A parlare è Dino Zoff, il portiere nazionale. Quattro Mondiali, 40 anni di calcio tra i pali e la panchina d’allenatore. Per tutti SuperDino. Più semplicemente, una persona seria.
«Con mio padre non si parlava tanto, le regole erano quelle, se avessi trasgredito mi sarei ritrovato fuori dalla porta». Mariano del Friuli, case in fila sulla provinciale e filari di vigna, ai margini dei confini, in una terra di trincea e di mani indurite dal lavoro nei campi. «La scelta era tra studiare e imparare un mestiere. E poi se c’era tempo, c’era anche il calcio. Perché era considerato un gioco, non un lavoro. Un gioco autentico». Fatto di poesia e di essenzialità, dove non si misura tutto in gol e parate.
«L’esaltazione di una singola vittoria, sbandierata in maniera esasperata, svilisce la sostanza del calcio. Gli fa perdere la bellezza». È lo Zoff di sempre, ma nel suo consueto rigore si intravede una serena consapevolezza. Non è vero che parla poco, è che ricerca con misura le parole. Gli dà un senso per esprimere concetti importanti, oggi più che mai fondamentali. «Sono vecchio», sorride. «E anche responsabilità è una parola vecchia». In effetti spiazza sentir parlare di responsabilità guardando al mondo del calcio di oggi, ai suoi protagonisti in campo e fuori. «Ci sarebbe bisogno di responsabilità, di avere comportamenti adeguati», ammette. «Nella vita mi sono sempre ispirato a valori fondamentali e mi sono sempre sentito vincolato nel non tradirli. Diversamente, se si vive tutto in maniera troppo esasperata e senza rispetto, si perdono le basi della civiltà». Si fa per un attimo pensieroso per poi chiedere: «Forse sto parlando troppo di me? Sono narciso?».
Un ossimoro: Dino Zoff un narciso. Lui diretto, non accomodante, con poca voglia di stare in prima pagina. Non un titolo, ma un contenuto. Ancora oggi mito dello sport. Persino i ragazzini, quelli del nuovo Millennio, lo riconoscono e gli chiedono di farsi una fotografia insieme. «Sono stimato dalla gente che non appare, la maggioranza silenziosa. Dal fornaio al professore, credo apprezzino la mia coerenza».
Eroico capitano della Nazionale vittoriosa nel Mondiale 1982, le cui braccia, che alzavano il cielo la coppa, sono finite su un francobollo commemorativo da mille lire. Quella coppa poggiata a lato di un tavolino ha assistito alla partita di scopone più famosa per il nostro Paese. Due coppie: Bearzot-Causio contro Pertini-Zoff. Una foto testimonia gli sguardi concentrati in una sfida senza sconti. «È venuta fuori autentica, non era impostata. Il presidente della Repubblica già sugli spalti aveva dimostrato la tensione e la partecipazione di un vero tifoso. Però in quella partita, abbiamo perso per un suo errore. L’ha ammesso solo dopo anni. Del resto lo scopone pareggia, mette tutti sullo stesso livello». Gli brillano gli occhi, il ricordo è vivo. Ma poi continua fermo: «Rispecchia quel momento perché non era finta. Oggi se ne fanno tante, ma spesso danno l’impressione di essere artefatte».

Quella foto non raffigurava solo un momento di successo per l’Italia, ma misurava il senso di appartenenza di tutti gli italiani per il proprio Paese. Un’immagine simbolo ormai ingiallita, impolverata dal tempo trascorso e dalle troppe lacerazioni che ci hanno intorbidito. In un mondo che urla, Zoff prosegue serafico ricordando: «Quelli sono stati Mondiali irripetibili. Facevamo gol su azione, uno spettacolo, una progressione inarrestabile. È stato un crescendo rossiniano. È diventato così sentito perché ha rappresentato il riscatto dei perdenti. Tutti dicevano a Bearzot che non c’era la squadra. Siamo un Paese che spesso non ha memoria. Già nel ’78 eravamo una grande Nazionale, se avessi giocato meglio io saremmo arrivati in finale. Quattro anni dopo però ci consideravano scarsi, insignificanti. È stata una rivincita della Nazionale e della nazione».
