Attualità
23 gennaio, 2026La tre giorni del Forum Disuguaglianze e Diversità, seguita da l'Espresso in media partnership
«La democrazia non si limita alle elezioni». Così Nadia Urbinati al Palazzo Ducale di Genova, apre la discussione sul presente, il passato e il futuro della Democrazia. Per la politologa, l’idea di democrazia "minimalista" ereditata dal dopoguerra — quella che considera l'apatia dei cittadini quasi un segno di salute del sistema — è oggi un blocco teorico. Se la democrazia resta solo una questione di regole, è destinata a soccombere: le regole sono la «ciliegina sulla torta», ma senza un corpo sociale vivo che partecipa nei luoghi di vita, la torta non esiste più.
È questo l'argomento su cui s'interroga Democrazia alla prova (23-25 gennaio 2026), la tre giorni curata da Fabrizio Barca e Luca Borzani. Un corpo a corpo intellettuale nato per rispondere a una domanda brutale posta nel documento ufficiale: può la democrazia rinnovare i propri strumenti e la propria credibilità di fronte alla sfida combinata di neoliberismo e autoritarismo?
Venerdì 23: Il vulnus del neoliberismo e lo Stato "invisibile"
La prima giornata scava nelle cause della crisi, analizzando come trent’anni di arretramento culturale abbiano svuotato i tratti della democrazia costituzionale. Mentre Gaetano Azzariti analizza la tenuta dei principi fondamentali, l’economista Massimo Florio ribalta la narrazione del mercato trionfante. Florio dimostra che lo Stato ha realizzato un modo di produzione (come la salute pubblica) incompatibile con il capitalismo estrattivo. La sua tesi risponde all'interrogativo del Forum sulla concentrazione di potere: la sfida è mobilitare l’"intelligenza sociale" per trasformare ogni ospedale o scuola in un avamposto di resistenza del pubblico.
Sabato 24: Proprietà sociale, guerra cognitiva e il dilemma della piazza
Il sabato è la giornata più densa, dedicata a tecnologia, geopolitica e nuove forme di partecipazione. La domanda del mattino è: può il digitale essere reindirizzato a sostegno della democrazia?
Evgeny Morozov attacca il "soluzionismo" tecnologico, mentre Mazzini descrive la "guerra cognitiva" sulle piattaforme, dove algoritmi e bolle informative frammentano il "senso comune". Sul fronte sociale, Elena Granaglia propone di ricostruire la "proprietà sociale" (servizi universali come scuola e sanità), democratizzandone la governance per contrastare l'incertezza che alimenta l'autoritarismo. L'economista Jayati Ghosh porta lo sguardo del Sud Globale sulla dignità materiale, mentre Federico Masini interroga l'Occidente sull'enigma Cina: un sistema che garantisce sviluppo senza suffragio può essere ignorato solo perché non è liberale?
Nella stessa sessione, Susan Stokes analizza il caso americano: in che misura il trend autoritario è frutto di una specifica dinamica delle élite o di un mutamento della cittadinanza? La sfiducia nelle istituzioni prepara il terreno ai leader illiberali.
Infine, la sessione affronta il fallimento delle piazze: Vincent Bevins analizza perché il decennio delle proteste (2010-2020) non ha prodotto cambiamenti duraturi, evidenziando i limiti del modello orizzontale senza leader. A questa analisi risponde Filippo Barbera con lo "sperimentalismo democratico": serve una "nuova fisiologia" che impari facendo, politicizzando bisogni e diritti concreti dei territori.
Domenica 25: L'Italia e la sfida del senso comune
L’ultima giornata guarda alle specificità del nostro Paese. La domanda è: come può la cittadinanza organizzata ricucire la fiducia e contendere il senso comune per ricostruire una speranza collettiva?
Protagonista della chiusura è Piero Ignazi, chiamato a riflettere sulla forma che i partiti possono o devono assumere oggi. In un'Italia segnata da un assenteismo record, Ignazi analizza se sia possibile ricreare rappresentanza raccogliendo i saperi territoriali e rinnovando la democrazia attraverso corpi intermedi che non siano solo simulacri del passato, ma motori di un nuovo patto tra cittadini e istituzioni.
Genova si chiude con un mandato preciso: la democrazia non è mai data una volta per tutte; vive solo se sa tornare a essere l’infrastruttura materiale e ideale della nostra vita quotidiana.
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