Tra le immigrate rinchiuse al Cie di Ponte Galeria (Roma) quattro su cinque sono vittime di tratta. E dopo essere fuggite da criminali che le hanno costrette a prostituirsi, diventano prigioniere della legge Bossi-Fini

Rita è salita sull'aereo in partenza da Roma Fiumicino con gli occhi gonfi di lacrime. Destinazione Lagos, Nigeria. Trecento chilometri a nord est da Benin City. La città da cui tre anni prima era partita inseguendo il sogno europeo, cadendo nel tranello di false promesse dei trafficanti di essere umani. L'undici gennaio scorso è stata rimpatriata contro la sua volontà. Mettendola in serio pericolo. Rita è una schiava, vittima della tratta. Il suo corpo è una merce a buon mercato. Arrivata con grandi sogni da realizzare e abbandonata al proprio destino sui marciapiedi della fortezza Europa.

Insieme ad altre donne e uomini ha affrontato un viaggio lungo due mesi. Sessanta giorni di pane e acqua. Senza potersi lavare né rinfrescare dopo ore di traversata nel deserto. Ogni giorno un autobus differente. Così fino in Iran. Qui è stata rinchiusa in una casa di transito affollata da altri fantasmi come lei. Poi ancora un pullman l'ha portata al confine tra Iran e Turchia: la frontiera doveva attraversarla a piedi. Infine un ennesimo autobus per raggiungere Smirne, la terza città turca . C'è rimasta otto mesi, trincerata in un'altra baracca di transito, piena di persone che, come lei, erano in attesa di arrivare in Europa. Lei, diretta in Grecia, ci prova in tutti i modi a conquistare le coste dell'isola di Lesbo. Tenta la prima, la seconda, la terza, la quarta e la quinta volta. Respinta. Ancora prima di aggrapparsi all'ultima speranza: il barcone delle forze dell'ordine.

Poi arriva il giorno fortunato e la Grecia diventa realtà per Rita. Appena il tempo di poggiare il piede sulla terra promessa e viene arrestata come clandestina. Comincia la trafila di carte e richieste. Ottiene la protezione internazionale e riceve il cedolino del permesso di soggiorno da richiedente asilo. Era salva, pensava. Non le rimaneva che contattare Queen, la sua futura sfruttatrice, che le ha pagato il biglietto fino ad Atene, portandola a casa sua. A quel punto del suo lungo viaggio scopre di aver contratto un debito di 45 mila euro: l'ha costretta con le botte e le minacce a prostituirsi, forzandola a andare in strada tutte le notti, dalle dieci di sera alle cinque di mattina. A Rita non restava che subire. Non poteva rifiutarsi, neanche quando era malata. Una vita impossibile, da cui riesce a divincolarsi. Nonostante la paura della maledizione del rito voodo a cui la madame l'aveva sottoposta, e che tutte le ragazze nigeriane temono più di ogni altra cosa. Convinte che spezzare il patto siglato possa comportare la morte o la follia.

Dopo due mesi di vita negli inferi della prostituzione alla mercè di violenti e malattie, Rita ha avuto il coraggio di fuggire dalla sua aguzzina. E fugge fino in Italia. Arriva a Padova dove le si aprono le porte del Centro di indentificazione ed espulsione. "Appena portata al Cie, siamo state allertata dalla dalla Caritas di Padova, l'hanno incontrata, più e più volte, spiegandole che in Italia esiste l'articolo 18 del testo unico sull'immigrazione che poteva proteggerla", osserva Francesca De Masi, responsabile dell'associazione Be Free che assiste le donne vittime di tratta all'interno del centro di Ponte Galeria a Roma.

E attacca: "Una volta arrivata a Ponte Galeria, abbiamo steso insieme una denuncia contro la sua sfruttatrice, l'abbiamo portata al Tribunale di Roma, consapevoli, da un lato, che la tratta è un crimine transanzionale, e quindi anche se una ragazza ha subito lo sfruttamento in un altro Paese è comunque vittima di una gravissima violazione dei diritti umani, e deve imprescindibilmente essere tutelata; dall'altro lato, eravamo però conscie della miopia delle nostre Istituzioni, per cui in Italia si contano sulle dita delle mani i giudici, le forze dell'Ordine, le procure, i governi, che pongono attenzione su tale problema, troppo impegnati come sono a perseguire i "clandestini" e a sbatterli nelle gabbie, reali e simboliche, in cui le persone straniere vengono rinchiuse, cancellandone la storia di vita, di sfruttamento,e tutti i traumi subiti".

