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Attualità
giugno, 2021

Caro Roberto Mancini, l’unico che può inginocchiarsi sei tu

“Hanno spiegato ai tuoi ragazzi che la politica deve star fuori dal calcio. Come se l’Ungheria, per restare solo a questa edizione, non sembrasse sempre sul punto di invadere sé stessa. Ma tu sei di un’altra epoca. E sarebbe un piccolo segnale di umanità”

Caro Roberto,
volevo ringraziarti per il tifo che mi hai permesso di fare da inizio Europei.

Io sono un tizio strano: non è che la maglia azzurra da sola rappresenti un feticcio. Dipende anche da chi la indossa. Pensa che neppure in altri ambiti il celebre “right or wrong, it’s my country” mi ha sempre fatto cagare. Preferisco “If my country is wrong, I get pissed twice”.

 

Invece i tuoi sono proprio ragazzi d’oro. Magari non avranno il talento di Spagna ’82, quando venivamo dallo scandalo scommesse. O di Germania ’06, quando venivamo dallo scandalo scommesse. Ti tocca lavorare senza il collante del risentimento, del riscatto, che dall’8 settembre ’43 ci ha sempre regalato discrete soddisfazioni.

Ma nonostante questo hai già compiuto un miracolo. Si vede che fanno, da non so quante partite, ciò che a queste latitudini ci riesce di rado: giocano l’uno per l’altro. E ognuno di loro, anche gente che in campionato, in Champions, in un qualunque altrove, sconta limiti individuali, ha imparato la lezione di Confucio: comprendono i loro limiti e li fanno propri. Per questo giocano, giocate, così bene.

Che poi, a proposito di maglia, mi viene sempre in mente quella rossoblù in lanetta che indossavi nell’81, quando esordisti in Serie A. E sì, poi retrocedemmo lo stesso, ma s’era accesa la luce. La tua. Quella che avrebbe guidato la Samp, insieme al tuo sodale, a quel tizio fantastico di Boskov, a sovvertire per l’ultima volta la conventio ad includendum per cui le strisce orizzontali, o l’assenza di strisce, mal si combinano con lo scudetto.

Per questo, Roberto, per questa antica comunanza, per questa contingente riconoscenza, volevo chiederti un favore che difficilmente potrai fare a me e ad altre persone come me che si sentono spesso orfane, negli stadi. Orfane della loro passione, violentata da razzismo e altri ammennicoli.

Volevo chiederti: inginocchiati tu.
Pochi secondi, anche meno. Ma fallo.

 

Perché i tuoi ragazzi l’altro giorno si sono accosciati sul prato quasi per caso, perché sembrava loro un bel gesto, perché se lo fanno in Premier ‘sta cazzata non dev’essere. Ma è stato loro spiegato a gran voce, oserei definire in coro, da quelli peraltro che si definiscono fuori dal coro, persino allo stadio, che non si può, non si deve, che è politica, e che la politica deve star fuori dal calcio. Come se l’Ungheria, per restare solo a questa edizione, non sembrasse sempre sul punto di invadere sé stessa.

Si sono ovviamente spaventati, i tuoi giovani uomini. Caricare sulle loro spalle, peraltro ben remunerate, il bullismo del tifo italiano sarebbe ingeneroso. È già stato bello che cinque di loro avessero deciso, per caso o per sentimento, di affrontarlo. Ma poi è partita la tempesta di letame.

Tu, invece Roberto, le spalle le hai larghe. Larghe come quelle di Luca Vialli. Siete di un’altra epoca, avete altre risorse, avete un’altra storia. Voi ve lo potete permettere. E sarebbe un piccolo segnale di umanità, di leggerezza, di come un gesto comunichi una cosa che prima o poi attecchirà: non ci sono se, non ci sono ma, la scimmia ai giocatori di colore non lo fai. Non la dovete fare.

Lo so, potrebbe essere impopolare. Specie se (dio non voglia) gli austriaci dovessero, perdonerai il francesismo, mettercela in saccoccia. Ma tanto, andasse male, saresti impopolare lo stesso. Gli stessi che ti hanno già costruito un monumento equestre sull’Aurelia, lo sposterebbero a Trastevere, vicino a quello della porchetta. E ti farebbero a tocchetti.

 

Dunque tu, Roberto Mancini, garante degli 11 in campo e dei 15 fuori, e forse Luca, appunto, siete quelli che se lo possono permettere. I due, tra le altre cose, che della Premier sono stati protagonisti. La stessa Premier in cui anni fa volavano le coltellate. E adesso si va allo stadio tranquilli. E se uno irride i neri, lo portano via.

Caro Mancini Bottura_Senza-titolo-1

Per questo, Roberto, te lo chiedo. Poco più di una flessione. Col tuo fisico non dovrebbe essere impossibile, che se lo facessi io sarei da defibrillatore immediato. Per motivi etici. Non perché Salvini sia contro. Del resto, le parole di un che nel 2006 tifava Germania, valgono come il due di bastoni quando briscola è sambuca.

Tra l’altro, ecco, dati alla mano il suo tifo a favore non è che sia considerato così apotropaico.

Il mio, il nostro tifo, invece, l’avrai e l’avrete comunque.

Perché questa ha tutta l’aria di essere la Nazionale di gente perbene. Non eroi, non santi, ma un piccolo collettivo che ha già fatto cose buone. Coi piedi e con le ginocchia.

Se poi non te la sentirai, grazie lo stesso.

Al massimo, da lontano, sentirai una piccola e speranzosa parte del Paese che commenta sospirando: “Ma porca puttena”.

Forza Italia, nel senso buono.

 

E grazie, Roberto.

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