Il ministro della Difesa Guido Crosetto parla espressamente di “guerra ibrida” in riferimento al drone che nelle scorse settimane avrebbe sorvolato almeno cinque volte l’area no-fly zone sopra al Joint research centre dell’Unione europea a Ispra, sulla sponda lombarda del lago Maggiore, in provincia di Varese. E secondo le indagini condotte dal Ros dei carabinieri di Milano, come riporta l’Ansa, i dubbi delle prime ore diventano (quasi) certezze: il velivolo automatico sarebbe russo. Anche se il portavoce della Commissione europea, Thomas Regnier, ha detto di non aver "osservato alcuna violazione da parte di droni della no-fly zone sopra il sito Ispra" né di essere "a conoscenza di alcuna specifica minaccia alla sicurezza correlata". La Commissione, ha aggiunto, "si impegna a proteggere le proprie informazioni, il proprio personale e le proprie reti di fronte a qualsiasi minaccia alla sicurezza. Come prassi generale, la Commissione non comunica ulteriormente su questioni di sicurezza operativa". Il caso è stato sollevato dal Corriere della sera, dopo la segnalazione arrivata in procura lo scorso 28 marzo direttamente dal centro di ricerca, considerata infrastruttura critica perché il campus - il terzo più grande della Commissione europea dopo quelli di Bruxelles e Lussemburgo - è dotato di laboratori che operano in molti ambiti strategici, tra cui la sicurezza nucleare. E a pochi chilometri di distanza ci sono alcuni stabilimenti di Leonardo, l’azienda italiana leader nel settore della Difesa. Intanto, mentre anche il Copasir si sta muovendo per ottenere ulteriori risposte, la procura di Milano ha aperto un fascicolo per spionaggio e terrorismo.
Chi ha fatto volare il drone?
Se la provenienza del drone sembrerebbe essere chiarita - le frequenze registrate dai captatori del Joint research centre sarebbero da ricondurre a un dispositivo di fabbricazione russa - quel che gli inquirenti vogliono capire è chi abbia fatto volare il veicolo. Il modello in questione avrebbe un’autonomia limitata e, per questo, sarebbe difficile ipotizzare che sia stato fatto partire dalla Russia ma è molto più probabile che sia stato telecomandato da un’area non lontana. Per ora non sono emersi collegamenti con un altro fascicolo della procura milanese, relativo a due imprenditori brianzoli (per cui nelle scorse settimane è stato chiesto il rinvio a giudizio) che si sarebbero messi a disposizione dell’intelligence di Mosca per una presunta attività di spionaggio. Ma la strada battuta dai pm Alessandro Gobbi ed Eugenio Fusco è pressoché la stessa e oggi - 31 marzo - la procura guidata da Marcello Viola ha aperto un fascicolo a carico di ignoti per spionaggio politico o militare", reato che punisce "chiunque si procura, a scopo di spionaggio politico o militare, notizie che, nell'interesse della sicurezza dello Stato o, comunque, nell'interesse politico, interno o internazionale, dello Stato, debbono rimanere segrete". Pena prevista non inferiore ai 15 anni e che arriva fino all'ergastolo "se il fatto è commesso nell'interesse di uno Stato in guerra con lo Stato italiano" o "se il fatto ha compromesso la preparazione o l'efficienza bellica dello Stato, ovvero le operazioni militari”. Contestata anche l’aggravante del terrorismo.
Crosetto: "La nostra sicurezza va garantita su più piani"
“Vedo che, oggi, molti si stupiscono per una notizia uscita ieri e che riguarda un conclamato tentativo di spionaggio industriale. In questo caso, ai danni di eccellenze industriali italiane. La procura della Repubblica di Milano si è mossa con tempestività ed ha aperto un fascicolo, per ora contro ignoti. Il reato contestato è molto grave: 'tentato spionaggio militare o industriale' con l'aggravante della 'finalità di terrorismo'. Vedremo gli sviluppi” ha scritto su X Crosetto, che ha aggiunto: “Mi limito ad aggiungere questo. Sono anni che sollevo l'attenzione e lancio allarmi, a volte inascoltato, e in ogni occasione possibile, per mettere sotto i riflettori quanto accade. È in corso una guerra ibrida. Pericolosa quanto sotterranea, costante e asfissiante quanto quotidiana, che è fatta da un mix di attacchi cyber mirati, reclutamento di attivisti (traduco: persone a libro paga di potenze o entità straniere e ostili), scientifiche e massicce campagne di disinformazione di massa, furti di tecnologie e brevetti militari e industriali, più molti altri atti ostili, perpetrati da più attori, statuali e non. Ma, non a caso, quando parlo, fino allo sfinimento, della necessità di difendere il nostro Paese, le comunità cui apparteniamo e le alleanze di cui facciamo parte, dico anche che non mi convince il termine riarmo e lo slogan Rearm Europe. E lo dico - ha proseguito il ministro della Difesa - proprio perché la nostra difesa e la nostra sicurezza, nazionale e collettiva, vanno garantite su più piani, compresi quelli della guerra ibrida e non solo quelli tradizionali, i quali pure restano i più evidenti davanti gli occhi di tutti”.
Anche il Copasir si sta interessando al caso e ha chiesto un approfondimento. “Innanzitutto c’è un punto essenziale - ha affermato il membro del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, il senatore ex Pd Enrico Borghi -. Quella è no fly zone per motivi di sicurezza quindi il primo elemento che sorprende è che, da quanto emerge, per 5-6 volte ci sarebbe stata una violazione dello spazio aereo. Si pone un problema specifico ossia cosa è accaduto sul versante del controllo e delle verifiche; dopo di che si tratta di capire - se è possibile - che tipo di informazioni siano state acquisite, quali obiettivi, per quanto è avvenuto. È inquietante - ha proseguito - anche perché i droni hanno oggi una potenzialità, come si vede in Ucraina, anche letale. Quindi se non siamo in grado intercettare droni con finalità di rilevamento di informazioni, mi chiedo cosa potrebbe accadere se ci fosse un drone malevolo. C'è poi un tema più generale: qualora venisse acclarato che è un'iniziativa russa - ha concluso - c'è un grado di porosità preoccupante nei confronti delle iniziative russe in Italia, da Artem Uss in giù”.
Accertamenti sulla base Nato
Saranno presentate interrogazioni parlamentari alla Commissione europea, proprietaria del centro di ricerca preso di mira, ma non sono escluse analoghe iniziative anche al ministro degli Interni italiano, Matteo Piantedosi, titolare della protezione delle infrastrutture critiche sparse lungo il territorio nazionale. Da quanto emerge finora, non sarebbero coinvolti gli stabilimenti di Leonardo Elicotteri, presenti a qualche chilometro dal centro di Ispra, mentre su altri siti lombardi sono ancora in corso accertamenti. Tra questi c’è il Nato Rapid deplorabile corps, a Solbiate Olona.
