Tv horror

No sangue, no party: in televisione la cronaca nera è diventata normale intrattenimento

di Beatrice Dondi   5 marzo 2024

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Non più solo programmi dedicati: ormai i dettagli cruenti occupano i palinsesti e i Tg. Perché, come diceva Umberto Eco: una bella sequenza di teste mozzate tiene buona la gente

«Parleremo delle nuove avventure di Marco Carta, diciamo buongiorno al ballerino Manuel Franjo, ma un momento: salutiamo le bare di Kevin 16 anni e del piccolo Emanuel di soli 5 anni, seviziati e uccisi insieme alla mamma». E benvenuti a “La volta buona”, lo show spensierato di Caterina Balivo che ogni giorno subito dopo pranzo intrattiene il pubblico di Rai Uno, tra giochini, gossip all’acqua di rose e qualche incursione nella cronaca nera. Cosa c’entra in quel contesto? Assolutamente nulla, ovvio. Ma è il brodo del momento, l’ordinario racconto del massacro quotidiano che entra non più di prepotenza ma come un compagno di viaggio da snodare per l’intero palinsesto, non importa l’ora, la rete, la conduzione. Quel che conta è che sia più truculento del concorrente, altrimenti alla gara dei numeri tanto vale non partecipare per niente.

 

Piersilvio Berlusconi lo ha dichiarato senza neanche provare a mascherarlo: «Non sono un grandissimo fan dei contenitori dove si va da troppa cronaca nera a parlare di costume in maniera estremamente leggera. Se si potesse fare meno cronaca nera preferirei, ma dobbiamo fare ascolto». Così, sulla seconda rete un professionista dai modi garbati come Milo Infante apre il suo “Ore 14” con «una notizia che davvero indigna: un bambino di 5 anni frustato su schiena e gambe con un filo elettrico». Sono solo le due del pomeriggio, appunto, da cui il titolo, quel momento spensierato che arriva giusto giusto alla fine della scuola, in cui si consuma un pasto sul tavolino davanti alla tv, prima dei compiti.

 

Eravate molto amici con l’assassino? Le manca molto la donna uccisa? Cosa prova in questo momento? Microfono alla gola, appostamenti fuori dalla porta, domande poste come intrusi molesti. Sì stiamo ancora fermi lì, alla telecamera che stringe un primissimo piano solo nel momento in cui all’intervistato spunta la lacrima. Nessun cambio passo, anzi. Tanto si fa sempre in tempo a dare la colpa all’infernale mondo virtuale che porta la peggio gioventù a compiere atti barbarici. Lo spiega in modo bizzarro Marcello Foa, ospite del pomeriggio: «I ragazzi hanno perso il confine e fanno nella vita quello che vedono nei videogiochi». Ma per avvalorare la sua tesi entra in dettagli puntuali: la coltellata, l’affondo nella schiena, il viso sfregiato, trentacinque punti e così via. In televisione, a favore di chi per caso si fosse perso esattamente l’angolazione precisa con cui la lama è entrata.

 

SANGUE E TG
È la tv dei mostri, una parola irresistibile e che lava le coscienze. Ma se un tempo, sino a ieri insomma, si confinava l’esegesi in programmi del tutto dedicati, o suscettibili di qualche naso da storcere, ora è diventato fluido, un liquido che si insinua laddove meno te lo aspetti. Chi ci nuota da campione è il Tg1, a cui il sangue piace parecchio e non fa nulla per nasconderlo: «E ora, l’orrore». Un apostrofo rosso sangue tra Giorgia Meloni e la guerra in Medio Oriente, che sarebbe orrore anche quello ma vabbè, meglio concentrarsi sul dettaglio: «Colpita a morte con un martello, pugni, calci», «Un massacro durato giorni», «Lacrime troppo forti», «I demoni dovevano essere bruciati e sepolti», «Ha visto morire la madre uccisa a colpi di pistola». E senza neppure un qualche avviso, come per Castle, il telefilm su Rai Due che ha preso il posto di Pino Insegno ma la cui visione «è riservata esclusivamente a un pubblico adulto».

