Solo il vento li tiene lontani. La massa di disperati in fuga dalla Libia sa che con onde così alte la traversata verso la Sicilia sarebbe un suicidio. Ma l'esodo è già cominciato: l'Onu ritiene che nei primi dieci giorni di scontri oltre 150 mila persone abbiano lasciato il Paese devastato dalla rivolta e dalla repressione di Gheddafi. Sul confine occidentale regna il caos. In Tunisia ci sono già 75 mila profughi accampati come capita, altre migliaia chiedono di uscire dalla Libia: impossibile contarli, le stime vanno da 40 a 60 mila.
L'esercito tunisino fatica a controllare la situazione: spara in aria e usa i bastoni per cercare di mantenere l'ordine. Si riesce solo a distribuire qualche panino, non c'è assistenza medica mentre donne e bambini sono stremati per le notti al freddo e le lunghe camminate. Volontari delle Ong stanno allestendo delle tende, ma manca praticamente tutto. E le Nazioni Unite ritengono che ogni ventiquattr'ore arrivino altri 15 mila fuggitivi, sfidando ogni genere di pericolo. Quella ormai è terra di nessuno: ci sono bande tribali in armi, vengono segnalati movimenti delle truppe fedeli a Gheddafi. Gli unici che sanno come muoversi sono i trafficanti di uomini: le spiagge dove per anni hanno riempito i barconi diretti a Lampedusa distano pochi chilometri dalla frontiera, ma il mare è impietoso e un muro di onde finora ha sbarrato la rotta per la Sicilia. L'Italia ha varato una missione umanitaria, per "assistere le popolazioni lì ed evitare che partano", come ha spiegato il ministro Roberto Maroni.
Invece dall'altro lato del Golfo della Sirte, in Cirenaica, l'Europa appare più vicina. I traghetti per la Turchia continuano a salpare, imbarcando cittadini di tutto il Medio Oriente che dormono sui moli di Bengasi in attesa di salire su una nave. Sono bastimenti che non temono la furia del Mediterraneo e trasportano l'avanguardia della grande fuga, quella che cercherà di penetrare dalla frontiera greca: attraverseranno il fiume Evros, con un cammino di sofferenza e morte descritto da Fabrizio Gatti nelle pagine che seguono.
Anche la frontiera orientale della Libia appare abbastanza tranquilla: l'esercito di Gheddafi è lontano, mentre quello egiziano vigila sui varchi.
Da lì sono già passati in 69 mila, quasi tutti cittadini egiziani. La crisi di Tripoli rischia di infliggere un duro colpo all'economia del Cairo, già provata dalla rivolta che ha fatto cadere Mubarak: dalla Libia stanno rientrando 140 mila tra tecnici, operai, cuochi, manovali e camerieri. Persone che non si sa quando troveranno un altro lavoro. E che potrebbero cercare di tentare la fortuna in Europa, contando su amici e parenti. Almeno 40 mila egiziani sono scappati dalla Libia verso la Tunisia. E, quando il vento calerà, saranno i clienti migliori per gli scafisti: hanno i soldi per pagare la traversata. Lo stesso potrebbe accadere con tanti tunisini, rimasti senza stipendio dopo la rivoluzione di gennaio. Prima che il mare diventasse una barriera a Lampedusa ne sono arrivati 6 mila, cogliendo alla sprovvista i nostri apparati di sicurezza. Gran parte, però, non sembra intenzionata a restare in Italia: la loro meta è la Francia, dove li aspettano nuclei familiari radicati. L'intelligence di Parigi ha fatto scattare subito l'allarme e il 19 febbraio una circolare del ministero degli Interni francese ha ordinato alle prefetture sul confine "di potenziare le pattuglie per un'operazione contro i cittadini di nazionalità tunisina in situazione irregolare". Come se la crisi nel Maghreb fosse solo un problema italiano.
