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Attualità
aprile, 2019

Perché noi adulti abbiamo così paura dei giovanissimi che scendono in piazza

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Molti li criticano. Li giudicano. Li bocciano. E non capiscono che moralizzare sui ragazzi che protestano per difendere il clima significa rinunciare a comprendere come è cambiato il mondo

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Pochi giorni fa, in una scuola primaria, mi sono trovato a un incrocio dell’esistenza. Dovevo parlare di cosa fosse e forse ancora è la letteratura, un compito oggi ingrato. Sono arrivato durante l’intervallo: i bambini giocavano. Giocavano col cellulare, il che fa da subito storcere il naso alle platee adulte. E giocavano con Tik Tok, l’erede di Musical.ly, l’app più popolare tra i giovanissimi, comunità video globale, dove la generazione si confronta a colpi di karaoke esistenziali e contest hip hop, misurando i follow up e aspirando a diventare muser di livello, ovvero influencer di quel social.

Se uso questa neolingua, è perché qui risiede tutta l’estraneità di un mondo invecchiato di colpo, rispetto a una rivoluzione in atto. Ed ecco la rivoluzione dei ragazzini di quinta, che scrutavo con il mio sguardo stolido da anziano precoce: erano in una decina a creare improvvisando un pezzo rap, cercavano le rime, tentavano citazioni, inventavano le parole e, soprattutto, cantilenavano del “terzo livello” mafioso, che Rocco Chinnici teorizzò prima di essere assassinato.

Sarebbe una scena sconcertante, se non dicesse con completezza cosa non ci si deve attendere come scontato dai nuovi giovani, una classe anagrafica che i miei coetanei trasformano con dedizione in una fascia sociale, ignorando che lo sfruttamento e il conato alla libertà sono transgenerazionali. Da settimane la popolazione giovanissima ossessiona il Paese, producendo un astio, un paternalismo, un maternalismo, una saccenza che stento a ricordare tanto acuti nei tempi precedenti.

È così da mesi, da Greta a Rami di San Donato a Simone di Torre Maura, dalla mensa di Lodi a quella di Minerbe nel veronese. Bambini, ragazzini, ragazzi al centro della pietà e del disorientamento di una generazione più adulta, che prevalentemente è la mia, quella di un uomo di mezza età, sformato e inadatto al tempo che viene, ma pure a quello che già è arrivato. Trattare la questione giovanile è imbarazzante in tutte le epoche.

Quando giovani eravamo io e i miei coetanei, c’erano maestri del pensiero che elaboravano su di noi fenomenologie al limite dell’incredibile, da Luca Goldoni a Gaspare Barbiellini Amidei - nomi sfaldati nella polvere delle ere trascorse, così come sfarinati, a oggi, siamo noi, i giudici monocratici che desumono dai giovanissimi attuali un’imbelle inconsistenza, un’incultura generale, un dramma perenne che li renderebbe soggetti deboli o bestie rare. Noi, quelli che ignorano o guardano con tenerezza Gué Pequeno e Noyz Narcos, tutti orgogliosi di aspirare a dare una carezza alla zazzera di Mahmood.

Noi, quelli che arrancano tra i livelli di Fortnite. I lodatori del tempo passato occupano un luogo privo di pregio nella scena dell’eternità umana. Oggi, un poco di più. L’autentico discorso sui giovani è quello sui loro adulti - e si stenta a farlo. Provo a praticarlo, con tutte le cautele del caso: essendo scrittore e non sociologo, forse posso permettere alle parole un grado di azzardato universalismo. Chi è, dunque, la generazione dei padri e delle madri, messa fuori gioco dai figli attuali? È la fascia anagrafica incantata dal discorso di Massimo Recalcati sull’evanescenza della genitorialità, in particolare quella paterna.

Un popolo abituato da sempre a essere disperso e che ebbe come momento di formazione collettiva la trascurabile rivolta della Pantera. La cosiddetta “generazione sandwich”, schiacciata dall’alto dai più adulti, che non mollavano e non mollano lo scettro, e dal basso dai più giovani, tedofori del mondo digitalizzato. Gli adulti attuali hanno le vertigini che, come si sa, danno la nausea.

