Un’inchiesta dell’Espresso in edicola da domenica 20 gennaio ricostruisce l’intera strategia della destra neofascista culminata nell’eccidio del 2 agosto 1980. I terroristi neri erano pronti ad uccidere anche il giudice di Piazza Fontana. E per depistare usarono la sigla dei killer di ultrasinistra di Acca Larentia

La strage di Bologna doveva essere preceduta e seguita, nell'arco di pochissimi giorni, da un altro attentato sanguinario e dal clamoroso omicidio di un giudice eroe della democrazia. Un'autobomba a Milano, programmata per colpire e annientare la storica giunta di sinistra. E un agguato con armi da guerra per eliminare il magistrato veneto che scoprì la pista nera su piazza Fontana.

L'Espresso, nel numero in edicola da domenica 20 gennaio ricostruisce l'intera strategia della destra neofascista che è culminata nella strage di 85 innocenti alla stazione di Bologna. L'inchiesta giornalistica, che ha recuperato molti documenti che sembravano perduti di storiche istruttorie dei giudici di Milano, Roma e Bologna, documenta che l'attentato del 2 agosto 1980, il più grave nella storia italiana, era inserito in un piano politico-criminale ancora più folle e cruento. Con personaggi che dai lontani anni di piombo tornano a incombere sul presente.

Due giorni prima della strage di Bologna, alle 1.55 della notte tra il 29 e 30 luglio 1980, a Milano esplode un’autobomba davanti a Palazzo Marino. L’ingresso del Comune di Milano viene devastato pochi minuti dopo la fine della prima lunga seduta del consiglio che ha eletto la nuova giunta di sinistra. Per Milano è la prima autobomba. Le cronache segnalano che al momento del boato molti consiglieri hanno appena lasciato il palazzo, mentre il sindaco, Carlo Tognoli, è ancora nel suo ufficio, con la luce accesa: la Fiat 132 imbottita di esplosivo è stata parcheggiata sotto la sua finestra, davanti al portone verso piazza San Fedele. Il messaggio politico è spaventoso: i terroristi volevano annientare la giunta rossa di Milano. L’attentato, che ferisce un passante, non diventa una carneficina perché scoppia solo uno dei tre carichi di esplosivo: sei chili di polvere da mina, stipati in un tubo di piombo. Altri otto chili, collocati in un secondo tubo e in una tanica, vengono scaraventati all’esterno senza deflagrare.

L'autobomba del 1980 a Milano, oggi dimenticata, è rimasta impunita. Le successive indagini, ricostruite dall'Espresso, dichiarano però accertata la matrice di estrema destra che punta sui Nar, la stessa organizzazione terroristica di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, i tre condannati in via definitiva per la strage di Bologna. L'attentato di Milano fu eseguito da loro complici, rimasti ignoti, come attacco preparatorio dell'eccidio del 2 agosto.

L'inchiesta dell'Espresso ricostruisce anche il successivo, sofisticato depistaggio: l'autobomba di Milano fu rivendicata con una sigla di ultrasinistra, che era stata utilizzata in precedenza una sola volta, a Roma, dal commando di terroristi rossi che il 7 gennaio 1978 uccissero due giovanissimi militanti del Movimento sociale, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, davanti alla sede del partito in via Acca Larentia. Un terzo ragazzo di destra, Stefano Recchioni, morì nei successivi scontri con i carabinieri. Il vergognoso eccidio di Acca Larentia è rimasto totalmente impunito. Ma le indagini successive hanno dissolto ogni dubbio sulla matrice politica: una mitraglietta usata per sparare ai giovani missini fu sequestrata nel 1998 in un covo delle Brigate rosse.

Per l’autobomba di Milano, su un opposto fronte politico, anni di istruttorie giudiziarie disegnano un quadro analogo: nessun condannato a livello individuale, ma una montagna di indizi a carico dei Nar, la destra neofascista romana, allevata e protetta dalla P2. Uno dei principali sospettati per l'attentato esplosivo del 30 luglio 1980, Gilberto Cavallini, vide archiviare quell'accusa per insufficienza di prove. Già condannato in via definitiva per omicidio e per banda armata con Mambro e Fioravanti, oggi Cavallini è il quarto terrorista dei Nar sotto processo per la strage di Bologna.

I documenti giudiziari recuperati dall'Espresso completano il quadro con un ultimo piano omicida, fallito solo perchè i terroristi neri ebbero un incidente d'auto. Dopo l’autobomba di Milano e la strage di Bologna, ai primi di agosto del 1980 i Nar erano pronti ad ammazzare Giancarlo Stiz, il giudice veneto che scoprì la pista nera su piazza Fontana: indagini che, nonostante mille depistaggi, hanno portato alla condanna definitiva dei neonazisti Franco Freda e Giovanni Ventura per 16 attentati del 1969 (comprese otto bombe sui treni).

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