Ripete più volte don Baldassere Meli, uno degli otto sacerdoti che all'indomani dell'uccisione del parroco inviarono una vibrante lettera al papa in cui chiedevano di ripulire sacrestie e conventi dall'inquinamento mafioso. "Continuano ad esserci sacerdoti e vescovi che non sono testimoni autentici della liberazione che Cristo vuole per questa nostra isola". Dopo una lunga esperienza al fianco di bisognosi e immigrati a Palermo, don Meli da cinque anni si è trasferito a Castelvetrano, in provincia di Trapani. "La collusione di alcuni preti che abbiamo denunciato dopo l'omicidio di don Pino, purtroppo ancora oggi è diffusa. Per questo motivo sostengo che il suo sacrificio non è servito a cambiare il nostro stile di svolgere la pastorale, soprattutto nella formazione dei giovani. Con queste condizioni non c'è sbocco, e la Chiesa dovrebbe dichiarare bancarotta nella lotta alla mafia". Don Meli vede ancora incrostazioni nella chiesa palermitana. "Occorre ammettere che non siamo cresciuti con l'idea di ribellarci alla mentalità mafiosa. Alcuni, nel concreto, si sono però resi conto che non potevano restare in silenzio. Ed hanno cominciato a denunciare. Non perché si diventa preti antimafia. Io, ad esempio, non lo sono, ma non voglio essere colluso. Occorre però denunciare per il semplice fatto che il sistema mafioso è anti-evagelico, e per questo non si può far finta di non vedere e non sentire". Don Meli ricorda come la Chiesa all'indomani dell'omicidio di Brancaccio non seppe valorizzare alcuni segnali importanti da inviare al territorio. "Un mese dopo l'uccisione venne organizzata una manifestazione che si snodava per le strade di Brancaccio. Partecipai a quella iniziativa, e con me solo quattro preti. Al termine della manifestazione era prevista nella cattedrale la messa per don Pino, e trovai lì circa duecento preti. Rimasi sconvolto, perché pensavo che se tutti fossero venuti nel pomeriggio a Brancaccio alla manifestazione avremmo dato un segnale fortissimo al quartiere. Purtroppo non sappiamo cogliere queste occasioni preziose. E oggi mi chiedo ancora una volta: cosa hanno capito dell'uccisione di don Pino?".
Sono passati 18 anni dall'anatema che venne lanciato nella Valle dei Templi da Giovanni Paolo II: "Mi rivolgo ai responsabili. Convertitevi, un giorno arriverà il giudizio di Dio!". Undici anni prima, invece, durante un'altra visita del papa in Sicilia in molti rimasero insoddisfatti. Wojtyla, pontefice da poco più di quattro anni, non pronunciò in quella occasione la parola mafia. E andarono deluse le attese di quanti chiedevano una posizione più netta in un'isola che in quel periodo era scossa da omicidi eccellenti: a settembre del 1982 erano stati uccisi il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie e un poliziotto.
Quello che caratterizza oggi le parrocchie palermitane è la paura di affrontare a viso aperto la mafia. Il silenzio delle armi voluto da Cosa nostra ha reso la mafia invisibile e tutto ciò provoca la reazione di giovani parroci che sostengono di non parlarne in chiesa perché "è difficile individuare cos'è oggi la mafia". Un gruppo di bambini palermitani che aderiscono al comitato Addiopizzo Junior hanno incontrato nei mesi scorsi una decina di preti delle parrocchie per sollecitare una loro presa di posizione, anche durante l'omelia. Sono gli stessi ragazzi che hanno chiesto con una lettera al papa, alla vigilia della sua visita a Palermo lo scorso 3 ottobre, di lanciare un forte messaggio contro Cosa nostra, supplica che il pontefice ha ascoltato. Ma quando i giovani hanno incontrato i preti, portando come esempio l'azione evangelica e coraggiosa condotta da padre Puglisi, in alcuni casi si sono sentiti rispondere: "Se tutti fossimo come lui non ci sarebbero più preti a Palermo". Altri hanno respinto l'idea: "Il prete non deve fare antimafia, ma deve portare avanti le parole del Vangelo". Eppure il papa e i vescovi siciliani hanno continuato, dopo l'uccisione di don Puglisi, a condannare la mafia, a scomunicare i boss. Ma quella che può essere una linea teorica impartita dall'alto della gerarchia ecclesiastica, sembra non essere messa in pratica da alcuni sacerdoti che vivono il territorio. Un territorio ancora intriso di mafiosi e collusi, in cui accade di dover esplorare il sacrilego scenario dei rapporti tra mafia e chiesa.