Le critiche per il ct Bearzot furono aspre, continue, inarrestabili. Diradata la nebbia delle polemiche con quel risultato scoppiò l’entusiasmo. «Per me è stato un secondo padre», confessa Zoff. «Un uomo ferocemente onesto. Solo con lui si poteva vincere quel Mondiale, perché era un comandante determinato, coraggioso con i dirigenti. Aveva la faccia da pugile e credevano non avesse cultura e invece parlava in latino, aveva studiato al liceo classico di Gorizia. Era un uomo puro. Era il suo modo di essere».
Enzo Bearzot, friulano della bassa come lui. Di quella terra carsica che ha partorito tanti campioni del calcio italiano. «Una volta», sottolinea Zoff, «eravamo almeno dieci in serie A, tre o quattro in Nazionale. Eravamo abituati al sacrificio e il calcio non era solo un sacrificio, era anche un piacere. Era la cosa più piacevole che c’era. Ora i pochi bambini che ci sono nella nostra regione hanno la possibilità di fare sport diversi o forse hanno cose più piacevoli da fare con meno impegno».
Chi invece decide di praticare il calcio oggi troppo spesso lo vive prima ancora di iniziare con un senso di competizione, come una carriera già avviata, dove la sobria fatica è fuori moda e i ruoli vengono interpretati in maniera esasperata, teatrale. «Se la palla è tre metri fuori è inutile che ti tuffi. Mi è sembrato di tradire la Nazionale quando ho bloccato al volo un pallone destinato fuori dai pali. Avevo calcolato male la traiettoria.
Serve invece più semplicità. C’è bisogno di ricercare l’essenzialità». Complicato farlo quando non si hanno stabili punti di riferimento. Le squadre hanno delle rose in continuo mutamento «adesso se uno non è esperto di calcio ha difficoltà a riconoscere persino i giocatori della propria squadra. I giocatori hanno contratti a termine, una volta il cartellino era della società, c’era un legame. Tutto questo produce disaffezione».
Il calcio che allo stesso tempo continua ad accomunare generazioni di tifosi, ad appassionare a tutte le latitudini, con i paesi emergenti che riempiono gli stadi e danno vita a nuovi interessi e investimenti. Le risorse economiche e finanziarie si sono fatte globali. Cinesi, arabi investono nei club europei. «Ai tempi dell’avvocato Agnelli il rapporto era diretto. Era uno innamorato del calcio. Quando sono arrivato a Torino venivo dal Napoli e avevo già fatto 19 partite in Nazionale. Mi chiese tutti i dettagli, di ogni centravanti incontrato voleva sapere le caratteristiche offensive», ricorda. Era la Juve della famiglia Agnelli e della Fiat. Parlava italiano. «Non era tanto un investimento, quanto una cosa di cuore, di tifo», sottolinea.
Zoff ci crede ancora in questo gioco. Ma con responsabilità e dignità. Quella dignità messa in discussione da Silvio Berlusconi all’indomani della sconfitta onorevole alla finale dell’Europeo del 2000. «Ho sempre accettato le critiche, ma in quell’occasione mi ha definito “indegno” e io mi sono dimesso. Secondo me se uno ha un piatto di minestra se non ha la dignità, non è un uomo. Diverso è se uno un piatto di minestra non ce l’ha perché in quel caso è sopravvivenza. Sennò anche se hai tutto sei nessuno».
Dimettersi non è stata solo una reazione, ma una scelta di coerenza. Per quella dignità che ha assorbito in una famiglia di contadini, dove le scarpette affondavano nel fango e la palla si faceva pesante. La forza e la voglia di faticare e crescere passava per le uova della nonna preoccupata per la statura di quello che sarà e che rimane il portiere leggenda azzurra. Lui che è partito in salita e all’esordio in A ha subito cinque gol. Dai campi alla città, ma non un emigrato. «Mi sento sradicato. Emigrati sono quelli che non hanno avuto la mia fortuna. Il legame con la mia terra però non è mai stato reciso. Non ricordo di aver mai parlato così a lungo. Forse l’ho fatto perché lei è friulana». Si alza e si avvia verso la porta. «Ariviodisi», arrivederci.