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I funerali dei feti celebrati con rito cattolico. Senza il consenso delle donne

I membri delle associazioni pro-life ottengono i resti dagli ospedali e si danno appuntamento per la sepoltura. Spesso senza che le donne ne siano a conoscenza. «È una violazione della dignità della persona che mette in discussione il diritto all’aborto»

È pallido il cielo, grigio il cimitero, sembra plumbea anche l’atmosfera intorno a chi si incontra per celebrare la vita. «Crediamo nell'uomo e nel valore della vita umana da cui nasce. Così esprimiamo pietà, rispetto e affetto verso questi piccoli, anche se non sono nati. Per la morte ingiusta e violenta che hanno subito confidiamo che la nostra preghiera permetta di implorare il perdono per coloro che sono responsabili e colpevoli agli occhi di Dio». Dopo l’orazione il sacerdote abbassa lo sguardo. Accanto i partecipanti, disposti in cerchio attorno alle lapidi, cantano. Sono per la maggior parte donne, anziane, alcune si abbracciano, tante piangono. Un uomo posa le scatole bianche coperte di fiori all’interno di una fossa. Che poi copre con la terra.

 

 

Erano le 9 di mattina dello scorso 25 novembre, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, quando nel cimitero di Busto Arsizio, in Lombardia, i volontari dell’associazione Difendere la vita con Maria si sono dati appuntamento per celebrare i funerali dei resti biologici degli aborti, embrioni o feti, che, secondo i movimenti pro-life, sono «bambini non nati». Una quarantina di persone, in coro, ripetono l’Ave Maria mentre seguono il carro funebre che trasporta, lento, i resti degli aborti fino all’ingresso del cimitero. Tra le mani scorrono le perle del rosario. Poi un uomo affida i contenitori a due donne: la cerimonia comincia.

 

Un rituale che si ripete uguale, con cadenza variabile, sulla base degli accordi che le associazioni stringono con gli ospedali e i Comuni. Autorizzato dall’articolo 7 del Dpr n°285 sul regolamento di polizia mortuaria del 1990. «Piango per le madri, non sanno quello che hanno fatto», lamenta una donna con gli occhi lucidi. «Sono bambini che avrebbero potuto giocare, vivere in pace con le loro famiglie. Vorrei che non ci fossero più aborti, spero per le madri che diventino consapevoli, se sai che stai eliminando tuo figlio non lo fai», chiarisce Paola Faccin, responsabile della sezione locale di Difendere la vita con Maria, nei primi minuti del reportage “Le chemin de croix des italiennes”, realizzato da Anaïs Bard, Giona Messina, Gaëlle Pidoux, Caroline Bordecq e Marc-Henri Maisonhaute per Envoyé Spécial, sul canale France 2.

 

 

 

Come spiega a L’Espresso don Maurizio Gagliardini, presidente dell’organizzazione a supporto della vita che ha sede a Novara ma agisce in tutta Italia: «È completamente legale. Superate le 24 ore in cui le persone coinvolte nel concepimento hanno il diritto di decidere come gestire i resti dell’aborto, subentriamo noi: abbiamo la possibilità di portare un congelatore negli obitori dove sono conservati i resti fino al giorno della sepoltura che avviene, se le famiglie non segnalano diversamente, con il rito cattolico», chiarisce don Gagliardini. «Negli ultimi vent’anni abbiamo seppellito tra i 750 e 800 mila bambini».

 

Il problema è che in tanti casi i riti avvengono senza il consenso delle donne che hanno interrotto la gravidanza. «Tra quelle che abbiamo incontrato c’erano cattoliche, donne di altre religioni e atee. Tutte si sono sentite violate quando, senza consenso, la loro esperienza è stata associata a una croce. Per la celebrazione del funerale cattolico vale lo stesso: è una questione trasversale che consiste nell’utilizzo improprio dei simboli della religione, anche se è la mia», spiega Elisa Ercoli, presidente dell’associazione Differenza Donna, in prima linea per la tutela di quelle coinvolte nella vicenda del Cimitero Flaminio di Roma, dove i resti degli aborti sono stati sepolti con le croci che riportano il nome e cognome delle donne.

 

Una violazione della dignità (e della privacy) della persona che allunga la lista delle difficoltà che mettono in discussione l’effettività del diritto all’aborto in Italia. Tanto che, racconta Silvia che lavora per un Ong che aiuta le donne a interrompere la gravidanza, «la paura è che avvengano in maniera insicura. Ogni anno invio un kit di farmaci, gli stessi che si usano negli ospedali, a circa 250 donne».

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