La Chiesa, come pure Cosa nostra, vive di messaggi e segnali. Chissà come sarà stato decifrato l'incontro strombazzato nel febbraio 2009 fra l'onorevole Saverio Romano, oggi ministro dell'Agricoltura, già all'epoca indagato per mafia e indicato pubblicamente da un pentito come affiliato ad una cosca, e l'arcivescovo di Palermo Paolo Romeo? Il politico aveva voluto far sapere ai propri elettori che raccoglieva "l'appello che in più di un'occasione in questi anni ha lanciato monsignor Romeo sulla grave situazione in cui versano i cittadini, le famiglie, le imprese". Romano sosteneva di farsene carico per risolverlo.
Ci sono ancora oggi parrocchie a Palermo in cui il distacco fra organizzazione criminale e Chiesa sembra non essere mai avvenuto. Dove i preti - non in tutti i casi - vivono al di fuori della realtà che li circonda.
Se negli anni Novanta nelle borgate della periferia spuntavano come funghi giovani preti che trasformavano le chiese in prime linee dell'antimafia, oggi tutto ciò sembra essere scomparso.
I vescovi siciliani hanno dato ampi segnali di risveglio ponendosi come argine all'offensiva dei boss. Dall'omelia su "Sagunto" del cardinale Pappalardo, per i funerali del prefetto Dalla Chiesa, all'urlo di papa Wojtyla nella Valle dei Templi, all'uccisione di don Puglisi, la Chiesa ha progressivamente aumentato la sua azione contro la mafia. Lo ha fatto di recente anche papa Benedetto XVI parlando ai giovani siciliani lo scorso ottobre a Palermo: "Non cedete alle suggestioni della mafia, che è una strada di morte, incompatibile con il Vangelo, come tante volte i vostri vescovi hanno detto". Ma pochi mesi prima dell'arrivo del pontefice l'area cattolica palermitana doveva fare i conti con un altro spiacevole episodio: l'arresto del segretario del Movimento cristiano lavoratori, Giuseppe Liga, architetto, considerato l'erede dei boss Lo Piccolo. Un professionista che ha messo insieme mafia, religione e politica. Un cattolico capace di parlare al mattino con i sacerdoti, a pranzo con gli assassini e il pomeriggio con il presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, così come emerge dall'inchiesta su Liga.
Questo continuo miscuglio non piace a tutti gli uomini di Chiesa. Chi punta il dito su cosa è oggi la mafia, soprattutto agli occhi dei giovani sacerdoti, è padre Francesco Stabile, storico della chiesa, da decenni impegnato nel sociale in un territorio difficile come quello di un quartiere di Bagheria. "La mafia non è così evidente e il clero oggi ha bisogno di una lettura corretta del fenomeno mafioso". Secondo padre Stabile "in molti nel clero non hanno ancora la convinzione che la mafia tocchi la sfera religiosa". Per questo motivo il sacerdote parla di una "frattura" che vi sarebbe fra i documenti ufficiali della Chiesa e il territorio, perché "di fatto non vengono vissuti e discussi o fatti propri a livello locale".
"La mancanza, per fortuna, di fatti eclatanti provocati dalla mafia, ha portato probabilmente a non far comprendere ai giovani del clero palermitano quanto invece è ancora forte e presente la mafia. È pur vero che oggi il primo obiettivo di cui ci dobbiamo occupare nelle parrocchie è la crisi economica che investe centinaia di famiglie, ma proprio per questo motivo dobbiamo sempre tenere alta la guardia contro la criminalità, in modo da evitare che la mafia possa rappresentare l'ancora di salvezza per le persone in difficoltà finanziarie". L'anziano prete si infervora: "Non sono felice di ciò che accade oggi nel clero palermitano". E poi aggiunge: "Vorrei una chiesa più forte e coraggiosa, capace di dire parole forti sui temi sociali e sulla mafia. Non siamo gli inquisitori di nessuno, ma occorre sottolineare ciò che il Vangelo ci chiede, e la società deve iniziare a prendere coscienza".
