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Sgombrati dal centro e "cacciati" in periferia: così si nasconde il problema rifugiati a Roma

Salvate le apparenze di fronte a turisti e palazzi del potere, i migranti da via Curtatone andranno in altri edifici tra via Collatina e Tor Vergata, dove vivono già più di mille tra eritrei, somali ed etiopi in condizioni di degrado. Ma lontani dagli occhi la città li può dimenticare, mentre il Comune resta in silenzio

Piazza Indipendenza è libera. L'apparenza è salva. I magistrati che ogni mattina varcano la soglia del Csm non saranno più costretti a guardare in faccia la disperazione dei rifugiati. E anche i diplomatici della vicina Ambasciata tedesca, ora, potranno fare a meno di paragonare il trattamento riservato ai profughi in Italia con quello del loro Paese.

Il palazzo di via Curtatone è stato liberato. Svuotato di ogni avanzo di umanità. Per lo Stato italiano, in fondo, chi abitava in quell'edificio abbandonato dai privati era soprattutto un problema di ordine pubblico e non persone a cui spettano dei diritti garantiti dalle convenzioni internazionali. Adesso che i migranti si collocheranno in periferia, la città potrà dimenticarli.
L'intervista
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In queste ore, infatti, molti dei rifugiati eritrei di via Curtatone stanno raggiungendo i loro amici e parenti che vivono nei due palazzi occupati tra la via Collatina e Tor Vergata, in cui da molti anni si sono stabiliti più di mille rifugiati in condizioni al limite. Tuttavia questi ghetti nella zona Est della Capitale, sono distanti dal centro storico. In una città, e in un Paese, che non li vuole, trattandoli da corpi estranei. L'importante è che siano lontani dagli occhi dei turisti. La cronaca del post-sgombero di palazzo Curtatone racconta di 20 nuclei familiari alloggiati sulla via Cassia, in un centro di accoglienza. Altri sei sono finiti a Torre Maura, altro sobborgo della periferia romana.

Tutti gli altri sono rimasti uniti, rifiutando di abbandonare quelle persone con cui vivevano da mesi e mesi. Di questi, alcuni hanno passato la notte al centro Baobab, ma la maggior parte si sono diretti sulla Collatina e a Tor Vergata, dove c'è il palazzo Salaam occupato da quasi mille rifugiati eritrei.
Reportage
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Un tempo questa struttura a nove piani di vetro e cemento era la sede della seconda università romana. Dal 2006 è la casa della pace. Dove convivono, però, i sopravvissuti di una guerra. Come documentava un reportage dell'Espresso nel 2013, all'interno dell'edificio vivono 1.250 persone, tra rifugiati politici e richiedenti asilo. Sono eritrei, somali, etiopi e sudanesi. Tra di loro una cinquantina di bambini.

Dopo l'operazione “legalità” della prefettura e della Questura che ha riportato ordine nel centro della Capitale, questi numeri sono destinati ad aumentare. All'interno del palazzo Salaam opera l'associazione Cittadini del mondo. Assiste i migranti che hanno necessità di visite e di cure mediche. Il volto più noto dell'associazione è la dottoressa Donatella D'Angelo.
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«Il nostro dialogo con il municipio VII è costante. Raccogliamo i primi frutti di questo rapporto», spiega D'Angelo, «infatti siamo riusciti a garantire a oltre 130 rifugiati una residenza nel municipio in cui è inserito il palazzo Salaam». Sembra una cosa di poco conto, in realtà la residenza è lo strumento che permette ai rifugiati di uscire dall'invisibilità. Finora veniva assegnato loro un indirizzo virtuale in altro municipio, per questo motivo non potevano usufruire dei servizi nella circoscrizione d'appartenenza.

«Da ieri è iniziato l'afflusso dei rifugiati cacciati dal palazzo di via Curtatone. Vengono da noi e in via Collatina perché qui vivono alcuni amici e parenti», aggiunge la dottoressa, che è critica rispetto alla modalità con cui è stato gestito lo sgombero di piazza Indipendenza. «È mancata la mediazione politica», conclude.
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Del resto persino il capo della polizia, Franco Gabrielli, nell'intervista rilasciata a Repubblica lancia un messaggio alla giunta capitolina quando dice che «la responsabilità di quanto accaduto è di chi ha permesso ai rifugiati di vivere in quella condizione subumana». Poi aggiunge un dettaglio rilevante. Dice Gabrielli: «Quando ero prefetto di Roma avevamo stabilito con il commissario Tronca una road map per trovare soluzioni alle occupazioni abusive, era previsto da una delibera un impegno di spesa di oltre 130 milioni. Qualcuno sa dirmi che fine hanno fatto quel lavoro e se e come sono stati impegnati quei fondi?».

Alla domanda ha provato a rispondere l'assessore l'assessore alla persona, scuola e comunità solidale, Laura Baldassarre, che tornerà lunedì dalle ferie. Al Gr1 ha spiegato che i soldi di cui parla Gabrielli sono probabilmente fondi che la Regione Lazio non è stata in grado di spendere. Inoltre, il vice capo di gabinetto del sindaco Raggi ha spiegato che la prefettura ha informato il Comune dello sgombero solo il giorno prima.

Quello che traspare in realtà è un rimpallo di responsabilità. Anche perché è la stessa prefetta di Roma, Paola Basilone, a indicare la presenza nelle riunioni sulla questione di via Curtatone dell'assessora al patrimonio e alle politiche abitative, Rosalia Alba Castiglione. Assessora, tuttavia, che non si è ancora pronunciata pubblicamente.

Che dirà la sindaca Virginia Raggi? Nessuna reazione, né alla stampa, tantomento sui social network su cui è sempre molto attiva: l'ultimo post pubblicato alle 15 del 25 agosto riguarda il piano di ammodernamento degli attraversamenti pedonali.

Del resto Luigi Di Maio aveva dettato la linea proprio ieri: «Non possiamo usare ancora una volta questa questione per attaccare la Raggi, perché è vero che deve occuparsi dell'emergenza migranti ma si deve occupare soprattutto dei romani». Prima i romani-italiani, dunque. Slogan già sentiti per le vie della capitale, chi li urlava portava altre bandiere dai colori ben più inquietanti. 

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