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Attualità
gennaio, 2019

Nel labirinto del reddito di cittadinanza

Pochi assistenti sociali e sbocchi lavorativi minimi. Ad aprile parte la misura simbolo dei 5 Stelle, ma sarà una corsa a ostacoli

Bozza dopo bozza, il decreto legge che introdurrà il Reddito di cittadinanza prende forma. La nascita dell’Rdc è prevista ad aprile, l’attesa è alta, le perplessità molte, non tanto per la tenuta dei conti pubblici - che resta un tasto dolente - quanto per la capacità delle politiche attive di trovare un lavoro a cinque milioni di italiani che, secondo l’Istat, vivono in povertà assoluta.

Ma la situazione è complessa e gli ostacoli non mancano. Se ad esempio si osserva la composizione della popolazione coinvolta nel reddito di cittadinanza, si scopre che «solo il 30 per cento ha un’immediata possibilità di trovare lavoro», spiega Romano Benini, consulente tecnico di molte Regioni per lo sviluppo di sistemi di attivazione al lavoro. E gli altri? «Metà sta già lavorando, ma percepisce un reddito inferiore a quella soglia. L’altra metà vive una situazione di degrado sociale che ostacola l’immediato inserimento lavorativo».

In base al testo del decreto legge, spetterà agli assistenti sociali dei comuni farsi carico di 1,6 milioni di italiani in difficoltà. «Non siamo pronti», risponde Gianmario Gazzi, presidente dell’Ordine degli Assistenti Sociali, che prosegue: «Per garantire un servizio di assistenza adeguato servirebbe un assistente sociale ogni tremila abitanti. In alcune zone ce n’è uno ogni quindicimila» e spesso sono le regioni con il maggiore tasso di disoccupazione a essere sguarnite: Sicilia, Calabria, Campania, Lazio, Abruzzo. «Attualmente in Italia ci sono 11 mila assistenti sociali, ne servirebbero altri ottomila per far fronte all’extra lavoro che verrà dall’introduzione dell’Rdc».
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C’è di più. I comuni, alle prese con i tagli imposti dal patto di stabilità e dalla spending review, da tempo hanno esternalizzato i servizi di assistenza a cooperative sociali che, a loro volta, garantiscono il servizio pagando i propri operatori meno di mille euro al mese. Paradossalmente molti assistenti sociali - precari, giovani e laureati - vivono in una situazione economica peggiore rispetto a quella dei futuri percettori di Rdc, che dovranno aiutare. «Succederà che le persone che saranno indirizzate ai servizi sociali, cioè le più fragili, quando scopriranno che non ci sarà nessuno in grado di dare loro il sostegno promesso, si sentiranno presi in giro e si arrabbieranno, scaricando la propria aggressività proprio sugli assistenti sociali, come del resto già succede», prevede Gazzi.

La priorità del governo gialloverde è trovare un lavoro a quel trenta per cento che è più facilmente collocabile. Per farlo il vice premier e ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, sfrutterà i 550 centri per l’impiego diffusi su territorio nazionale che, a loro volta, al momento sono sottodimensionati. I Cpi hanno 7.500 addetti, cifra undici volte inferiore a quella della Germania. Facciamo un calcolo: al front office operano non più di 5 mila addetti, ciascuno dovrà prendersi carico di 700 nuovi utenti, significa che dovranno trovare quattro opportunità di lavoro al giorno. Una chimera. Di Maio, per risolvere il problema, ha deciso di nominare un nuovo presidente di Anpal, l’agenzia nazionale politiche attive, facendo decadere, prima del previsto, l’attuale responsabile, il bocconiano Maurizio Del Conte. Al suo posto arriverà Mimmo Parisi, 52 anni, da 30 residente negli Stati Uniti, professore di sociologia all’Università del Mississippi e ideatore di un programma di data science in Mississippi per «migliorare l’efficienza e l’efficacia del settore pubblico e aiutare le persone a trovare lavoro», spiega all’Espresso.  
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«Ha avuto il merito di rendere lo Stato del Mississippi un modello per gli Usa», continua il professore. A dirla tutta, il Mississippi ha un tasso di disoccupazione del 4,7 per cento e nel 2008, prima della crisi Lehman Brothers, era del 5,8 per cento. Valori paragonabili alla Danimarca, distanti anni luce dal tasso di disoccupazione italico, al di sopra del dieci per cento, con punte del 41,3 per i giovani. Va anche detto che il Mississippi ha 2,9 milioni di abitanti, metà del Lazio. Sicuri che il modello Mississippi funzionerà? Parisi, che risponde alle nostre domande dagli States, non ha dubbi. «Farò affidamento sui miei colleghi americani e italiani. Creerò un think tank per sviluppare nuove idee e innovazioni nel campo delle politiche del lavoro». La soluzione è il sistema informatico stile Mississippi, «che è uno dei programmi di data science più avanzati d’America per migliorare l’efficienza del settore pubblico al servizio delle persone. Nel 2019 tutto questo sarà possibile anche in Italia».