Chi invece sostiene che anche una minoranza di preti che ogni giorno si batte nel palermitano contro la mafia può sovvertire una maggioranza indifferente è padre Carmelo Torcivia, docente presso la facoltà teologica di Sicilia, il quale insiste sul fatto che adesso la Chiesa ha una sua linea contro Cosa nostra, tracciata nero su bianco in documenti ufficiali. "È sempre una minoranza che porta una coscienza civile e che fa le lotte. La maggioranza sta a casa. E noi preti non siamo dissimili dalla società. Perché non siamo angeli. Siamo uomini in carne e ossa, con le nostre debolezze e i nostri limiti. Pure nella Chiesa c'è un gioco di minoranza e maggioranza".
Non tutto il clero è lo stesso in Sicilia. A far la differenza e spiegare che ogni realtà è diversa dall'altra è monsignor Mimmo Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo. "Un ruolo importante lo hanno avuto ed hanno i vescovi". Salvatore Pappalardo ruppe una secolare tradizione di silenzio pronunciando la prima omelia antimafia della storia. Era il 4 settembre 1982. Appena ventiquattro ore prima, in via Isidoro Carini, un commando uccideva il prefetto Dalla Chiesa. Con una similitudine di grande effetto, Pappalardo paragonò Palermo a Sagunto espugnata dai nemici con il cuore livido di rabbia e gonfio di dolore. Le sue parole furono pesantissimi macigni rovesciati sui mafiosi, uomini senza morale e senza onore. Quel pomeriggio Pappalardo divenne un importantissimo punto di riferimento della cultura antimafia che cominciava a montare in quegli anni nel sentimento dei palermitani.
"L'eredità del cardinale Pappalardo è ancora forte a Palermo, ma mentre lui parlava, nel resto della Sicilia non tutte le voci erano coralmente sintonizzate su di lui. Palermo è stata punta avanzata, e forse lo è ancora, ma in altre realtà dell'isola questa stessa sensibilità non ce l'hanno", denunciano i vescovi pronunciando una condanna decisa della mafia e denunciandone la presenza nel trapanese: "A Mazara la mafia c'è: nel calcestruzzo, nella grossa distribuzione alimentare e nelle piccole forme mafiose presenti nella burocrazia". Un territorio che è il regno del latitante Matteo Messina Denaro, il personaggio più importante in questo momento in Cosa nostra. "Posso affermare che oggi i familiari di Messina Denaro chiudono la porta in faccia al prete della loro parrocchia. Ciò significa che non lo riconoscono come una persona che è dalla loro parte. Non come persona fisica, ma per quello che rappresenta: la Chiesa. Questo significa che la mafia inizia a percepire la Chiesa come alterità rispetto a prima. Dal punto di vista culturale è cambiato qualcosa".
Mentre la famiglia del boss latitante trapanese chiude la porta in faccia al suo parroco, a Roma si spalanca la cella del carcere di Rebibbia in cui è rinchiuso l'ex presidente della Regione siciliana, Totò Cuffaro. Cella aperta per poter ricevere la visita di tanti uomini di chiesa. Tra tutti l'ex vescovo di Catania, Giuseppe Bommarito, che ha voluto portare un saluto all'ex governatore che deve scontare sette anni di carcere per aver favorito la mafia. Ma non è il solo prelato a occuparsi del detenuto Cuffaro. Anche l'ex presidente della Conferenza episcopale italiana, Camillo Ruini, ha scritto una lettera che avrebbe fatto commuovere l'ex governatore. Eppure queste visite cristiane al carcere di Rebibbia non hanno lo stesso significato degli incontri del ministro, già all'epoca indagato, Saverio Romano nelle segrete stanze delle Curie siciliane. n