Senso di colpa, depressione, disagio e paura: sono sensazioni che sempre più persone provano quando il pensiero di catastrofi legate al cambiamento climatico si fa ricorrente. Si chiama ecoansia, una condizione psicologica che all’angoscia per il clima combina quella per il futuro. Ne soffre soprattutto chi è giovane perché ha la consapevolezza che nel mondo sfigurato dal riscaldamento globale dovrà viverci.
«Ci sono troppe emissioni. Stiamo correndo verso epidemie più frequenti, alluvioni, ondate di calore che uccidono, siccità, mancanza di cibo, eventi climatici estremi, il collasso. Siamo l’Ultima generazione che può fare qualcosa: dobbiamo agire per garantire un futuro», ripetono con insistenza gli attivisti per il clima. E non solo loro: «È imperativo smettere subito di usare i combustibili fossili, avviare e finanziare politiche di adattamento, soprattutto per le aree più vulnerabili, dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030, mantenendo vivo il target di Parigi di 1,5 gradi», si legge nell'ultimo report del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, firmato da migliaia di scienziati di 195 Paesi: «È essenziale un’azione accelerata per l’adattamento in questo decennio. Per colmare il divario tra l’esistente e ciò che è necessario».
Ma pochi ascoltano le voci degli scienziati. E sono ancora meno quelli che promuovono azioni di cambiamento.
Così gli attivisti di Ultima generazione si incollano alle opere d’arte, bloccano il traffico, tingono di carbone vegetale l’acqua delle fontane, colorano i palazzi storici, sporcano i luoghi della politica di vernice lavabile. Oppure di fango, come quello che ha travolto l’Emilia Romagna con l’alluvione.
«Per testimoniare la vulnerabilità che tutti abbiamo nei confronti della crisi climatica. Vorremmo che le persone scendessero in piazza con lo stesso spirito di solidarietà con cui si aiutano nell’affrontare i disastri, per prevenirli. Per bloccare gli investimenti sul fossile. Perché se non intraprendiamo azioni immediate è una certezza matematica che la frequenza e l’intensità degli eventi estremi cresceranno: 15 morti, 36 mila sfollati potrebbero essere la strage meno drammatica che vedremo nei prossimi anni. Invece di ricattare chi sta implorando da mesi il governo di interrompere i sussidi pubblici ai combustibili fossili, perché il presidente del Senato Ignazio La Russa non invita le istituzioni ad agire per garantire un futuro ai suoi concittadini?», si chiede Luca Trivellone, attivista di Ultima generazione. «È più facile scaricare su di noi le responsabilità. O farci passare per criminali pur di zittirci. Ma accettiamo il rischio dell’arresto per diffondere il grido d’allarme, per evitare che spalare fango diventi normalità. Siamo anche tra le persone che stanno prestando soccorso in Emilia Romagna, però non sentiamo il bisogno di fare propaganda».
Ad aiutare chi ha perso tutto a causa dell’alluvione, come era successo anche a Firenze nel 1966, infatti, ci sono tante persone, molti giovani: «È normale. Serve la foto?», risponde Agnese Casadei che fa parte dei Fridays for future, il movimento per l'ambiente nato nel 2018, dopo che Greta Thunberg, allora quindicenne, e altri giovani attivisti si sono seduti davanti al Parlamento svedese ogni giorno di scuola per tre settimane, per manifestare contro la mancanza di azioni di contrasto alla crisi climatica. Hanno condiviso la protesta su social e il movimento è diventato virale: oggi è attivo in 7.500 città e ne fanno parte 14 milioni di persone nel mondo. Eppure in Italia c’è chi, come il quotidiano Libero o il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri li chiama «gretini».
Per minimizzare l’importanza del messaggio di cui si fanno portavoce. «Sono di Forlì, per me vivere l’area dell’alluvione, vedere quello che è successo alle persone a cui voglio bene, è una conferma che la causa per cui mi batto da anni è giusta. Sappiamo che per rispettare gli accordi sul clima di Parigi dobbiamo impedire che la temperatura globale aumenti più di 1,5 gradi. Per farlo vanno azzerate le emissioni di Co2 entro il 2050. Ma non c’è una strategia politica volta alla realizzazione dell’obiettivo. Chi è al governo oggi non lo sarà tra trent’anni, a loro non verrà chiesto il conto. A noi che dovremo vivere il mondo della catastrofe climatica sì. Per questo lottiamo, perché non c’è più tempo. Ma le nostre battaglie vengono considerate di serie B, perché “siamo giovani”, “non abbiamo esperienza”. Anche se siamo molto più informati della maggior parte degli esponenti politici sulla crisi climatica. Proprio perché non ci fa dormire la notte», conclude Casadei.
Gli attivisti non chiedono solo di cambiare le fonti da cui si trae l'energia. Ma anche che il sistema produttivo nel suo complesso si trasformi. «Il capitalismo è dilagante, quasi ossessivo: il consumo, il progresso si basano sul modello antropocentrico, l’uomo al centro e la natura da sfruttare per soddisfare i bisogni. Invece, dobbiamo costruire la nostra esistenza sul dialogo con il pianeta.
I livelli sociale, ambientale e economico sono collegati: l’impatto dei cambiamenti climatici ricade soprattutto sulle popolazioni più fragili», spiega Roberta Bonacossa, attivista, presidente e co-founder di Change for planet, associazione fatta da giovani che vogliono accelerare lo sviluppo sostenibile: «Servono proposte chiare per farci capire da persone che in parte non hanno neanche gli strumenti per ascoltarci. Richieste concrete per tutelare il territorio italiano. È chiaro che il clima sta cambiando rapidamente, bisogna agire. L’alluvione in Emilia Romagna è una manifestazione della crisi in atto: prima la siccità, poi le precipitazioni intense. Se a questo aggiungiamo l’elevato consumo di suolo e la scarsa tutela del territorio lo scenario è chiaro».
Aggiunge Aurora Audino, ingegnera ambientale, consulente della Commissione Ue, delegata italiana alla Youth4climate: «Quello che è successo ci fa riflettere soprattutto sulla mancanza delle misure preventive per affrontare gli eventi estremi che saranno sempre più frequenti. Bisognerebbe trattare la questione climatica più come un problema tecnico che politico. Perché i dati ci sono e la scienza parla chiaro: per fronteggiare il clima che cambia è necessario attuare sia strategie di mitigazione, come la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, sia di adeguamento ad avvenimenti come alluvioni, siccità, ondate di caldo». Un piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici è stato presentato dal governo lo scorso dicembre. È in fase di valutazione ma si tratta di un piccolo passo visto che il documento è in lavorazione dal 2015. «Per la mitigazione, invece, dobbiamo seguire le regole dell’Unione Europea che è molto attiva sul tema della transizione ecologica. Punta ad essere la prima a raggiungere la neutralità climatica. Ma in Italia mancano leggi vincolanti», conclude Audino, convinta che affinché il problema ambientale venga preso in considerazione è necessario cambiare il sistema di coinvolgimento dei giovani all’interno delle Istituzioni. Attraverso un ascolto non solo consultivo ma anche costruttivo. Per fare in modo che le istanze delle piazze non cadano nel vuoto. Che il contrasto al cambiamento climatico smetta di essere una battaglia, per diventare realtà. E lasciare spazio a chi il futuro dovrà viverlo.