Cosa faranno le regioni
L’altra gamba del progetto di Parisi è l’assunzione di nuovo personale ai Cpi e dei “navigator”, cioè i tutor che aiuteranno i cittadini. In Legge di Bilancio, il governo ha stanziato 280 milioni per assumere quattromila dipendenti dei Cpi. Tuttavia, essendo le politiche del lavoro materia regionale, dovranno essere queste ultime ad attivarsi, a creare bandi, fare le selezioni, assumere le persone: ci vorranno mesi. Per ovviare alle lungaggini burocratiche, Parisi ha suggerito l’assunzione dei navigator. Per loro sono stati stanziati altri 250 milioni, da utilizzare nel biennio 2019 e 2020. Il modo più veloce per assumerli è passare attraverso Anpal Servizi, la spa controllata da Anpal, un braccio operativo più flessibile rispetto all’agenzia pubblica, perché non deve sottostare alle stringenti norme di controllo della pubblica amministrazione.
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Detto questo, anche per l’assunzione in Anpal Servizi è previsto un concorso con prove scritte e orali. Inoltre, avendo Anpal Servizi superato il tetto massimo di assunzioni a termine, offrirà ai navigator un contratto di collaborazione coordinata e continuativa di due anni. Parisi ha però una propria visione delle cose. A domande precise su come e quando saranno assunti i navigator, risponde: «L’obiettivo è assumerne diecimila. Lavoreremo con le Regioni e ci muoveremo in tempi rapidi». Attualmente si stima che si potrebbero assumere solo tremila navigator, a meno che i 250 milioni non vengano spalmati su una platea di diecimila navigator, che a questo punto avrebbero uno stipendio lordo di 12 mila euro l’anno, con scadenza nel 2020.

Ultimo nodo da affrontare: le Regioni non hanno intenzione di prendere ordini dal ministero del Lavoro nella gestione delle politiche attive, lo hanno già dimostrato in passato. Massimo Temussi, direttore dell’agenzia sarda per il lavoro, sostiene che «i sistemi informatici, i big data e la tecnologia servono per effettuare una prima scrematura delle candidature. Poi, per far incontrare domanda e offerta è indispensabile un’infrastruttura di competenze umane. Serve personale addestrato, gente laureata, psicologi del lavoro, persone che conoscano il territorio e le specifiche offerte formative».

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Due anni fa la Sardegna ha rivoluzionato l’intero sistema dei centri per l’impiego e dell’assistenza, partendo dall’assunzione del personale. Oggi sull’isola ci sono 800 addetti ai servizi per il lavoro (di cui il 73 per cento laureati) e 120 assistenti sociali per le situazione di estrema povertà. A questi si aggiungono 40 job account, che non stanno in ufficio, ma visitano le imprese per capire quali siano le figure professionali più richieste, dialogano con le scuole e gli istituti per formare i giovani e gli adulti, attrezzandoli in modo da soddisfare le richieste professionali delle aziende. «Un tasto dolente dei vecchi Cpi era proprio la diffidenza degli imprenditori. A loro, oggi, offriamo un servizio gratuito per il reclutamento della manodopera», spiega Temussi. Risultati? Nel 2018 il tasso di disoccupazione è passato dall’undici al nove per cento e sono stati creati 25 mila posti di lavoro. Il modello Sardegna ha inoltre un altro vantaggio rispetto a quello Mississippi: non ha costi di attivazione.

L’Espresso ha chiesto al professor Parisi quanto costerà l’acquisto dell’algoritmo utilizzato negli States. Non abbiamo ricevuto risposta. Del resto, prima di pensare ai quattrini, bisogna sapere che in Italia i dati personali sono tutelati dal Garante della Privacy, che potrebbe avere qualcosa da ridire sulla profilazione di cinque milioni di italiani e sulla mole di big data che potrebbero finire nelle mani di chissà chi.

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