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Attualità
novembre, 2020

Violenza sulle donne, un virus senza vaccino: le strategie nel mondo di aiuto e prevenzione

137 femminicidi al giorno: una pandemia nella pandemia. Per questo UN-Women promuove una campagna per contrastare la violenza di genere in tempo di coronavirus. Raccogliendo le iniziative Paese per Paese per dimensionare l’emergenza, in attesa di una soluzione definitiva

State a casa, andrà tutto bene…Mica sempre. Dipende da quante probabilità ci sono di prendere il covid-19 fuori e quante di prendere le botte dentro. Già. Siamo nel 2020, l’anno del coronavirus e delle quarantene, in cui il mondo fuori sembra più pericoloso del solito, in cui la soluzione migliore sembra quella di restare chiusi in casa con i parenti più stretti. Proprio quelli. Proprio quelli che ogni anno nel mondo uccidono decine di migliaia di mogli, figlie, sorelle. Sono state 87mila le donne assassinate nel 2017: l’85% di queste sono state ammazzate da un parente stretto - generalmente il marito - che uccide in maniera intenzionale almeno nel 30% dei casi. Stiamo parlando di 137 donne uccise ogni giorno in ogni parte del mondo dallo stesso virus: la violenza di genere. Un virus che non ha trovato, in oltre duemila anni, alcun vaccino.

Per le donne e i bambini che subiscono violenza all’interno della famiglia, restare a casa raddoppia la possibilità di subire violenza, che sia fisica, verbale, sessuale o psicologica. I dati raccolti da UN Women (United Nations Entity for Gender Equality and the Empowerment of Women - Entità delle Nazioni Unite per l'uguaglianza di genere e l'empowerment delle donne) parlano chiaro. Da quando è iniziata la pandemia e il conseguente lockdown, le richieste di aiuto da parte di donne che subiscono violenza sono moltiplicate in tutti i paesi del mondo: dalla Francia all’Australia, da Cipro all’Argentina, dagli Stati Uniti a Singapore.
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Non c’è posto nel mondo in cui le donne non siano vittime di violenza: nei 12 mesi precedenti la diffusione del contagio, 243 milioni di donne tra i 15 e i 49 anni hanno subito una qualche forma di sopruso. È un numero enorme, che tuttavia lascia fuori le donne appartenenti alle altre fasce d’età e rappresenta solo ciò che emerge. Si calcola che solo il 10% delle violenze venga denunciato. Questo numero è più che raddoppiato dall’inizio della pandemia, come ulteriore effetto collaterale del covid-19.

Lo sanno bene gli operatori del 1522, il numero pubblico antiviolenza e stalking in Italia, che ha registrato il 55% in più di richieste di aiuto nelle prime due settimane di marzo. Lo stesso è accaduto in Francia, con particolare intensità nel nord del Paese, ma anche in Canada, Germania, Spagna e Stati Uniti: ovunque si è registrato un incremento delle segnalazioni di almeno il 30%.

In Australia, dove le richieste di aiuto sono aumentate di oltre il 40%, gli operatori di soccorso hanno rivelato anche un incremento della gravità degli episodi di violenza nel 70% dei casi: perché la clausura, l’incertezza del futuro, lo stress economico e psicologico possono avere un effetto dirompente anche in situazioni tenute sotto controllo, o limitate, in una quotidiana normalità. Nel Regno Unito – dove le visite al sito web di soccorso sono aumentate del 581% - il numero delle chiamate è raddoppiato (+97%), quello delle richieste via mail triplicato (+185%). Nelle prime tre settimane di lockdown sono state uccise 14 donne e 2 bambini: un numero mai registrato prima.
In Italia, durante il lockdown, si è registrato una considerevole diminuzione della maggior parte dei reati: secondo i dati pubblicati dal Viminale, le rapine hanno subito una flessione del 21%, i furti del 26% e le truffe dell’11,3%. Gli unici reati che hanno registrato un incremento sono quelli contro le donne: mentre gli omicidi sono calati del 16,8%, i femminicidi sono aumentati del 5,9%. Anche i reati informatici - unica tipologia di reato in forte crescita nei mesi della pandemia (+20%) - hanno colpito principalmente le donne, che lavorano e studiano in smart-working: bombardate da molestie virtuali, cyber bullismo e sex trolling. Un fenomeno, questo, che ha riguardato milioni di donne nel mondo, soprattutto nei paesi asiatici, in particolare Cina e Singapore.
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E non è tutto. Le strade semideserte, il coprifuoco, i negozi chiusi, non hanno impedito il protrarsi imperterrito di aggressioni sessuali, sfruttamento della prostituzione anche minorile, in Italia come in paesi a più alto rischio. In India, nelle Filippine, in molte nazioni africane, nei paesi dell’Est e nelle zone rurali di gran parte del pianeta, nella striscia di Gaza e nei territori di guerra, la violenza contro le donne e le bambine non ha subito alcuna flessione: matrimoni infantili, mutilazioni genitali, stupri, tratta e pedofilia sono proseguiti indisturbati, immuni al covid, inarrestabili con e senza mascherina, impassibili a qualsiasi timore terreno o ultraterreno.

