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Attualità
settembre, 2022

Cosa era davvero lo studio del medico di famiglia negli anni Cinquanta ora lo racconta un museo in Lucania

La scrivania e la sala d’attesa, gli strumenti e l’immane archivio delle riviste per aprire gli occhi su un mondo di consapevolezze e ritrovati scientifici. Gli oggetti d’arte e la poesia di una professione fondata sull’ascolto

Sul portone in legno al civico 59 bis di via Nazario Sauro, a Rionero in Vulture, provincia di Potenza, c’è una targhetta rettangolare su cui si legge: “Dott. Rosati”. Il dottore non c’è. Ha esercitato la professione di medico di famiglia in questo studio dal 1961 al 1998 ed è venuto a mancare nel 2008, eppure molto è rimasto di lui: gli strumenti chirurgici riposti in un mobiletto di metallo bianco, sotto le due ante aveva applicato due nastri adesivi su cui aveva scritto a macchina “Cuore e Ipertensione”, come se aprendole, vi si spalancassero l’organo e la patologia; e poi impianto radiologico di marca Gilardoni per le radiografie - un monoblocco avveniristico per l’epoca, a cui il paziente si appigliava per farsi guardare dentro - un apparecchio per la Marconiterapia con fasce a onde elettromagnetiche indicato per le artrosi e una centrifuga dalle linee spaziali per le analisi del sangue. La lampada Cobra disegnata da Elio Martinelli nel 1968 illumina una scrivania progettata dallo studio Pfr di Gio Ponti, Antonio Fornaroli e Alberto Rosselli, su cui è disposto un tesoro: alcune delle quattromila riviste ricevute in abbonamento postale da parte di case farmaceutiche, un po’ anche case editrici, che chiamavano a raccolta grandi scrittori, fotografi, illustratori e importanti studi grafici dell’epoca. Un orologio a pendolo continua a segnare l’ora dal primo anno di servizio del dottore. La sensazione è che tutto sia ancora presente, dottore compreso.

Angela Rosati, architetto, fotografa e figlia del dottor Rosati, racconta: «Salendo queste scale accediamo ad età diverse, dove gli anni ’50 e ’60 sono ancora in corso». Dallo scorso luglio infatti lo studio ha riaperto, una nuova targa accanto al portone indica: Spazio Tam Tempo Arte Medicina Archivio medico Antonio Rosati. «Tempo, arte e medicina sono connesse e io penso che custodire il tempo sia la pratica che ci leghi alle persone. Mio padre non ha mai voluto che lo studio andasse ad un altro medico perché qui c’era la sua vita. Anche dopo la pensione ha sempre utilizzato lo spazio per sé. Nel 2017 ho pensato che tutto ciò che era qui, dagli apparecchi tuttora funzionanti ai libri e alla sua collezione di riviste, non poteva essere disperso, ma anzi poteva essere materiale di conoscenza per raccontare come un tempo si svolgeva questa professione. Il medico di base lavorava sette giorni su sette, di giorno e con chiamate notturne. Presidiava il territorio perché non esisteva ancora la pratica del recarsi al Pronto soccorso. Si instaurava così un rapporto quasi di famiglia, il medico era un confidente. Il visitatore che viene qui si rende conto che questo non è uno spazio solo del medico Antonio Rosati, ma è uno spazio sensibile: qui vi si trova la storia di una comunità. Sto incontrando e registrando le memorie di alcuni ex assistiti di mio padre e tanti mi raccontano le loro situazioni familiari di quel periodo, si accumulano storie», spiega Angela Rosati.

Indica lo stetoscopio del padre e aggiunge: «Era appassionato dell’orecchio. Gli piaceva come organo e questo a me piace molto, perché lui era un grande ascoltatore e in questo ci vedo una grande apertura, verso gli altri e verso la musica. E l’archivio è basato anche su riviste d’arte». L’allora sala d’aspetto oggi è una sala espositiva. La prima mostra, visitabile fino al 12 ottobre, si intitola Con-Tatto e vede opere realizzate dall’artista visiva Chiara Arturo e disegni di alunni delle scuole medie lucane in dialogo con il materiale d’archivio esposto nei vari ambienti, in questo caso una selezione di articoli che trattano il tema dell’epidermide, della mano e la sfera del tatto. «L’archivio è privato e la sua tutela e valorizzazione avverranno attraverso iniziative di studio e pubblicazioni. Organizzeremo degli incontri di medicina partecipata, con un taglio divulgativo su tematiche utili alle persone. Sarebbe bello far tornare quei giovani medici originari di Rionero che dopo la laurea sono andati a lavorare all’estero, così da farci raccontare le loro esperienze»», precisa Angela Rosati. 

