Gli attentati di Barcellona e Cambrils sono collegati tra loro e insieme sarebbero parte di un piano che prevedeva anche un attacco con esplosivo. È questa la pista su cui sta lavorando la polizia catalana all'indomani della stage sulle Ramblas di Barcellona e a poche ore dal conflitto a fuoco di Cambrils nel quale cinque terroristi sono rimasti uccisi.
Un doppio attacco pianificato. Si vedrà se uniti da legami solo ideologici o anche organizzativi con l'Isis, che nel suo comunicato di rivendicazione degli attacchi parla di 'soldati dello stato islamico'. Espressione usata per chi ne condivide soltanto l'ideologia. La rivendicazione dell'Isis è arrivata molto presto, ad azione ancora aperta.
La cintura di Barcellona è considerata la zona calda del jihadismo nella penisola iberica, con le forti presenze di salafiti, quasi tutti nati in Spagna, figli di immigrati o convertiti. Anche questa volta ci troviamo di fronte a inumani che vogliono creare terrore, morte, colpendo nel mucchio, tra gente inerme, uccidendo anche bambini. Questi terroristi odiano i nostri modelli di vita, e sono pronti a morire per ucciderci. Sono il nostro opposto, nemici dell'umanità.
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Oggi tutto questo ci porta ad avere paura della paura. E questa sensazione di terrore pervade tutti, e si infiltra come l'acqua in ogni angolo o fessura di terra civilizzata. E ci porta a constatare che è una guerra che non abbiamo dichiarato ma che stiamo subendo. Sono venti di guerra che soffiano sul mondo occidentale e innescano la stessa paura che il terrorismo ha ormai disseminato nelle capitali europee.
E per questo motivo ricorre spesso la parola sicurezza. La sicurezza di un Paese. La sicurezza delle città italiane.
Ma la paura di aver paura prevale su tutto quello che oggi, domani e in futuro faremo. Il rischio, in generale, è dato da tre fattori: la pericolosità, l’esposizione e la vulnerabilità. In Italia abbiamo una pericolosità elevata per la facilità con la quale i potenziali terroristi possono procurarsi i mezzi con i quali provocare un danno alla collettività.
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L’esposizione è altrettanto alta perché gli obiettivi “soft target” sono alla portata di tutti. E sono tanti. Per quanto riguarda la vulnerabilità, occorre declinare la questione in maniera diversa. Quella “tecnica” è elevatissima: ad esempio, le persone che passeggiano in un luogo di vacanza o in una zona pedonale possono essere falciate da un’automobile che arriva all’impazzata guidata da un terrorista.
Per questo motivo occorre iniziare a lavorare sulla vulnerabilità “psicologica”. Occorre cioè entrare nell’ordine di idee che questo tipo di terrorismo ci accompagnerà ancora per diverso tempo. E che tanto più avrà sconfitte sul terreno di una guerra simmetrica, quanto più aumenterà il suo sforzo su una guerra asimmetrica.
Daesh lo sa e infatti ha allargato il piano del confronto da Mosul o Arak al mondo intero. Il terrorismo e la paura che produce ci accompagneranno per molto tempo. E la possibilità di difesa di un certo tipo avrà efficacia limitata. C’è il rischio che andremo sempre più a comprimere le nostre libertà, nel convincimento molto teorico che questo riduca il pericolo.
Di fatto abbiamo già cambiato le nostre abitudini e limitato la nostra vita. E questo è un ulteriore punto a favore di Daesh, in questa partita mortale che ha iniziato contro il mondo occidentale. Quella che stiamo vivendo è una situazione di pericolo reale, di azioni difficilmente prevedibili: i nervi saldi quindi sono la nostra forma di difesa più efficace.
Nulla ci è più nemico del panico, della “paura della paura”. È insomma necessario un approccio culturale, mentale, per limitare i danni. E occorre spogliare questa battaglia di tutte le possibili strumentalizzazioni xenofobe di chi ha interesse in qualche modo a radicalizzare lo scontro, ad aumentare la paura, perché altrimenti all’esito di questa battaglia avremo libertà ancora più compresse, un rischio ancora elevato e ondate di isteria collettiva.