Attualità
23 febbraio, 2026Nel 1983 uccise il procuratore di Torino Bruno Caccia. Trent'anni di carcere e nessun pentimento. La figlia: "Sono perplessa"
"Un funerale in chiesa per chi ha ucciso e non si è pentito non è solo un errore pastorale. È una ferita in più inferta ai familiari delle vittime. Dice a chi ha perso un padre, una madre, un fratello per mano della mafia: 'Il vostro dolore può essere messo da parte'. Dobbiamo chiedere scusa per questo". Il fondatore di Libera don Ciotti, intervistato da La Stampa, esprime la sua contrarietà sulle esequie in chiesa per Domenico Belfiore, 73 anni, boss della ‘ndrangheta calabrese e mandante dell’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia nel luglio del 1983.
Domani - 24 febbraio - alle 15, nella parrocchia Madonna del Loreto di Chivasso, le campane suoneranno a morto per il suo funerale, che divide l’opinione pubblica e scatena le polemiche. Secondo don Ciotti, innegabile la preghiera, ma non la santa messa. "Pregare per un defunto è un atto di carità che non si nega a nessuno perché la misericordia di Dio è più grande dei nostri peccati. Ma celebrare una messa solenne per un mafioso non pentito non è solo preghiera. È mettere un uomo di sangue sullo stesso altare dove celebriamo i santi. È questo che vogliamo trasmettere alle nostre comunità?", spiega Don Ciotti. Un errore anche simbolico. Secondo il parroco, per i giovani che vedranno la bara di un boss solcare un altare di Dio il messaggio sarà uno. "Che alla fine per la chiesa è tutto uguale: il giudice ucciso e il suo assassino. Cosa impareranno quei ragazzi? Che il confine tra bene e male labile. Che l’omertà alla fine paga". Contraria anche la figlia del magistrato Caccia che si dice “perplessa” di fronte alla scelta scelta di officiare le esequie in chiesa “per una persona che in vita ha seminato violenza e terrore”.
Nulla in contrario, invece, da monsignor Daniele Salera, vescovo di Ivrea: "Siamo a conoscenza di quanto il defunto ha compiuto in vita, ma non possiamo sapere di un suo effettivo pentimento interiore. Non potendo sapere quanto, negli ultimi attimi della sua vita terrena, il defunto ha potuto vivere nella relazione con Cristo salvatore, è bene procedere chiedendo, attraverso le esequie, la misericordia di Dio. La forma concordata con la famiglia delle esequie inserite nella liturgia della Parola, darà alla liturgia medesima il tratto di una maggiore sobrietà e semplicità". Dalla sua il parroco che celebrerà il funerale, don Tonino, spiega di aver saputo finora chi fosse Belfiore. “Della scomunica ai mafiosi del Papa sono al corrente, ma non ho ricevuto nessuna indicazione ostativa in tal senso dalla Curia. Lo affiderò a Dio come peccatore, ma è lui a doverlo giudicare”.
"Dopo le esequie il caro Domenico proseguirà verso il cimitero". Un funerale in chiesa, e un manifesto funebre come un altro. Belfiore ha scontato 30 anni in carcere senza mai pentirsi, collaborare, ammettere colpe e responsabilità. Un ergastolo conclusosi, negli ultimi anni, con il tentativo di ricostruirsi un'immagine pubblica attraverso i social, presentandosi come "creator digitale".
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