Bisogna andare alle radici dell’emigrazione e delle cause che la alimentano. Tendere la mano in Africa, ma anche avere il coraggio di battere i pugni sul tavolo a Bruxelles per denunciare la politica estera di Paesi amici che produce miseria, consegna folle di clienti ai trafficanti e non smette di farlo

«L'Italia? È un paradiso ad appena quattro settimane dal Gambia, tre settimane dal Mali, due dalla Nigeria. E costa poco arrivarci: l’equivalente di trecento euro, non di più. Oggi non è come prima che le barche affondavano. Adesso non ci sono più pericoli perché la guardia costiera ti prende in mare e ti porta in salvo. Poi per due anni ti aiuta lo Stato italiano, giusto il tempo di ricevere il permesso di soggiorno e trovare un buon lavoro. Oppure te ne vai a Parigi, Berlino, Londra. Una volta che sei in Europa non ci sono più confini». Ecco la nostra fotografia. Siamo l’isola che non c’è.

Il racconto è vero. Dicono così ai loro clienti i trafficanti e i promotori della sfida che vale la vita. Da Est a Ovest, dall’Eritrea al Senegal. Una narrazione che ha un unico scopo: sfruttare la miseria, la paura, l’insicurezza e fare soldi. La realtà è dalla loro parte.
[[ge:espresso:attualita:1.295644:article:https://espresso.repubblica.it/attualita/2017/02/17/news/nel-centro-lager-di-garian-dove-finisce-l-umanita-1.295644]]
Nel 2016 ce l’hanno fatta 181.436 persone. Dall’inizio del 2017, in meno di due mesi, siamo già a quota diecimila. E non è vero che il flusso sul fronte orientale si sia fermato, come Bruxelles vuole far credere per promuovere il suo “immigration compact” contro gli sbarchi, il patto pagato miliardi alla Turchia. L’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite, ha contato in Grecia dal primo gennaio 1.864 nuovi arrivi e, in proporzione al numero di abitanti, italiani e greci sono alla pari. Ma i viaggi, tutti i viaggi, hanno origine nelle parole: dall’idea che ci siamo fatti della destinazione. E noi, con i nostri funzionari prefettizi, i programmi di governo, il ministero degli Esteri, la nostra intelligence, abbiamo mai provato a rovesciare questa narrazione? Ad andare là, nei mercati all’aperto, nelle stazioni di autobus, davanti alle agenzie dove si vende il futuro, nelle chiese e nelle moschee, a raccontare come stanno davvero le cose? E magari a proporre un percorso di vita alternativo? La risposta ovviamente è no. Non abbiamo mai mandato nessuno.
[[ge:espresso:foto:1.295663:mediagallery:https://espresso.repubblica.it/foto/2017/02/17/galleria/libia-i-centri-lager-che-imprigionano-i-migranti-1.295663]]
Cambiare rotta significa partire finalmente da qui: da quello che avremmo dovuto dire quindici anni fa e non abbiamo mai osato pronunciare. Significa andare alle radici dell’emigrazione e delle cause che la alimentano. Significa tendere la mano in Africa, ma anche avere il coraggio di battere i pugni sul tavolo a Bruxelles per denunciare la politica estera di Paesi amici (e dovremmo metterci anche la nostra), che produce miseria, consegna folle di clienti ai trafficanti e non smette di farlo.

Credete davvero che dietro l’emigrazione di massa ci siano soltanto passatori e organizzazioni criminali? Pensate che colpendo loro si possa magicamente fermare il flusso? Questo nostro breve viaggio, dai camion del Sahara a ogni singolo giaciglio dei 174.912 stranieri che l’Italia sta oggi ospitando nelle sue varie strutture di accoglienza, dimostra un’altra verità: dietro l’emigrazione ci siamo noi europei. La Francia prima di tutto. Poi la Gran Bretagna. E, per una piccola parte, anche noi italiani. Senza la collaborazione di Parigi, di Londra ma anche delle nostre imprese, prima fra tutte l’Eni, siamo destinati a fallire. E con le frontiere europee chiuse, diventeremo il Cara dell’Unione, fin tanto che l’Europa unita resisterà. Poi saranno semplicemente affari nostri.

