Adesso, sul “fronte” sud del Muro, è tornata la paura. Paura di non farcela, di perdere i soldi che con fatica, giorno dopo giorno, hai messo da parte. Di essere abbandonati dal “coyote” di turno e di finire tra le braccia delle squadre di volontari che pattugliano armati lungo i confini assieme ai Patrol fronters della polizia americana. Di essere arrestato e poi rispedito a casa. A mani vuote. Senza più denaro, senza lavoro, senza prospettive. Con un nuovo debito da saldare.
La paura non è il Muro di Trump. Molti, qui dal lato messicano della frontiera, non sanno quando verrà costruito. Non si pongono il problema. Anzi: restano convinti che il progetto abortirà. L’emergenza del momento è un’altra. Quello che assilla le decine di migliaia di centro americani è la messa al bando dei clandestini. La tolleranza zero che trasuda in ogni gesto della nuova amministrazione Usa quando si parla di immigrazione. Se ti beccano oltre confine, senza documenti, non hai scampo. Ti rispediscono a casa dove non c’è niente. Ti aspetta solo una nuova infinita attesa e l’umiliazione di aver fallito là dove altri hanno trionfato.
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C’è un fenomeno nuovo che si avverte in quell’hub del traffico umano racchiuso nel “triangolo settentrionale” dell’America Centrale: quello limitato da Honduras, Salvador e Guatemala. Fino a sei mesi fa si concentrava qui la massa di disperati spinti dal sogno statunitense. Risalivano il Continente latinoamericano e poi si piazzavano tra Tegucigalpa e San Salvador in attesa del grande salto. Era una tappa obbligata, quella finale che li avrebbe portati verso la meta. Ora invece le strade che un tempo pullulavano di uomini, donne, famiglie intere appaiono vuote. Da febbraio a maggio di quest’anno, il numero degli immigrati senza documenti fermati o arrestati lungo il confine sud occidentale degli Stati Uniti è sceso del 60 per cento rispetto allo stesso periodo del 2016. Secondo i dati raccolti dal Dipartimento delle Dogane e della protezione delle frontiere questo calo dimostra che ci sono molti meno immigrati che si dirigono a nord su entrambi i lati della frontiera. È invece cresciuto, del 30 per cento, il numero delle persone arrestate negli Usa perché trovate sprovviste di regolari documenti.
Chi ha la fortuna di vivere in America in modo legale ha cominciato a dissuadere amici e parenti. Le telefonate che si susseguono tra Usa e l’Honduras si chiudono con un invito a desistere. Sono sempre più numerosi i casi di uomini e donne che vengono rispediti in aereo a casa. Non si tratta più di una minaccia: sono voli concreti. I giornali locali hanno raccontato la storia emblematica di Manuel Ríos Reyes, 55 anni, agricoltore: è stato il primo, a marzo scorso, ad accogliere la moglie nel Centro di accoglienza per i deportati dagli Stati Uniti creato in Honduras.
Dopo un viaggio pieno di insidie, lungo, faticoso, depredata dei pochi soldi che aveva addosso, la donna era riuscita ad installarsi in Arizona. Ma è stata arrestata perché priva di documenti e rispedita a casa. Il marito l’aveva sconsigliata. Le aveva detto che Trump voleva cacciare tutti gli irregolari. Ma la donna aveva voluto tentare. Ci era riuscita, aveva trovato alloggio e anche un lavoro. Manuel aveva dovuto dare ragione alla moglie. Il sogno è durato poche settimane. «Grazie a Dio è viva», si consola.
La storia di Eswin Josué Fuentes, 45 anni, e sua figlia di 10 è diversa ma non ha un lieto fine. Erano pronti a partire per la frontiera, sul lato orientale. La sera stessa in cui avrebbero dovuto affrontare il viaggio, con le poche valigie già pronte, lo ha chiamato l’amico che li avrebbe dovuti accogliere in Texas. «Non venire», lo ha esortato. «Ti prendono e ti rispediscono a casa. Rischi la vita e di perdere quel poco che hai raccolto». Si è spaventato, ha rinunciato. Ma ha perso i 12 mila dollari che aveva già consegnato al loro accompagnatore.