Per le istituzioni il reato è stato commesso in Grecia, e quindi la denuncia fatta in Italia non è valida. Ma il reato è transnazionale e la denuncia dovrebbe valere sempre. Una svista? Un errore procedurale? Intanto però Rita è arrivata all'areoporto di Lagos. Rispedita nel suo paese con tutti i rischi connessi. Marchiata come "infame" dai capi dell'organizzazione criminale e demoralizzata per il fallimento del suo viaggio. Le hanno sbatturo la porta del vecchio continente in faccia.
el frattempo l'associazione Be Free, grazie all'aiuto di suor Eugenia Bonetti-missionaria da anni in prima linea contro lo sfruttamento delle donne - è riuscita a contattare le suore di Lagos, che sono andate a prenderla all'aeroporto e l'hanno ospitata in un centro d'accoglienza. Ora tramite l'avvocato stanno cercando di riportarla a Roma e inserirla in una struttura protetta. Forse la storia di Rita avrà un lieto fine. Ma poteva andare diversamente. E della ventenne partita da Benin City non si sarebbe più saputo nulla. Inghiottita di nuovo nel buco nero del traffico di uomini. Come è successo per un'altra donna nigeriana.

Anche lei a Ponte Galeria in attesa che il pm si pronunciasse sulla concessione della protezione è stata deportata nel suo paese d'origine. E' successo un anno e mezzo fa. Di lei le operatrici di Be Free hanno perso ogni traccia. "In due anni e mezzo abbiamo conosciuto diverse ragazze che hanno in piena solitudine hanno denunciato la rete criminale di cui erano vittime, ma nonostante questo sono state trasportate a Ponte Galeria". Già, il Centro romano per migranti senza permesso di soggiorno è soprattutto un luogo di transito. Arrivano donne dai centri di tutto il Paese, si fermano qualche giorno e poi vengono accompagnate all'areoporto per il rimpatrio. Imbarcate sugli aerei che le riporteranno nei villaggi da cui sono fuggite, lasciandosi alle spalle fame e guerre.

Be Free ha denunciato più volte la situazione paradossale in cui spesso si trovano le vittime della tratta: dopo avere messo nero su bianco le denunce e richiesto la protezione, invece di inserirle in strutture protette, vengono portate nei Centri di identificazione ed espulsione in attesa che il magistrato valuti la domanda. Agli operatori delle associazioni che lavorano dentro il centro è capitato di incontrare anche donne comunitarie: rumene identificate come persone "socialmente pericolose", in realtà sfruttate nel mercato del sesso. Recluse per qualche giorno nel Cie e accompagnate al vicino aereoporto di Fiumicino.

Secondo l'ultimo rapporto -"Le sbarre più alte"- sul Cie di Ponte Galeria firmato da Medici per i diritti umani, le donne provenienti dalla Nigeria rappresentano la maggioranza. E tra le recluse l'80 per cento è vittima di tratta. Poche di loro si affidano alle associazioni che operano nel centro. Be Free nel 2011 ha ricevuto soltanto 25 richieste di assistenza. nel 2012 appena 13. "Ciò si verifica anche a causa dei condizionamenti ambientali all'interno del centro dove spesso le vittime si trovano a subire una situzione di convivenza e di controllo da parte delle persone coinvolte nel loro sfruttamento", si legge nel rapporto. Ponte Galeria può ospitare in tutto 354 persone. La sezione femminile ha 178 posti letto. nel 2012, secondo i dati forniti da Be Free, sono passate 55 donne "sfruttate sessualmente". Almeno quelle note: non tutte intendono confidarsi con le operatrici.

"Un caso che diventa sempre più frequente è la presenza all'interno del CIE di donne nigeriane ex detenute, soprattutto per reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti, che, dopo aver scontato pene anche molto lunghe, sono costrette a vedere prolungata la loro detenzione, in quanto non ancora identificate dalle loro Ambasciate, nonostante tali pratiche potrebbero essere portate avanti dall'Amministrazione penitenziaria nelle carceri. Si tratta spesso di donne il cui ruolo nel traffico di stupefacenti è legato al loro sfruttamento, o alla necessità di pagare un debito molto alto con le organizzazioni di trafficanti che le hanno portate in Italia, per le quali i margini di intervento sono molto limitati, in quanto appunto condannate definitivamente per reati ritenuti molto gravi", scrive l'associazione nell'ultima relazione annuale. Storie quotidiane di Galeria. Di donne doppiamente vittime. Del crimine organizzato e della burocrazia ingessata.

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