Il governo dell’ex ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, nel suo probabile anno di lavoro fino alle prossime elezioni, avrebbe dovuto osare molto di più. Avere presidente del Consiglio il capo della diplomazia e agli Esteri il ministro dell’Interno uscente promette, almeno sulla carta, il massimo delle competenze. Il piano per ridurre gli sbarchi varato in questi giorni e supportato, a parole, dal Consiglio europeo riunito a Malta è invece un tuffo nel passato.

L’accordo con il premier di Tripoli e dintorni, Fayez al-Serraj, non tiene conto che il governo libico sostenuto dalle Nazioni Unite (e dall’Italia) conta in Libia come Obama sotto la presidenza Trump. Cioè quasi nulla. Mentre il programma ufficializzato in settimana dal ministro dell’Interno, Marco Minniti, per l’apertura in ogni regione di un centro di detenzione, ora ribattezzati Centri di permanenza per il rimpatrio, darà lavoro a molte imprese (per la costruzione delle strutture) e alle cooperative italiane (per la gestione). Ma si scontra, come vedremo, con i numeri delle persone da rimpatriare. Senza considerare le violazioni, già prevedibili, delle norme internazionali sulla protezione e la sicurezza di uomini e donne. La Libia non può certo considerarsi un Paese affidabile ed è già alle prese con un gran numero di profughi interni. Le varie milizie della guardia costiera libica stanno di solito dalla parte dei trafficanti. E stabilire un solo grado di giudizio per il diritto d’asilo, come prevedono i nuovi decreti, è un auspicio che, secondo qualunque bravo avvocato o magistrato, si scontra con i principi costituzionali.

Il governo Gentiloni ha insomma imboccato la stessa strada percorsa più volte dal 2004 dai governi di Silvio Berlusconi e qualche volta da Romano Prodi. Ha preferito affrontare la questione dai suoi effetti e non alla radice. Il risultato di oltre dieci anni di rapporti esclusivi con Tripoli è davanti a noi: gli sbarchi annuali sono esplosi dai quindicimila di allora ai numeri di oggi. Avanti di questo passo, cosa accadrà tra dieci anni?

Andare in Africa a raccontare come stanno davvero le cose non è un’operazione difficile o pericolosa. Bisognerebbe prima di tutto far sapere che il viaggio non dura quattro settimane: secondo un’indagine del 2016 pubblicata dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), il 67 per cento delle persone arrivate in Italia ha impiegato quasi un anno. E non costa l’equivalente di trecento euro, visto che già per il passaggio in barca dalla Libia i trafficanti chiedono fino a milleseicento dollari. È vero, i morti in mare non fanno effetto: i 4.733 del 2016 sono il 2,6 per cento delle persone sbarcate vive. Quindici anni fa in proporzione le vittime erano molte di più: si toccava il dodici per cento. E comunque morire di miseria a casa o durante il viaggio non fa differenza, secondo il punto di vista di chi parte.

Testimoni autorevoli sarebbero invece i sopravvissuti rapiti e torturati nei covi dei trafficanti o nelle celle libiche e poi ritornati indietro, grazie ai piani di rimpatrio finanziati dall’Oim o da organizzazioni non governative. Le loro delusioni non sono fredde statistiche compilate in Europa, ma storie credibili. Qualche associazione lo sta facendo. Sono però piccole gocce.

