Industrie e allevamenti, camion e inceneritori: Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia, spiega quanto incidono sulla qualità dell’aria gli impianti vicini alle aree metropolitane

Ogni volta che Legambiente pubblica una nuova edizione di “Mal’Aria”, il suo rapporto sull’inquinamento urbano, i media rilanciano l’allarme sui veleni respirati ogni giorno dai cittadini italiani, in particolare nelle città che si trovano nella zona più industrializzata del Paese. I dati pubblicati all’inizio di quest’anno legano praticamente tutte le città della Pianura Padana, da Torino a Venezia, in un unico allarme per l'inquinamento atmosferico. Ma quanto di questo inquinamento, e per quali sostanze, è riconducibile agli scarichi industriali? Lo abbiamo chiesto a Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia.

 

«Premesso che Mal'aria riporta i dati di inquinamento misurato nelle città, ma che questa misura non è riconducibile alle emissioni urbane (perché in Pianura Padana, specie durante i periodi di accumulo di inquinanti legato al fenomeno dell'inversione termica, gli inquinanti delle città riflettono le emissioni che avvengono in un ampio intorno territoriale della città stessa), e quindi ragionando su una dimensione più ampia, regionale, gli inquinanti prioritari sono NOx e PM, cioè ossidi di azoto e particelle. Parlando però di PM, occorre estendere la valutazione ad un terzo inquinante, l'ammoniaca (NH3), che è il principale precursore (insieme alla NOx) della formazione del PM secondario. Secondo i dati di ARPA Lombardia riferiti a questi inquinanti, la fonte industriale (processi produttivi + combustioni industriali) pesa per circa il 16% delle emissioni di NOx, l'11% delle emissioni di PM10 primario e circa lo 0% delle emissioni di ammoniaca. Ricordiamo che per i tre inquinanti le fonti emissive principali sono rispettivamente il traffico su strada per NOx, la combustione di legna per il PM primario e il settore agricolo per NH3».

 

Le misure anti-inquinamento da voi richieste riguardano traffico cittadino, impianti di riscaldamento e allevamenti intensivi. Gli scarichi delle industrie sono regolamentati dallo Stato in base alle indicazioni dell'EU, quindi comuni, provincie e regioni non possono intervenire. Ma non si potrebbero chiedere, per esempio, controlli più frequenti? O un tetto alle autorizzazioni per la costruzione di nuovi impianti industriali? O incentivi per le aziende che delocalizzano per esempio in zone montuose del Nord Italia o in altre regioni?
«Sicuramente il tema dei controlli è molto importante e lo chiediamo da sempre: ovviamente occorre aumentare gli organici delle ARPA e i poteri del personale agenziale. Le altre due misure (tetto alla costruzione di impianti industriali e incentivi alla delocalizzazione) hanno grossi problemi di sostenibilità economica e di accettabilità sociale. Delocalizzare in zone montuose significherebbe ad esempio costringere migliaia di lavoratori a intraprendere lunghi viaggi, inevitabilmente automobilistici, per raggiungere le nuove sedi produttive, e ciò probabilmente comporterebbe un aumento di emissioni da traffico superiore ai benefici della delocalizzazione della fonte emissiva. Molto meglio esigere l'applicazione delle BAT (migliori tecniche disponibili per il contenimento delle emissioni) in sede di autorizzazione, e controlli successivamente. La delocalizzazione degli impianti produttivi è già avvenuta nei decenni passati, con trasferimenti degli stabilimenti in Paesi dell'Est Europa o in Estremo Oriente, ovvero luoghi dove la forza lavoro costava meno e le norme ambientali erano più permissive. Ciò sicuramente ha portato ad un miglioramento di qualità dell'aria in Pianura Padana (ma un peggioramento nei Paesi di destinazione), ma anche ad un contraccolpo occupazionale che credo nessun amministratore pubblico vorrebbe assecondare».
 

La Pianura Padana ospita una quantità record di inceneritori di rifiuti: 13 solo in Lombardia. Quanto contribuiscono all'inquinamento dell'aria?
«In Lombardia, regione che detiene il maggior numero di inceneritori in Italia, il contributo inquinante delle emissioni da trattamento rifiuti (inclusivo quindi anche di altre modalità di trattamento diverse dall'incenerimento), costituisce il 3% delle emissioni di NOx, lo 0% delle emissioni di PM e lo 0,6% delle emissioni di NH3. Si tratta di un apporto complessivamente marginale».
 

La quantità di impianti e la situazione climatica particolarmente infelice (in una zona da sempre poco ventosa e, negli ultimi anni, con sempre meno piogge) sembrano creare nella Pianura Padana un pericoloso "effetto garage": gli scarichi di una singola auto non uccidono, ma se si tiene il motore acceso in un ambiente chiuso diventano un'arma letale. È un'impressione fondata? E come si può affrontare questa situazione?
«La situazione climatica della Pianura Padana è sicuramente infelice sotto il profilo dell'attitudine al verificarsi di condizioni favorenti l'accumulo di inquinanti. Non c'è altro modo per ridurre l'inquinamento che ridurre le emissioni, a partire dalle fonti prioritarie (traffico, riscaldamento a legna, agricoltura ed in particolare zootecnia, ma anche produzione energetica e processi industriali). Si tratta di un approccio inevitabilmente impegnativo ma dimostratamente efficace: negli ultimi 15 anni l'inquinamento da polveri si è ridotto del 33% a seguito della riduzione di emissioni, in particolare di NOx (quasi dimezzate) e di PM (ridottesi di un terzo). Purtroppo nel settore zootecnico la riduzione è stata invece minima (circa l'8% in meno di emissioni di NH3) e ciò in parte spiega come mai, specie negli ultimi anni, i risultati nell'abbattimento dell'inquinamento siano sempre più insoddisfacenti in rapporto allo sforzo di riduzione delle altre fonti emissive».

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