Analisi

Lo spazio negato alle donne, condannate a non essere mai sole

Quando attraversano un parco, se rincasano tardi, se vanno a correre dopo il tramonto: non smettono mai di figurarsi la propria morte ogni volta che decidono di spingere un po' oltre la quotidianità

di Gaia Manzini   7 settembre 2023

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Pippa Bacca era un’artista milanese. Quindici anni fa è partita per una performance itinerante che l’avrebbe portata fino a Gerusalemme in autostop. Avrebbe indossato per tutto il viaggio un abito da sposa, un abito candido che normalmente si indossa una sola volta e che invece sarebbe diventato la mappa di un’intera esperienza, si sarebbe sporcato di vita. Il percorso prevedeva l’attraversamento di undici Paesi che erano stati teatro di conflitti armati. Una sposa che va incontro alla crudeltà del mondo e in cambio fa l’offerta aggraziata del suo candore. È un gesto senza scopo, dunque immenso. Ricordiamo lei, ma in realtà Pippa Bacca non era da sola. Con lei c’era un’amica, l’artista Silvia Moro. Pippa e Silvia sono partite in due da Milano vestite da spose l’8 marzo del 2008. Mi sono spesso chiesta perché? Perché duplicarsi e depotenziare così la forza simbolica del proprio gesto artistico? Una sposa al lato della strada che chiede un passaggio, è una sposa. Due spose non sono altro che due donne in maschera. E allora perché coinvolgere un’amica? Si può solo tentare una deduzione: aveva paura. Una donna non parte quasi mai da sola, tantomeno in autostop; una donna da sola se lo chiede mille volte: quando deve attraversare un parco di notte, quando torna a casa tardi con i mezzi pubblici, quando va a correre dopo il tramonto.

 

Pippa Bacca

 

Rebecca Solnit, scrittrice e femminista americana, scrive che le giovani donne sono costrette a non smettere mai di figurarsi la propria morte ogni volta che decidono di spingere un po’ oltre i confini della loro quotidianità. Non andare in quel luogo, non vestire in quel modo, non rivolgere la parola a quelle persone, non uscire a quest’ora; lascia perdere l’ardimento, l’autonomia, l’indipendenza. Ce lo ripetono fin da bambine tanto che rinunciare a tutto sembra l’unico modo per salvarsi. «Anche se non venivi uccisa – scrive Solnit –  qualcosa in te lo era: la sensazione di libertà, di parità, di sicurezza». Pippa Bacca lo sapeva, come lo sappiamo tutte. Aveva coinvolto un’amica e, nel momento in cui a Instanbul le due si separano dopo un litigio e lei accetta il passaggio dall’ennesimo sconosciuto, il viaggio viene interrotto dall’irruzione della violenza: il camionista la porta in un bosco, la violenta e la uccide. Colpevole di essere sola, punita per la sua volontà di autodeterminazione. Ogni violenza subita da una donna è sempre un messaggio per tutte le altre: ci ricorda la nostra vulnerabilità, l’impossibilità di essere libere e sole. Come sola era la ragazza a Palermo quella notte tra il 6 e il 7 luglio.

 

Virginia Woolf amava camminare. Le piaceva uscire di casa per portare a passeggio il cane di sua sorella, ogni tanto prendeva l’autobus per Hampstead. Camminare era un modo per conquistare uno spazio di libertà. Camminiamo, andiamo, un passo dopo l’altro ci trasformiamo in puro spirito di osservazione, senza un genere preciso. Diventiamo esseri androgini, al di fuori di ogni limite e categoria, dunque liberi. Nel suo saggio sullo street haunting, Virginia Woolf parlava del proprio sentire, delle proprie percezioni. Già, ma quelle degli altri? Quelle del mondo che ci osserva?

 

Aurore Dudevant lo sapeva, sapeva che per solcare Parigi in tranquillità doveva passare inosservata. Era scappata dalla casa di campagna dove viveva infelicemente con il marito e si era trasferita a Parigi nel 1830 perché voleva diventare una scrittrice. Sapeva che quella città poteva essere un’inesauribile fonte di ispirazione, e anche che bastavano un paio di pantaloni, degli stivali e un cappello per trasformarsi in un uomo e non attirare gli sguardi. È così che Aurore Dudevant si trasforma in George Sand. Come a dire che la libertà per una donna sola avviene solo rinunciando al proprio corpo. Trasformandosi in un albero come Dafne che sfugge ad Apollo, oppure camuffandosi, nascondendosi, dissimulando.

 

«È passata come un colpo di vento: senza progetti, senza meta, senza desideri…». Così viene descritta Mona, la giovane vagabonda di Senza tetto né legge (1985), il film di Agnès Varda interpretato da Sandrine Bonnaire. La faccia sporca, gli stivali rotti e lo zaino in spalla, Mona ha scelto di non scegliere. Non vuole più essere segretaria in un’azienda, non vuole una famiglia, vuole dormire dove capita, vagabondare di posto in posto, spingersi ogni volta un po’ più in là. È la libertà più estrema, dunque la solitudine più radicale. L’unica vera scelta è la strada e il contatto con la terra. Il film vinse il Leone d’Oro a Venezia. Agnès Varda mette in scena la ribellione femminile, il rifiuto punk di qualsiasi aspettativa o stereotipo. Però Mona, nella prolessi delle prime scene, viene trovata assiderata in un fosso. Varda non giudicava mai i suoi personaggi, non dava chiavi interpretative, ma alla luce della libertà negata alle donne non può che apparire come una specie di punizione per chi ha scelto di essere libera.

 

Abbiamo conquistato autonomia sociale ed economica, abbiamo conquistato diritti, ma non la libertà di essere sole. Sole in un parco, sole di notte, sole al bancone di un bar. Sola è chi va in cerca di avventura, oppure chi è matta. Voglio coltivare la mia solitudine, la libertà di pensare, di creare in silenzio e in uno spazio libero senza dover essere armata, senza pensare a come difendermi con la forza fisica. Se una donna non può ancora camminare nel mondo come cammina un uomo – senza essere violentata, picchiata o uccisa –  lo spazio diventa una questione femminista. Un campo di lotta ancora tutto da affrontare.

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