Il calo nei viaggi della speranza mette in crisi tutta la filiera. Girano meno soldi e le richieste per un passaggio si sono ridotte all’osso. Fino a gennaio la piazza centrale di San Pedro Sula, cittadina dell’estremo nord dell’Honduras, era gremita di autobus che facevano la spola con il confine del Guatemala. La prima tappa del viaggio seguito da decine di migliaia di centroamericani. Ora è vuota, così come le decine di alberghetti e pensioni dove non si trovava mai posto. «La gente», ammette Marcos, uno degli autisti, «ha paura. È convinta che Trump deporti tutti gli irregolari. Anche quelli vivono da tempo negli Usa ma non hanno ancora i documenti in regola».
È un esodo al contrario. Le conseguenze si riflettono sull’economia dei tre paesi del “triangolo” e preoccupano i diversi governi. La gente che resta non ha prospettive, qualifiche e lavoro. Così, questa massa di uomini e donne, spesso giovanissimi, finiscono per essere un serbatoio dove può pescare la criminalità, grande e piccola.
Ma tantissimi sono ancora quelli che non si arrendono. Partire vuol dire rischiare l’arresto, essere espulsi, perdere tutto, ma restare a casa, per chi sogna l’America, significa sopravvivere a stento; «Siamo schiacciati tra l’incudine e il martello», spiega amareggiato Juan Ángel Pérez, 31 anni, impiegato disoccupato di Villaneuva, nel nord dell’Honduras. Anche lui aveva organizzato il viaggio clandestino verso gli Usa. Dopo aver parlato con sua sorella che vive nel Nord Carolina, ha desistito. «Mi ha detto: pensaci», ricorda, «la situazione qui da noi sta diventando molto difficile. Il rischio è troppo alto. Se riesci a salvarti ti aspetta il carcere». Lui, a differenza di tanti altri, è riuscito a non perdere i soldi che dovevano andare al “coyote”, 8.500 dollari.
La disperazione ti spinge all’impossibile. Ti fa superare la paura. L’idea di essere abbandonato in mezzo al deserto, di morire senza acqua, di arrivare stravolto e poi essere arrestato e rispedito a casa non ferma il flusso costante di questa marea umana. Ogni giorno ci provano in centinaia. Per giorni, settimane, sostano lungo la frontiera tra Messico e Stati Uniti e poi si affidano ai “polleros”, come vengono anche chiamati gli accompagnatori, e si immergono nel buio che hanno davanti a loro. Molti salgono sui treni merci diretti a nord.
Tanti ci rimettono la pelle, cedono alla fatica e vengono travolti sotto le ruote dei convogli. I controlli sono aumentati e la tratta è diventata impossibile. Restano i tunnel, a decine, che i trafficanti usano per superare la barriera e trasportare di tutto. Droga, essenzialmente. Ma anche uomini e donne. La polizia di frontiera li scopre con i sensori e gli infrarossi, li chiude. Ma i trafficanti ne riaprono subito altri nell’infinita caccia del gatto al topo.
Tijuana, la città di confine che sorge di fronte a San Diego, nella Bassa California, è considerato il luogo più pericoloso e violento al mondo.
Qui, l’alta barriera di acciaio e cemento, si staglia fino all’estremo punto occidentale del territorio, con il suo braccio che entra per duecento metri nel mare. Il lato messicano della battigia è sporco e pieno di gente. Nessuno prende il sole o si tuffa in acqua. La maggioranza passeggia, le mani in tasca e guarda gli ultimi raggi di luce che piegano verso l’orizzonte. Dall’altro lato, una sabbia dorata si estende per chilometri. Le jeep delle Guardie di frontiera scorrono avanti e indietro mentre altre restano a vigilare. Sulle onde scivolano i surfisti; altri tirano qualche calcio al pallone o si inseguono tra risate, musica e ciuffi di birre immerse nel ghiaccio. Sul lato sud, la immagine della decadenza è l’asino Paco. Lo chiamano così da 60 anni, sebbene l’animale ne abbia solo 15 e il suo nome in realtà è Luci. Ha la fronte dipinta di bianco e azzurro; da mezzo secolo, prima i suoi antenati e adesso lui trascorrono 12 ore al giorno sotto il caldo opprimente aspettando un turista che si faccia fotografare sulla groppa.
