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Elena Somarè, che ha fatto del fischio un’arte sfidando mille tabù

Il suono era considerato la voce del diavolo o delle streghe. Ma lei da bambina si esercitava imitando il canto di Maria Callas. Oggi lavora per Avati e Sorrentino e fa concerti con il suo quartetto

In varie culture, primitive e non, è il suono più pericoloso, maledetto, satanico. Il fischio era la voce del diavolo nel Mefistofele di Arrigo Boito. E le donne non potevano fischiare per partito preso: era considerato qualcosa di indecente, disdicevole. Un vezzo, un richiamo, una roba da uomini: per loro era diverso, come tutto il resto. «Nel Medioevo, se osavamo fischiare, venivamo tacciate di essere delle streghe. In seguito, almeno fino all’Ottocento, è rimasto questo stigma di volgarità e pubblica condanna: soprattutto per la posizione della bocca, “equivoca” e malintesa a bella posta. Un divieto che persiste in molte parti del pianeta».

 

Elena Somaré è la più grande interprete internazionale di fischio melodico, ed è la prima donna ad aver fatto un concerto di questo tipo nel mondo arabo, dove il fischio femminile è tuttora controverso, nascosto, negato. Nel maggio del 2019, si è cimentata all’auditorium dell’università Sorbonne di Abu Dhabi, chiamata dall’Unione europea per l’Europe Day. Per lei fischiare è sempre stato di vitale importanza, ben più che uno svago sotto la doccia. Magia, estasi, un sentimento che si soffia. «Il fischio è la mia voce. È la nostra seconda voce: possiamo cantare, o fischiare. Si fischiava di più un tempo, oggi decisamente meno. Eppure è un formidabile canto senza parole. Un suono antico come l’umanità, ma nuovo», racconta all’Espresso.

 

Nel fischio riecheggia l’anima della persona. «Non c’è il filtro della parola. Certo, è molto faci le stonare, il fischio è un suono purissimo, la linea sonora è davvero esile, il fischiatore è come un funambolo che cammina su una corda tesa». Milanese d’origine, romana d’adozione, ha sublimato questo genere sui generis, emancipandolo dal purgatorio di cabaret, music-hall, vaudeville, curiosità e folclore in cui era confinato. È definita l’unica erede di Daisy Lumini, pure lei italiana, e dell’americana Alice Shaw, che sposando la causa e la rivolta delle suffragette decise di lasciare il danaroso marito e girare il pianeta insieme ai tre figli, mantenendosi da solista e con gli spettacoli del fischio.

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«Di solito i fischiatori sono dei virtuosi, fanno cose oltremodo complicate, ma a mo’ di giocolieri. La loro è un’attività un po’ collaterale, di colore, non lo strumento principe. Sono pochi, poi, i musicisti che hanno adoperato il fischio, pochissimi in forma esclusiva. E non esistono artisti che hanno eseguito arrangiamenti musicali per solo fischio». Una ce ne sarebbe, in realtà, ed è appunto Elena Somaré, che ha elevato questa tecnica intrisa di emozioni autentiche nei gironi nobili della musica con la m maiuscola. Subito prima di lei, il più famoso di tutti era Alessandro Alessandroni, il fischio mitologico dei film musicati da Ennio Morricone e della saga degli spaghetti western.

 

Anche Elena ha fischiato, da par suo, per il cinema: nel 2018 per “Loro 2” di Paolo Sorrentino ed “Euforia” di Valeria Golino, di recente per “Lei mi parla ancora” di Pupi Avati, da poco uscito sulle piattaforme di streaming. E ha già suonato in mezzo globo, arricciando leggermente le labbra a fin di poesia. In sale di ogni dimensione, dalla Corea del Sud a New York, da Vienna al Théâtre des Variété di Monte Carlo, dove è stata applaudita a inizio febbraio. «Ci sembrerà strano, ma lì i teatri sono aperti, col dovuto distanziamento, e abbiamo tenuto - incredibile, un mezzo prodigio - un concerto. Io ero al settimo cielo: non calcavo un palcoscenico, in pratica, da un anno, a eccezione di piccoli eventi estivi».

 

Si è esibita con la sua band: il chitarrista svedese Mats Hedberg, il pianista Gianluca Massetti e l’arpista paraguayano Lincoln Almada. Proprio l’incontro con quest’ultimo, qualche anno fa, l’ha convinta a focalizzarsi su questa passione connaturata, trasformandola in una nuova professione, nella sua cifra artistica. Lincoln, la sua guida: dopo averne appurato il cospicuo talento, l’ha formata sul campo. «Mi ha detto, perché non ti metti a studiare veramente musica?». La genesi di una formula pressoché inedita, ensemble strumentale più fischio solista in luogo del convenzionale vocalist.

