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Attualità
aprile, 2021

Cosa sta facendo di concreto l’Europa per lanciare la rivoluzione verde

Bruxelles dovrà rivedere oltre 50 provvedimenti legislativi in soli 18 mesi. Oltre a definire nel dettaglio cosa è green e cosa no: dall’energia alla finanza, dalla Co2 alle importazioni

Poche ore dopo l’inizio della sua presidenza, Joe Biden ha riportato gli Stati Uniti all’interno degli accordi di Parigi sul clima. Meno di tre mesi più tardi ha siglato uno degli investimenti pubblici in nuove infrastrutture ecosostenibili e socialmente eque più imponenti della storia americana. E il prossimo 22 aprile, quinto anniversario degli accordi di Parigi e Giornata della Terra, si appresta a celebrare con un vertice dei capi di Stato sul clima, l’inedita leadership statunitense alla lotta ai cambiamenti climatici. Saranno presenti 40 Paesi, tra cui Cina e Russia, di cui 17 sono responsabili dell’80 per cento delle emissioni globali. In quella sede Biden intende annunciare la percentuale di emissioni che gli Usa ridurranno entro il 2030. Bruxelles, fino ad oggi leader nella lotta ai cambiamenti climatici, non vuole farsi cogliere impreparata. E punta a portare sul tavolo virtuale della discussione la sua nuova legislazione sul clima, quella che dovrebbe siglare il prossimo 21 aprile, e con cui mira a ridurre le emissioni del 55 per cento nel 2030 e a raggiungere la neutralità climatica nel 2050.

 

La madre di tutte le leggi sul clima, come è conosciuta a Bruxelles, getta le fondamenta per una serie di grandi revisioni legislative che trasformeranno completamente le modalità europee di produzione e consumo nel giro del prossimo biennio. «Il cambiamento è sistematico», dice Pascal Canfin, l’eurodeputato liberale francese che presiede la Commissione ambiente in parlamento e che ha riassunto in unico documento i 54 pezzi di legislazione europea che saranno rivisti nei prossimi 18 mesi per attuare la trasformazione eco-sostenibile: «L’Europa ha predisposto un investimento gigantesco di 250 miliardi di euro per la lotta al cambiamento climatico: adesso dobbiamo dotarci di tutti i mezzi necessari a centrare gli obiettivi che ci siamo prefissati».

 

Anche il primo pezzo di legislazione attuativa del Green Deal approderà all’Europarlamento il prossimo 21 aprile e potrà essere discusso al summit. Riguarderà una prima classificazione degli investimenti che potranno essere definiti verdi e su cui il settore finanziario potrà dunque puntare. «Definendo quale investimento è verde e quale no, l’Europa sta fissando gli standard industriali dei prossimi trent’anni per se stessa e potenzialmente anche per il resto del mondo», dice l’eurodeputato verde Bas Eickhout, numero due della Commissione ambiente: «Un esempio concreto? Dal 2025 in poi gli investimenti sui motori a combustione saranno leciti ma non potranno più essere considerati verdi. Ovviamente l’obiettivo è arrivare al 2035 con l’intero parco macchine elettrico».

 

Proprio le prime bozze delle direttive sulla definizione che sono state fatte filtrare dalla Commissione per sondare le reazioni dimostrano che, nonostante alcuni obiettivi siano chiari, la battaglia tra politici, lobby e divergenti interessi nazionali è solo alle prime battute. E finirà necessariamente in un compromesso imperfetto. «Un esempio caro all’Italia è quello del metano», dice Monica Frassoni, presidente della lobby europea “European alliance to save energy”: «Da una parte è un gas alterante, dall’altra non rimane nell’atmosfera per più di dieci anni. Alcuni lo vorrebbero definire “verde” per poterlo usare nel medio periodo come sostituto del carbone e investirvi. Altri invece sostengono che tanto andrà eliminato nel giro di 15 anni e quindi sarebbero investimenti sprecati. Io credo si tratti di una battaglia di retroguardia perché il futuro è elettrico».