Le strategie nella pandemia: Mask-19 e altre preziose novità
Una pandemia nella pandemia, quella registrata da UN-Women. Ma anche un’importante occasione per rivedere il sistema di prevenzione e contrasto alla violenza di genere e domestica. Le istituzioni sono intasate, i pronto soccorso al collasso. Ciò che può fare la differenza è, anche in questo caso, il coinvolgimento dei singoli, in prima persona. Esattamente come per il covid, è chiaro che ciascuno di noi ha un ruolo, una responsabilità, e che ognuno può fare la differenza.

Se stare in casa sembra isolarci, d’altro canto il maggiore accesso a internet amplifica la possibilità di recuperare informazioni, facilita i contatti e velocizza le possibilità di intervento. Permette inoltre un maggiore scambio di esperienze. Questo il senso di The Shadow Pandemic Compaign, la campagna promossa da UN-Women per contrastare la violenza contro le donne in tempo di coronavirus. La campagna coinvolge tutti i paesi del mondo e raccoglie le varie iniziative messe in atto, in modo da considerarne gli effetti e renderle disponibili per tutti: una raccolta di suggerimenti utili a ridimensionare l’emergenza, in attesa di una soluzione definitiva.

Come racconta il rapporto, il Canada ha utilizzato 50 milioni di dollari per tenere aperti i centri antiviolenza durante il lockdown; in Francia sono stati messi a disposizione alberghi per accogliere donne e bambini qualora non vi fossero più posti disponibili nelle case rifugio; in Sud Africa sono stati incrementati i servizi originariamente creati per donne e ragazze affette da HIV e AIDS in modo da poter accogliere anche chi fugge da violenza domestica.
In Cina è stato creato un apposito hastag (#AntiDomesticViolenceDuringEpidemic) per accedere ad ogni tipo di informazione e contatto legale o di soccorso; ad Antigua e Barbuda le compagnie telefoniche hanno siglato un accordo per rendere gratuite le chiamate ai numeri di pronto intervento e sostegno psicologico; nel Regno Unito si può scaricare una app antiviolenza (Bright Sky) che rimane mascherata in modo da non essere visibile se eventualmente il partner violento controlla il cellulare. Alle isole Canarie si può entrare in farmacia e chiedere una “Mask 19”: non è una protezione contro il covid, ma un messaggio in codice che attiva l’immediato soccorso.
Incentivare l’uso telematico nelle comunicazioni amministrative e istituzionali, ha di fatto velocizzato la possibilità di intervento nelle zone disgregate, come le isole Fiji, il Sudan, Trinidad e Tobago e altri.
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In alcuni paesi, come Argentina e Kazakhistan, dove i processi per violenza domestica o sessuale rischiavano di essere archiviati, l’accesso virtuale ha accelerato i tempi, aggiornando il calendario delle udienze e scongiurando l’impunità degli aggressori.
Anche nella striscia di Gaza, territorio difficilissimo per le donne, come racconta l’attivista per i diritti umani Mona Shawa, è stato possibile riaprire i tribunali e difendere le vittime di violenza anche in modalità a distanza. In Colombia, Guyana e in altre nazioni, oltre ad essere stato garantito l’accesso virtuale ai principali servizi pubblici di sostegno e soccorso, le vittime di violenza possono assistere e partecipare al processo anche in videoconferenza.

Sono modalità di intervento rese necessarie dalla pandemia, ma che si stanno rivelando preziose nel contrastare la violenza sulle donne, e che sarà certamente utile continuare ad utilizzare anche dopo la fine dell’emergenza, magari adottandole in tutti i Paesi del mondo. Forse, qualche donna si salverà grazie al Covid-19

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