Attualità
26 febbraio, 2026I pm di Caltanissetta hanno chiesto al gip di archiviare il caso dell'ultima intervista a Borsellino a Canal Plus. Nascosta per 20 anni, fu pubblicata da L’Espresso
Era la sua ossessione, l’ossessione di una vita. Sullo sfondo, una storia nascosta per vent’anni, svelata da L’Espresso poche settimane prima di farla finita, ormai devastato dalla Sla. Fabrizio Calvi, pseudonimo di Jean Claude Zagdoun, giornalista e scrittore francese, è stato l’autore, insieme al collega Jean-Pierre Moscardo, dell’ultima intervista a Paolo Borsellino poche settimane prima di essere ucciso da Cosa nostra il 19 luglio ’92. Un’intervista clamorosa, ritenuta una possibile causa per l’accelerazione della strage di via D’Amelio, a Palermo, appena 57 giorni dopo l’attentato a Giovanni Falcone del 23 maggio. Un’intervista per un documentario commissionato dalla Tv francese Canal Plus, sui rapporti tra Silvio Berlusconi e la mafia, e mai trasmesso in Francia. Un’intervista, infine, resa pubblica da uno scoop de L’Espresso, nell’aprile ’94, quando lo stesso Berlusconi era già presidente del Consiglio.
Ora, però, il sipario sta calando su quei misteri. Il 22 gennaio, a Caltanissetta, il procuratore Salvatore De Luca e l’aggiunto Pasquale Pacifico hanno firmato una richiesta di archiviazione di questo caso, che ha come imputato, oltre a Silvio Berlusconi, poi morto, Marcello Dell’Utri. Ora la palla passa al gip Santi Bologna, che potrà accoglierla, e il sipario si chiude, oppure richiedere ulteriori indagini, concedendo nuovi termini. Ultimo capitolo di una storia infinita. Nel documento siciliano chi scrive è citato con ampi stralci. Sono stato interrogato, proprio da Pacifico, il 13 maggio 2022, sui retroscena di un articolo de L’Espresso del 27 dicembre 2021, a firma mia e di Paolo Biondani. Titolo: «Soldi per insabbiare lo scoop». Sommario: «Un emissario di Berlusconi offrì un milione di dollari per l’intervista di Canal Plus a Borsellino. Tenuta segreta, fu rivelata da L’Espresso».
Chi era questo emissario? E perché il documentario non è mai stato programmato? Risposta: «Berlusconi in Francia controllava La Cinq, una tv generalista con bilanci disastrosi, tanto da progettare di trasformarla in una rete criptata a pagamento. Entrando così in concorrenza diretta con Canal Plus. Quando La Cinq ha chiuso i battenti, i rivali francesi hanno smesso di interessarsi al documentario-choc. Che è rimasto nel cassetto». Fabrizio Calvi si era giustificato così: «Siamo stati pagati. Fine di tutto. E poi pensavo ad altri reportage». Ma non era quella la realtà.
Ai primi di ottobre del 2021 mi ha spiegato, in punto di morte, la vera ragione della mancata diffusione del video: quella poi riportata da L’Espresso e ripetuta alla procura di Caltanissetta: «Nel corso di più conversazioni… Fabrizio Calvi mi confessò di aver saputo da Jean-Pierre Moscardo (poco prima di morire, nel 2010, ndr) che c’era stata una trattativa, per conto di un emissario di Berlusconi, per l’acquisizione delle 50 ore di girato del documentario…Moscardo era stato contattato da Michel Thoulouze, all’epoca numero tre di Canal Plus, che gli aveva inoltrato questa proposta per conto di un manager molto vicino a Berlusconi, Adriano Galliani».
Il prezzo? Un milione di dollari, rifiutato da Moscardo. Sottotesto dell’offerta: far sparire ogni possibile prova compromettente per la Fininvest.