 

La prima grande rivoluzione legislativa di questo biennio arriverà il prossimo giugno, quando la Commissione europea presenterà il pacchetto “In forma per il 55”, ovvero una dozzina di misure necessarie per ridurre le emissioni del 55 per cento nei prossimi nove anni. La più importante sarà quella che riguarda la riforma del mercato della Co2, che fisserà il nuovo prezzo dell’anidride carbonica intorno ai 50-60 euro per tonnellata rispetto ai 40 odierni. L’aumento di prezzo dovrebbe rendere economicamente insostenibili gli investimenti in centrali a carbone o quelli nelle auto tradizionali, spalancando la porta alla commercializzazione di massa delle vetture a idrogeno o elettriche. Contestualmente, la Commissione proporrà di fare pagare l’emissione di Co2 anche ai settori aereo e marittimo che, fino ad oggi sono stati di fatto esenti, e rivedrà al rialzo gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per ogni stato membro.

 

Il secondo elemento chiave del pacchetto estivo è l’istituzione di un meccanismo di aggiustamento delle emissioni per i prodotti in entrata nell’Unione, meglio conosciuto come “tassa sulla Co2”, che dovrebbe impedire la concorrenza sleale alle imprese europee da parte dei produttori esteri, e che però dovrebbe essere introdotta di pari passo con l’eliminazione dei favoritismi nazionali alle aziende europee. «L’obiettivo è condiviso da tutti ma la negoziazione avverrà tutta sui dettagli», dice Canfin. Anche perché il ricavato da questo meccanismo di tassazione dei prodotti alla frontiera dovrebbe entrare a far parte del nuovo budget europeo: sarà una nuova risorsa con cui l’Europa finanzierà il Next Generation Fund e la transizione ecologica. Tra le altre misure in arrivo con l’estate, ci sarà anche la revisione dell’obiettivo della quantità di produzione di energia rinnovabile, che oggi è posto al 32 per cento per il 2030, e, punto dolente, la revisione della tassazione in materia d’energia, che non esclude un aumento futuro del costo dei consumi domestici.

 

Farà parte invece del pacchetto di revisioni autunnali la nuova e complessa direttiva sul livello di performance energetica degli edifici, da soli responsabili del 40 per cento delle emissioni europee, che, per la prima volta, riguarderà anche l’edilizia esistente e non solo la nuova. «Non è un dibattito semplice perché ha un impatto diretto e concreto sulla vita dei cittadini», dice Eickhout: «E dunque non basterà una direttiva europea ma occorrerà l’intervento dei governi nazionali per decidere come ripartire il costo della trasformazione sostenibile degli edifici esistenti». Di fatto alcuni esempi di legislazione in materia già esistono. La Francia ha stabilito che dal 2025 non potranno essere più venduti gli edifici in classe energetica “G”, dal 2028 quelli in “F” e dal 2035 quelli in “E”.

 

L’Italia ha invece utilizzato un metodo incentivante, quello del superbonus del 110 per cento, per spingere i propri cittadini a rendere più efficienti dal punto di vista energetico le proprie case. «In Europa stiamo ancora riscaldando l’aria esterna perché le abitazioni non sono ben isolate e questo è un grande spreco», continua Eickhout: «Ma sebbene si ripaghino nel tempo con i risparmi, i lavori di ristrutturazione esigono un grande investimento iniziale». Una delle 54 misure più curiose che verrà proposta entro fine anno, e che rientra nell’insieme della legislazione sull’economia circolare, è quella che introduce un passaporto per i prodotti: verranno classificati sulla base dell’impatto climatico e ambientale lungo tutta la loro catena del valore. In questo modo i consumatori avranno informazioni chiare sulla loro durabilità, sulla manutenzione, sulla facilità di riuso, di riparazione e di riciclo, così come sulla loro composizione in termini di materiali e di sostanze chimiche che possono avere un effetto nocivo sull’ambiente. La riparazione di un oggetto tornerà in auge e, in prospettiva, potrebbe creare posti di lavoro, mentre diventerà nociva e fuori moda l’abitudine dell’usa e getta.

 

Infine, anche la finanza diventerà sempre più verde. Oltre al varo della classificazione, che stabilirà cosa si intende per attività verde, la Commissione prevede anche un’etichetta verde per i prodotti finanziari e sta preparando il terreno per il prossimo varo di obbligazioni verdi. Al contempo, la Banca centrale europea sta cambiando le sue regole interne per allinearsi con gli accordi di Parigi e la Banca europea per gli investimenti (Bei) si è impegnata a finanziare nel 2025 almeno il 50 per cento di progetti in linea con gli accordi di Parigi e a non finanziare nessun progetto che nuoccia alla lotta contro il cambiamento climatico. Perché, come dice Canfin, «questo è il decennio che deciderà se il Green Deal rimarrà uno slogan o si trasformerà in realtà». 

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