 

E pensare che nei decenni precedenti Somaré aveva fatto tutt’altro. Era stata una fotografa e videomaker di successo: ha immortalato numerosi personaggi nazionali e universali e realizzato reportage da zone di confine, la Mongolia, la Cina, i campi profughi della Macedonia durante la guerra in Kosovo. Si limitava perciò a fischiare «con gli amici, alle feste, un classico. Non è facile dirsi: adesso divento una fischiatrice professionista. Ci vuole coraggio».

 

Il fischio è un suono semplice e complesso, angelico, carnale, trascendentale. Il pubblico reagisce ai suoi concerti con incipiente stupore, destinato, di lì a breve, a sciogliersi in una resa incondizionata all’entusiasmo e alla meraviglia. «All’inizio ho sempre gli occhi chiusi, perché se guardo le facce delle persone mi scappa da ridere: c’è chi mi fissa esterrefatto, non immaginava che potesse essere così un mio live. Magari si aspettavano un numero freak, o temevano l’insorgere repentino della noia e della monotonia. Invece capiscono presto che si tratta di qualcosa di completamente diverso, il fischio-voce miscelato agli altri strumenti canonici. A quel punto li invito a chiudere gli occhi con me, per dimenticare la stravaganza apparente della serata e lasciarsi trasportare dalla nuda musica. Si rilassano tutti, e il miracolo si ripete di volta in volta». Nel mondo contemporaneo, che tende a espellere il beneficio della sorpresa, riconnette gli spettatori a una suggestione primordiale. «Non mi hanno mai fischiata, anzi, escono fischiettando».

 

L’amore per il fischio se lo porta dentro sin da bambina: aveva quattro anni quando cominciò, imitando il padre e i dischi d’opera della mamma, che mandava a memoria e rifischiava di gusto. La Traviata, la Bohéme, La Fanciulla del West «occupavano, nel mio immaginario, il posto delle favole, trascorrevo in questa maniera i miei tranquilli pomeriggi d’infanzia. La mia preferita era la Norma, avevo una predilezione per Maria Callas».

 

Un albero genealogico straordinario quello di Elena Somaré: generazioni di intellettuali e creativi di alto valore e influenza. Un cugino di suo padre Sandro, pittore milanese e fondatore, col fratello Guido, della galleria Milano, era l’accordatore di Arturo Benedetti Michelangeli. Suo nonno, Enrico Somaré, fu uno dei più celebri storici dell’arte italiana e il promotore della rivista di critica artistica e letteraria L’Esame, nonché «lo scopritore di Italo Svevo, commissionando a Eugenio Montale la recensione de “La Coscienza di Zeno”». Il bisnonno Cesare Tallone, storico ritrattista e paesaggista, insegnante a Brera, era amico di D’Annunzio e Marinetti e maestro di Carrà e Pellizza da Volpedo. E chissà se li consigliava e pungolava fischiando.

 

E lena ha inciso, fin qui, col suo gruppo, due album, riplasmando ad hoc sia il repertorio tradizionale napoletano, dal Cinquecento in avanti, che gli standard sudamericani. Motivi popolari e melodie tormentate e ardenti, senza tempo. Il primo, “Incanto”, venne presentato nel luglio del 2016 al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Il secondo, “Aliento”, uscì nell’aprile del 2018.

 

Un terzo arriverà nei negozi tra fine aprile e maggio, segnando un ulteriore rinnovamento sperimentale nel suo percorso. Comprenderà inediti, materiale originale e brani riarrangiati della fine degli anni Sessanta e dei primi Settanta: dai King Crimson a Brian Eno, passando per Nick Drake. Ci sarà anche parecchia elettronica, «un impianto sonoro molto più moderno, per portare la mia musica a un pubblico più giovane: il fischio è uno strumento vergine, mi piace sondarne la gamma delle potenzialità».

 

Tra gli ospiti e i rendez-vous speciali del disco, Morgan Agren, l’ultimo batterista di Frank Zappa, e il duetto con una sua amica di lunga data, la cantante jazz Ada Montellanico, una di quelle che l’hanno incitata a inseguire il suo sogno. E dire che per tanti il fischio resta, oltre che un territorio prettamente maschile, un sinonimo di stizza. Di contestazione, protesta, insulto. «Questo è un fatto molto europeo. Il fischio di disapprovazione a teatro, o allo stadio. È un risvolto curioso, mi sono interrogata spesso sul suo significato recondito».

 

Negli Stati Uniti, per esempio, «accade l’esatto contrario»: il fischio come elogio, applauso netto e convinto. «No, non mi viene mai da fischiare nel senso del Vecchio continente, per rabbia o delusione, contro quello che non mi va a genio. È più forte di me, per me il fischio è gioia», conclude Elena Somaré.

 

Come ha scritto il poeta Valentino Zeichen, nei versi contenuti nel libretto del suo cd di due primavere fa, il fischio è «la verosimile imitazione del soffio divino». Altro che demoni. È la colonna sonora di un silenzio gravido di canzoni prive di parole. È un movimento lieve, ma possente d’aria, bellezza e rinascita. Da sospingere con un filo di grazia, e il respiro del vento.

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