Nel 2015 l’Espresso aveva già raccontato cosa sapessero di noi gli emigranti accampati nelle stazioni degli autobus a Niamey, capitale del Niger, il primo Stato che si incontra a Sud della Libia. Queste le parole di uno di loro, Ebrima Sey, 32 anni, in viaggio dal Gambia, Stato di appena un milione e ottocentomila abitanti, poco più di Milano, ex colonia britannica, 11.929 sbarcati nel 2016, 8.123 nel 2015, 793 dall’inizio dell’anno: «Quello che so dell’Italia è che è un Paese pacifico», dice Ebrima Sey, «di gente pacifica. Anni fa ho sentito che il papa, quello che poi è morto, ha detto che le persone che soffrono la fame vanno aiutate, non vanno mandate indietro. È una frase che è rimasta nella mia testa da tanto tempo. Io non riesco ad aiutare me stesso, mio figlio, mia moglie. Ma so che se arrivo in Italia, la mia vita non sarà più una sopravvivenza. So che è possibile avere documenti e trovare un lavoro». Forse l’Italia era così dieci anni fa. Nessun trafficante ovviamente racconta che oggi siamo il Paese dove il 40 per cento dei coetanei di Ebrima e dei più giovani è senza lavoro. Siamo l’approdo che sulle cartellette per le riunioni dei loro manager, le multinazionali definiscono “no hope country”, nazione senza speranza.

Dal primo gennaio 2014 l’Italia ha assorbito pacificamente in tre anni l’arrivo di 505.378 stranieri via mare. Poco più di centomila sono riusciti a raggiungere altri Paesi europei. Il resto pone domande sul loro e nostro futuro che ci riguardano direttamente. Una premessa è comunque obbligatoria: quanti fuggono da guerra, regimi o situazioni di pericolo hanno sempre diritto d’asilo. Le commissioni territoriali, applicando le norme internazionali, non riconoscono però la povertà, la disoccupazione, la rapina delle risorse energetiche tra i motivi di protezione umanitaria. Così lo Stato italiano va a prendere fin quasi sotto costa in Libia decine di migliaia di profughi ogni anno. Ma una volta portati in salvo in Italia, a più del 60 per cento di loro nega la possibilità di rimanere come cittadini con diritti e doveri.

Sono fantasmi la cui richiesta di asilo è stata respinta e che per questo non potranno essere assunti, affittare casa, ambire a diplomarsi o laurearsi, sposarsi, o semplicemente registrarsi a qualunque attività pubblica. Persone ridotte a vivere nelle baracche, nelle fabbriche abbandonate, a lavorare in nero: le commissioni territoriali hanno prodotto 55.423 fantasmi nel 2016, 41.503 nel 2015, 14.217 nel 2014, 9.175 nel 2013. Un totale di 120.318 immigrati dichiarati irregolari che, almeno sulla carta, dovrebbero essere trattenuti e rimpatriati grazie alle nuove strutture di detenzione da costruire in ciascuna delle venti regioni: «Per complessivi 1.600 posti che sorgeranno fuori dei centri abitati ma vicino ad “hub” di comunicazione stradale», come è scritto nel comunicato del Viminale. Se questa doveva essere la fine scontata, non sarebbe costato meno fermarli via terra prima che attraversassero il Sahara? Una volta arrivati in Libia, infatti, è troppo tardi. Da lì non resta che scappare.

Abbiamo provato a immaginare spese e tempi di rimpatrio utilizzando l’Airbus 340, lo stesso modello dell’aereo presidenziale che il premier Matteo Renzi ha a suo tempo affittato da Etihad e caricato sul bilancio statale al modico prezzo di 40 mila euro al giorno. Considerati i 359 posti dell’Airbus nella versione passeggeri, per riportare a casa gli oltre 120 mila stranieri respinti finora servono 1.011 viaggi. Tra ore di volo di andata e di ritorno fanno 2.022 giorni, cioè cinque anni e mezzo di attività senza nemmeno un giorno di riposo. I protocolli di sicurezza prevedono che ogni straniero rimpatriato sia accompagnato da due agenti. Calcolando mille euro a testa il costo medio per passeggero di un volo a Sud del Sahara, ciascuna persona da rimpatriare occupa dunque tre posti: il suo, più i due poliziotti di scorta. La spesa di tutta l’operazione raggiungerebbe così la bellezza di 300 milioni e 954 mila euro. Oltre alle indennità di missione, il costo dei trasporti a terra verso gli aeroporti e così via. È molto più di quanto i trafficanti libici hanno incassato dagli stessi 120 mila per lasciarli salire sui barconi (181 milioni). Con una banale premessa: senza accordi bilaterali e buone relazioni tra i Paesi, non si rimpatria nessuno.