Negli ultimi metri del Muro che sogna Trump sorge un faro. Ogni domenica arrivano fino a qui gruppi di madri deportate per vedere attraverso le sbarre i loro figli mentre preparano i documenti di cittadinanza. Lo ius soli, che in America funziona, ha finito per creare dei paradossi che dividono i gruppi familiari. Chi è nato su territorio americano acquisisce la nazionalità statunitense. Ha diritto a restare e crescere nel paese dove è stato messo al mondo. I genitori, invece, se non sono regolari, rischiano di essere deportati a casa. Una giovane mamma, Mayalen, dello Stato di Guerrero, parla con Sebastian, di 8 anni. Il piccolo piange disperatamente e lei cerca di consolarlo accarezzandogli il viso con due dita che fa passare tra la rete. Sono stati divisi dal decreto della Casa Bianca.
Chi varca la frontiera al contrario sono i ricchi americani. Gente che cerca svago e occasioni per trascorrere un week-end diverso. Sicuramente più economico. Non solo donne e tequila, sole e spiaggia. Anche cose più banali, come il viagra a buon mercato. Ci sono decine di anziani e giovani che arrivano in Messico alla ricerca della magica pillola azzurra capace di risvegliare le proprie prestazioni sessuali. Negli Usa costa 50 dollari, a Tijuana 17. Il fine settimana sono i più redditizi per la rete di ambulatori medici e studi dentistici. Non chiudono mai. «Un tempo», spiega Israel, il camice bianco davanti al computer, «i clienti erano al 90 per cento veri gringos; oggi la maggioranza sono i messicani che lavorano dall’altra parte».
Negli ultimi 15 anni, il più grande centro dell’immigrazione è tornato ad essere quella che era in origine. «Tijuana è tornata a essere una città messicana», osserva Benjamin Bruce, ricercatore del Centro della Frontera Norte, uno dei punti di studio sui movimenti migratori più importante al mondo. «La violenza dei narcos e il terrorismo hanno ucciso il turismo frontaliero». La città ha dovuto così reinventarsi. «Si usa molto più spesso il peso messicano del dollaro; persino le feste tradizionali sono tornate ad essere caotiche e rumorose mentre prima si celebravano in un clima di timidezza per non spaventare troppo gli americani».
Per varcare la frontiera in modo clandestino si ricorre ai vecchi sistemi ormai in disuso. Una settimana fa 178 immigrati clandestini sono stati abbandonati dentro il rimorchio nello stato di Vera Cruz in Messico. Si sono salvati a stento. Sei giorni prima le autorità di San Antonio, nel Texas, hanno scoperto i corpi senza vita di 8 migranti all’interno del cassone di un camion parcheggiato davanti ai magazzini di Walmart. Facevano parte di un carico umano di 39 persone. Sono rimasti chiusi, esposti al sole e al caldo, per due giorni di fila. Trentuno sono sopravvissuti, uno è morto in ospedale. I trafficanti li avevano abbandonati. Come merce avariata. Una morte atroce, soffocati lentamente. Senza aria, in un forno sempre più caldo. Chi si è salvato è assistito e curato. Per una settimana. Poi è stato imbarcato su un volo e rispedito a casa, in diversi paesi del Centro America. I cronisti dei giornali locali li hanno rintracciati. Erano tristi e confusi ma decisi a riprovarci. «Qui non abbiamo speranze. Piuttosto che restare è meglio morire».