Il medico Antonio Rosati fotografato all’inizio della sua professione, negli anni ‘50

Su una scrivania degli anni ’50, in quella che era la sala delle terapie, c’è una foto scattata nel 2001 all’istituto di ricovero e cura a carattere scientifico Crob di Rionero in Vulture durante una cerimonia in onore dei quattro medici di famiglia storici della città. Al centro c’è Antonio Rosati, che è anche al centro del ricordo che ne fa per noi Franco Pietrafesa, fra gli assistiti dal dottore e a sua volta medico otorinolaringoiatra. Lo incontriamo a casa sua, poco lontano dallo studio, «In famiglia quando si diceva il dottore, si intendeva Antonio Rosati. Per noi non esisteva altra persona che avesse questo nome, il dottore. E per noi quello che diceva era Vangelo. Quando qualcuno di noi stava poco bene allora si andava allo studio, si salivano le scale e si vedeva il dottore, che era sempre dietro alla scrivania ad accoglierci. “Dottore” si diceva, “non mi sento bene, sto così e così”. E lui: “Non tieni niente”. Era categorico nelle cose, ci faceva veramente togliere il pensiero cattivo. Poi un giorno sono andato nel suo studio e gli ho detto “Dottore, io mi sento formicolii dappertutto”. Allora per la prima volta non disse “Non tieni niente”. Mi disse “Questa volta dobbiamo indagare” e mi indirizzò ad un neurologo. Quando tornai gli dissi “Dottore, tengo la sclerosi multipla”. Il dottore quasi si metteva a piangere, ci rimase proprio male. Mi guardò, non aveva parole da aggiungere». Pietrafesa ci congeda con un ultimo ricordo: «Molte volte scorgevo dalla strada la porta dello studio aperta a tarda sera, salivo e mi meravigliavo nel vederlo in un angolo, vicino al lavandino, a leggere». Torniamo in studio e Angela Rosati apre uno degli armadi in cui è custodita parte della collezione di riviste. Sono tutte impilate e catalogate cronologicamente, dal primo all’ultimo numero, così come le aveva lasciate il dottore. Anche l’ordine è ereditato. «Io sono emozionata, perché io sprofondo in queste letture». Sfogliamo Tempo Medico, rivista di attualità e di cultura per il medico italiano, la prima rivista italiana ad adottare il formato tabloid del Time. A progettarla fu Giuseppe Trevisani, giornalista e grafico che collaborò al Politecnico di Elio Vittorini e che ideò l’impaginazione per il manifesto.

Sulla copertina del numero 21 del gennaio 1963 è illustrato l’otorinolaringoiatra Michele Arslan, alle sue spalle un vortice cinematografico di occhi, membrane acustiche e una sedia girevole rotante. L’autore è Guido Crepax, che realizzerà 206 copertine della rivista, oltre a illustrare 360 puntate della rubrica Circuito Interno, detta anche le Clinicommedie. Leggiamo l’introduzione: «In questa rubrica un importante clinico e il suo aiuto discutano i casi più singolari in uno studio collegato con un circuito televisivo interno alla saletta degli assistenti. Ogni caso è di regola diviso in tre parti: alla fine di ciascuna, il lettore attento potrà tentare la propria diagnosi confrontandola poi con quella esatta, riportata alla fine del test. Una diagnosi esatta alla fine della prima parte significa molto acume (e un po’ di fortuna); alla fine della seconda significa avere notevole perspicacia; alla fine della terza, buon discernimento clinico». Sul numero 47 dell’ottobre 1966 scopriamo che «un juke-box a cuffia, che emette suoni analgesici, fa parte integrante dell’attrezzatura professionale di moltissimi dentisti americani», in quanto il paziente non sentendo il rumore del trapano prova una minore suggestione psicologica del dolore. Due pupille sgranate emergono da una pagina nera, dove il titolo di una pubblicità di un sonnifero si chiede: «Dormirò stanotte, dottore?». Qualche pagina dopo seguiamo un reportage su Angelo Zanaboni, primario di provincia e di frontiera all’ospedale di Tradate. Le riviste, «da cui affiora un’incredibile gentilezza», commenta Angela Rosati, riportano al presente un mondo che sa parlare di letteratura e di poesia, di ricerca scientifica e ricerca di sé, di dipinti antichi e di futuri immaginati; il tutto a poche pagine di distanza e con tirature che arrivavano anche alle 80 mila copie a numero. Ecco Documenta Geigy, formato quotidiano, che racconta L’avvenire del pedone e La megalopoli e le sue pattumiere.

Un elegante cartoncino a tre ante svela il periodico bimestrale Bracco 3, ogni singola uscita era composta da tre fascicoli separati: per il medico, per la casa, per la sala d’aspetto; vi si scriveva di poligamia, di canti d’amore dell’antica Cina e di farmaci per l’addormentamento e il riaddormentamento. «Anche una città nel suo clamore disperato può regalare un vicolo improvviso di silenzio», recita il pezzo di apertura de La Lettura del Medico, «E in quei pochi passi solitari puoi riascoltare le favole che, per tanti giorni affannati il cuore aveva messo in disparte. Sei un ingegnere, uno spazzino, una maestra, un vigile, uno scolaro. E te ne vai rassegnato, sempre a quel punto della tua giornata d’uomo nel 1968. Mentre cammini ascoltati dentro». Angela Rosati ha ricomposto la luce di quegli anni. Ci mostra la lampada da tavolo Lesbo di Angelo Mangiarotti del ‘67 e dice: «Durante il terremoto del 1980 cadde rovinosamente. Mio padre raccolse i cocci di vetro in una scatola. Li ho trovati e fatti riassemblare. Per me è un simbolo di ricostruzione e di rinascita». Infine, l’accende.

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