Ancora una volta, l'Europa rischia di essere il grande assente davanti all'emergenza. La risposta agli appelli del governo Berlusconi appare di basso profilo. È stato anticipato lo schieramento della missione Hermes, inizialmente pianificata per maggio: è lo scudo di Frontex, il dispositivo dell'Ue per il controllo dell'immigrazione. In Sicilia sono arrivati quattro aerei da pattugliamento, due elicotteri e due navi militari forniti da sei Paesi dell'Unione. Assieme a loro c'è una task force di 50 specialisti dell'Europol che dovranno identificare i profughi nei centri di Lampedusa, Crotone, Bari, Caltanissetta e Catania. A Siracusa con i fondi di Frontex è stato inaugurato un centro radar per vigilare sulla costa siciliana più esposta. Basteranno questi mezzi per fronteggiare l'esodo?
Le nostre forze dell'ordine si stanno preparando al peggio, convinte di non potere contare sugli alleati. Polizia, Carabinieri, Finanza e Capitaneria sono in massima allerta con vedette d'altura, velivoli da pattugliamento e personale potenziato. Difficile che la Marina militare, pronta a presidiare le coste libiche se venisse deciso un embargo internazionale contro Gheddafi, possa intervenire per intercettare i barconi in partenza: il dramma della corvetta Sibilla - che nel 1997 urtò una nave albanese provocando 59 vittime nel canale di Otranto - non è stato dimenticato. L'Aeronautica invece sta progettando un ponte aereo per smistare chi sbarca a Lampedusa, come è accaduto alla prima ondata di tunisini trasferiti nei cpt di Bari, Brindisi, Crotone.
Il grosso potrebbe venire concentrato nel Catanese, nella vecchia base di Mineo che ospitava gli alloggi dei militari statunitensi di Sigonella: un complesso recintato dove c'è spazio per 6 mila persone. In tutta Italia, però, ci sono strutture per custodire "in attesa di identificazione" al massimo 10 mila migranti. Mentre la stima più ottimistica - quella di Antonio Morano, comandante della Capitaneria di Lampedusa - ipotizza che bisognerà accoglierne poco più di 30 mila. Il ministro degli Esteri Franco Frattini invece ha prospettato un vero esodo di oltre 200 mila persone. E per questo la Difesa sta cercando di censire tutte le caserme dismesse che possano venire attrezzate in caso di numeri a cinque zeri.
In teoria, tunisini ed egiziani non hanno diritto allo status di rifugiati. E applicando alla lettera le nuove disposizioni di legge, il procuratore di Agrigento Renato Di Natale ha iscritto nel registro degli indagati tutti i 6 mila tunisini sbarcati a Lampedusa per il reato di immigrazione clandestina. Ma le procedure per identificare grandi nuclei di migranti sono praticamente impossibili: senza la collaborazione dei Paesi d'origine non si può fare nulla. E in Tunisia, ad esempio, molti degli uffici della polizia sono stati distrutti durante la rivolta popolare e nel caos alla frontiera è difficile ipotizzare dei voli di rimpatrio. Più facile forse la collaborazione con l'Egitto per tentare di fare rispettare gli accordi di rimpatrio, negoziati e siglati dagli uomini di Mubarak.
Ma non bisogna dimenticare che molte delle persone che cercano di fuggire dalla Libia hanno i requisiti per ottenere l'asilo. Oggi nel Paese si è scatenata la caccia al nero, che prende di mira le comunità più povere. Eritrei, maliani, ciadiani, somali sono visti con sospetto e considerati "servi di Gheddafi" dai rivoltosi. Una tragedia confermata dall'Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu, che ha descritto le telefonate arrivate ai suoi uffici con testimonianze di aggressioni, omicidi e rapine. Anche i soldati di Tunisi impediscono l'ingresso ai fuggitivi originari dell'Africa subsahariana. Per questi disperati, spesso accompagnati da mogli e figli, non c'è modo di tornare a casa: non hanno alternative alla traversata. E quando il mare si calmerà, faranno di tutto per arrivare a Lampedusa.