 

PICCOLI SCHERMI E GRANDI MOSTRI 
Si sorrideva sull’ossessione da plastico di Bruno Vespa, da Cogne a Garlasco, perché si sentiva fisicamente quanto fosse stonata quella nota, ci si risentiva quando i piani venivano mescolati con una rapidità che la cronaca non poteva giustificare. Ma per dimostrare quanto sia misero il tesoro dato dall’esperienza spunta lo sguardo triste e risoluto di Mara Venier che abbattendo la tanto bistrattata quarta parete si rivolge direttamente alla madre di Alessandro Impagnatiello, assassino reo confesso della fidanzata Giulia Tramontano, incinta di sette mesi: «Sì signora, suo figlio è un mostro». È domenica pomeriggio, ma l’analisi spicciola non manca e la parola mostro neppure, termine masticato con agio da conduttrici e conduttori come un pasto ben poco fiero.

Roberta Petrelluzzi

 

ROBERTA PETRELLUZZI
«La cronaca nera e l’origine del male interessa tutti da sempre, ma da quando si è capito quanto incide sugli ascolti si è scatenata una gara per catturare l’attenzione del pubblico, andando a scavare sui particolari più raccapriccianti, incuriosenti e pruriginosi. Ciò che sembra davvero importare è il dettaglio cruento». A parlare a L'Espresso è Roberta Petrelluzzi, l’imperatrice di “Un giorno in pretura”, il programma più longevo della terza rete che per la prima volta accese le telecamere direttamente dentro le aule dei tribunali. Processi celebri certo, ma anche casi di cronaca nerissima del sottobosco italico, a cui schiere di spettatori fedeli si appassionano da anni. «Ma noi interveniamo solo a indagine finita e abbiamo tutto un altro compito, ci possiamo permettere di essere puri. Il punto è che bisognerebbe fermarsi un attimo a ragionare su quello che si manda in onda ogni giorno, porsi delle domande, essere più severi. Tutti vogliono fare un’inchiesta, ci si sostituisce agli inquirenti e si decide di indagare. 

 

Questa pratica che prima era limitata ora è sempre più in voga e passa l’idea che tutto quel che si sa in fondo non sia vero. Insomma, ormai tutta la televisione è diventata un processo dove capire conta poco, si parla dei fatti appena accadono col rischio quotidiano di inquinare le prove. E questo mi fa terribilmente impressione, è un modo di agire che deve spaventare e che rischia di diventare pericoloso». Perché la tv in fondo avrebbe le sue responsabilità. «Eccome – dice Petrelluzzi –  Bisognerebbe fare servizi misurati e attenti. Evitare il tifo, la costruzione del circo mediatico a tutti i costi. Questa è la responsabilità che deve avere tutta la televisione, e se così fosse saremmo in un Paese migliore».

 

MISSERI LA STAR
Il condizionale è d’obbligo in una tv che elegge a star non solo gli esperti in criminologia, che diventano celebri quasi quanto i virologi in tempo di Covid, ma anche, celle permettendo, gli stessi protagonisti del caso. Un esempio su tutti è quello di Michele Misseri, portatore del dono dell’ubiquità televisiva, ha rilasciato una ricca serie di interviste su canali diversi, tutte rigorosamente esclusive. Su Rai Due a “Far West” con dettagli senza veli, altro che film porno: «La spoglio», «La metto nel pozzo, ma se poi risale a galla è un problema», «Doveva scomparire per sempre», «Le ho fatto il segno della croce con la mano mia», «Ho preso la corda, mica l’ho buttata sennò si spezzavano le braccia» e così via. E a “Quarto grado” (Rete 4), sempre in esclusiva,  ma con lamento annesso: «Sono un po’ stressato con tutta questa cosa mediatica». Ma Misseri parla anche a  “Storie Italiane” (Rai Uno), a Pomeriggio 5 («Vi mostro per la prima volta l’altarino che ho fatto per Sarah»), a “Zona Bianca” (Rete 4), a “Porta a Porta” e così via. Altro che Barbara D’Urso, che quando lo intervistò nel remoto 2012 scatenò persino un’indignazione diffusa. 

 

Oggi invece, tra Sanremo e il caso Ferragni si incastra alla perfezione perché l’eccesso morboso si è trasformato nel tempo in puro intrattenimento. D’altronde, come scriveva Umberto Eco in tempi non sospetti: « Una bella sequenza di teste mozzate tiene buona la gente e non gli mette idee cattive per il capo».