Per tornare all’esempio musicale, risulta generalmente indigeribile l’esplosione della scena rap, che ha preso tutto l’orizzonte della nuova generazione, e così si evita di capire che uno dei rapper più virtuosi, Rancore, si pone il problema di “parlare l’invisibile”. Questa popolazione di quaranta-cinquantenni è ossessionata dal trauma, una costante preoccupazione intorno a cui è stata creata una religione: tutto è traumatico, l’esperienza stessa è un trauma, tutto deve essere terapeutico, i piccini sono perennemente sotto trauma e così l’attenzione maniacale sui giovani virgulti è pari al profondo disinteresse che essi suscitano, appena da cuccioli si fanno ragazzini in fase ormonale, meno poetici e più incapaci di conferire un’identità spiccia a genitori che scontano ammanchi storici, dal punto di vista tanto dell’io quanto del noi.

Quella di mezza età è una comunità che ha visto la psicologia del profondo tramutarsi in farmacologia adatta a ogni difficoltà e non ha saputo condurre nel mondo il verbo di una rivoluzione, di cui fosse soggetto attivo, elaboratrice storica, narratrice protagonista. Tuttavia non smette di giudicare i più giovani, pretende di narrarli, sbilencamente, moralisticamente. Cuce loro addosso un’epica per nulla epica, che si volatilizza perché non cattura la specificità del mondo attuale. Un’anagrafe che non è stata capace di legiferare e troppo ha sorvegliato senza punire, senza andare allo scontro.

L’incomprensione è massima, a partire dal fatto che gli adulti sembrano non comprendere che la rivolta (o addirittura la rivoluzione) non risiede nello strumentario dei ragazzi di oggi. Per due motivi. Da un lato, la crisi ha costretto i giovani a una prolungata mancanza di autonomia economica, con tutte le conseguenze psicologiche del caso, tra cui la difficoltà a detronizzare l’ordine dei genitori. D’altro canto, i nativi digitali non sono costretti a muoversi per imporre la rivoluzione, poiché a farlo ci pensa un apparato esterno, cioè la tecnologia. Dal punto di vista tecnologico, a quanti anni del Novecento corrisponde il 2019?

Questa accelerazione mette in mora chi non disponga di adattamento, chi ancora procede analogicamente, chi fa dell’abitudine una norma. Le istituzioni, intorno a cui la generazione di mezz’età ha creduto di inchiavardare il tempo, non si limitano a crollare: divengono insensate. Analizzare la lingua dei “pischelli” significa non comprendere che il linguaggio è un istituto riformato profondamente, che perde la centralità tributatagli in precedenza. Moraleggiare sulla friabilità dei giovanissimi, dando loro degli “sdraiati” o degli ipnotizzati dallo smartphone, non coglie il titanismo di chi si trova ad adattare il sistema nervoso a una stimolazione ciclopica.

L’individuo non è più precisamente individuale e la comunità non è esattamente comunitaria. L’ascensore sociale non è una dinamica e nemmeno un valore. La creatività è montaggio e l’invenzione si è spostata di senso. I soldi non sono i soldi di prima e l’anima è in cerca di una blockchain. E tuttavia, secondo la nota folgorazione di Eschilo, «la tecnica è di gran lunga più debole della necessità». Tutto ciò disegna l’impensabile per chi, a quarant’anni, fino a ieri si sentiva dare incongruamente del ragazzo e oggi è un vecchio.

La trasformazione, richiesta ai miei coetanei di mezza età, è ripensare l’identità, personale e collettiva. Uno sforzo che questa popolazione imbiancata sembra al momento incapace di compiere. Chi giudica dall’alto dei suoi anni, davvero, sbaglia: sbaglia comunque, ha sbagliato sempre. Sbagliò a sorridere dell’educazione trash che la cultura televisiva impartì in anni decisivi. Sbagliò a ironizzare sui simboli, pensando che la vita umana sul pianeta Terra possa farne a meno. Sbagliò a pensare che la rivoluzione fosse un fatto soggettivo.

In realtà lo schema delle crisi giovanili è sempre identico: si ricostruisce a ogni generazione. I ragazzi e i giovani sono esseri adorabili, gli adulti sono in generale degli imbecilli, resi vili e ipocriti dalle istituzioni, in cui crescendo sono venuti incastrandosi. Più che l’acuto luterano, bisogna inverare la poesia di Pasolini, compierla, praticarla: «E io, feto adulto, mi aggiro più moderno d’ogni moderno a cercare i fratelli che non sono più». Bisogna diventare proprio questo: feti adulti, modernissimi.

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