Ovviamente le parole senza alternative pratiche non servono a nulla. Tempo fa avevamo raccontato come l’Università di Torino e l’Ong “Terre solidali” fossero riuscite a creare venti posti di lavoro con un microcredito di 25 mila euro a sostegno di iniziative imprenditoriali stabili affidate alle donne in Niger, Paese chiave nel traffico di migranti verso la Libia. Venti posti di lavoro sono venti famiglie africane: centoquaranta persone che non avranno bisogno di emigrare. Giusto per fare un calcolo a spanne: prendiamo la super tangente di un miliardo e 28 milioni di euro (1.092 milioni di dollari) incassata da politici e faccendieri nella confinante Nigeria, di cui è accusata l’Eni per il giacimento di petrolio Opl245. Con un impiego legale e giusto, i soldi di Eni avrebbero potuto creare 822.400 posti di lavoro nella regione. Siamo così scesi alla radice di tutta la questione.

La Farnesina ha annunciato per il 2017 l’apertura dell’ambasciata italiana a Niamey, la capitale del Niger. A questo punto i governi italiani che verranno non potranno più fingere di non vedere. Il Niger è un Paese potenzialmente ricco. È il quarto esportatore al mondo di uranio. Solo dal 2013 due quintali vanno alla Cina. Tutto il resto, da sempre, tra le quattro e le quattro tonnellate e mezzo l’anno, viene letteralmente prelevato dalla Francia in base a un accordo di difesa del 1961, tuttora in vigore. Come conferma il bilancio 2015, la società di Stato francese “Areva” è esentata dal versamento a Niamey di qualunque forma di imposte sulla sua attività estrattiva. E grazie all’uranio del Niger, la Francia produce un terzo della sua elettricità: un terzo delle città francesi, delle industrie, degli ospedali e dell’energia che Parigi vende all’estero è praticamente alimentato dallo Stato africano. Senza incassare imposte, però, il Niger non ha risorse per investire in infrastrutture. Così soltanto il tre per cento dei nigerini ha accesso all’elettricità. Ogni black out nell’unico grande ospedale pubblico del Paese è un picco sui registri dell’obitorio: quando si fermano i ventilatori, nei reparti è una strage di bambini e anziani uccisi dal caldo. Un coraggioso presidente eletto democraticamente, Mamadou Tandja, nel 2006 aveva tentato di ridiscutere il dossier sull’uranio: improvvisamente il Nord del Niger si è trovato sotto l’attacco di una rivolta tuareg armata dalla Libia di Gheddafi e sostenuta da Parigi. Poi nel 2010 il solito colpo di Stato ha tolto di mezzo Tandja e la speranza.

La Francia la ritrovi anche dietro il caos libico e il generale Khalifa Haftar, nemico del governo sostenuto dall’Onu e dall’Italia. Sono parole di Jean-Pierre Chevènement, già ministro francese della Difesa e dell’Interno, in un’intervista a “Le Figaro”: «Nel 2011 noi abbiamo distrutto la Libia... sotto la guida di Sarkozy. Abbiamo violato la risoluzione delle Nazioni Unite, che ci dava il diritto di proteggere la popolazione di Bengasi e ci siamo spinti fino al cambiamento del regime».

Di solito in un sistema legale chi rompe paga. Il colonialismo ha solo cambiato faccia. L’emigrazione di massa ne è il risultato. Gentiloni, Alfano, Minniti, se ne hanno il coraggio, di questo dovrebbero discutere a Parigi, a Bruxelles. E al di là del Sahara.

L'edicola

Voglia di nucleare - Cosa c'è nel nuovo numero dell'Espresso

Il settimanale, da venerdì 28 marzo, è disponibile in edicola e in app