Le studentesse e gli studenti che scendono in piazza non lo fanno solo in quanto «alleati», ma perché è ormai chiaro che le lotte funzionano solo se affrontate con un’ottica intersezionale. La lotta per i diritti della comunità queer passa anche per i luoghi del sapere, banalmente perché attraversati da ogni singola persona: quindi possono formare, abbattere i muri di preconcetti e ignoranza che definiscono le rivendicazioni della comunità queer come sbagliate o poco importanti. Per questo marciamo al Pride: perché vogliamo che i luoghi di istruzione ci diano gli strumenti per informarci in modo libero, mettendo criticamente in discussione analisi passate. E finché sentiremo parlare di «indottrinamento gender» o di «revisionismo queer» continuerà ad esserci bisogno di studentesse e studenti in corteo. Allo stesso tempo però le stesse scuole e università, se non cambiano, rimangono luoghi in cui vengono reiterate le stesse dinamiche oppressive che si verificano fuori. Ma devono essere di più: per esempio, se l’Italia è ancora anni luce indietro nel riconoscere alle persone trans il diritto alla rettifica dei documenti, scuole e università stanno iniziando a garantire le Carriere Alias, carriere parallele che garantiscono di utilizzare genere e nome di elezioni anche in assenza di un riconoscimento giuridico.
Se parliamo di benessere psicologico, se parliamo di merito e di punti di partenza diversi, questi ragionamenti devono per forza di cose tenere in considerazione anche i diversi livelli di oppressione, come si intersecano tra di loro.
Di fronte a un governo come questo e finché anche le forze progressiste si mostreranno timide, divise, continuerà a stare a noi lottare su questo e su tutti i fronti. Gli ultimi anni ci dimostrano che ce n’è necessità, ma soprattutto che ne siamo in grado.