Per la verità, il nome di Thoulouze non era indicato su L’Espresso, su richiesta esplicita di Calvi, che lo aveva definito il «traditore». Il motivo? In seguito, lo stesso Thoulouze era stato assunto proprio da Berlusconi, come amministratore delegato di Telepiù. Ma era facilmente identificabile. Il Fatto Quotidiano l’ha così rintracciato, intervistandolo il 30 dicembre. Thoulouze riconosce sì l’esistenza di una trattativa, nata intorno al ’98, ma avrebbe sostenuto il contrario: sarebbero stati i francesi, invece, a voler cedere il documentario per quel milione di dollari; loro, ad avvicinare un manager intimo di Berlusconi, con quella proposta, poi rifiutata dal tycoon di Arcore. Un personaggio, però, rimasto anonimo, perché Thoulouze non ha voluto nominarlo. Una situazione confusa, dove non si capisce qual è la verità.
I sospetti sono venuti perfino ai magistrati di Caltanissetta che commentano: «Thoulouze ha ricoperto diversi incarichi in società Fininvest e, dunque, potrebbe senza dubbio aver fornito una versione dei fatti volutamente edulcorata, per tutelare la posizione del gruppo imprenditoriale con cui ha intrattenuto intensi rapporti professionali». E riconoscono: sembrava assolutamente probabile «che, anche in epoca successiva alle stragi del ’92, e cioè nel ’98, potesse esservi un interesse di Berlusconi che non venisse pubblicato ulteriore materiale potenzialmente indicativo di assunti rapporti tra gruppo imprenditoriale e formazione politica da lui diretta (Forza Italia, ndr) e Cosa nostra». Erano, però, solo informazioni giornalistiche, già conosciute. Ma c’è una lacuna investigativa. Thoulouze e Galliani non sono mai stati interrogati. Risultato. Non si potrà capire di più.
Sia come sia, i procuratori di Caltanissetta ritengono «irrilevante la presunta trattativa e la relativa conoscenza della stessa come possibile movente della strage (di via D’Amelio, ndr)». Non c’è nessuna prova che «il contenuto dell’intervista fosse noto a esponenti di Cosa nostra, eventualmente tramite gli originari indagati (Berlusconi e Dell’Utri) o loro delegati».
Eppure, quando incontravo Fabrizio, spesso gli obiettavo. L’intervista a Borsellino è del 21 maggio ’92, mercoledì; due giorni dopo, venerdì 23 maggio, muore Falcone nell’attentato di Capaci; lunedì 25 maggio lui e Moscardo intervistano a Milano Filippo Alberto Rapisarda, in stretti rapporti d’affari con Dell’Utri. Nessuna fuga di notizie dentro Cosa nostra? Calvi lo ha escluso a me e anche ai magistrati di Caltanissetta. I quali lo hanno sentito in rogatoria, a Berna, il 14 ottobre 2020, quando ormai la malattia lo stava consumando. Fatto strano, alla presenza di un avvocato di Ginevra, non necessaria in Italia per i testimoni, ma obbligatoria secondo le norme svizzere.
Il legale ha svolto un ruolo da “parafulmine”, opponendosi a domande su Berlusconi e Dell’Utri, cercando di zittire il suo cliente, sempre più in difficoltà. Si scoprirà successivamente, si legge nel documento di Caltanissetta, che quel professionista «aveva avuto notevoli cointeressenze con società gravitanti in ambito Mediaset». Insomma, un quadro allarmante, che fa intravedere uno scenario forzato, quando una persona affetta da Sla ha difficoltà a comunicare.
Di Jean Claude sono stato amico e collega per più di 35 anni. La sua, una carriera ricca di successi: molte inchieste televisive, soprattutto per Arte: sull’FBI, sull’11 settembre, sulla strategia della tensione in Italia. Ma anche libri. L’ultimo, poco prima di morire, su Donald Trump. Ci vedevamo spesso, anche negli Stati Uniti, invitati alle conferenze di Investigative reporters and editors (Ire): Boston, Filadelfia, Austin, New Orleans. È stata un’amicizia cementata anche da un libro scritto insieme, “Les nouveaux réseaux de la corruption”, uscito in Francia nel ’94. Durante la stesura definitiva, per un mese, nel marzo ’94, sono stato a Parigi, a casa sua. Ed è lì, in quella occasione, che mi dice: «Qui potremmo aggiungere una bella dichiarazione di Paolo Borsellino». «Che cosa? Tu hai intervistato Borsellino e nessuno ne ha mai saputo niente?».
Tutto il resto è venuto dopo. La pubblicazione dell’intervista su L’Espresso. Il silenzio sul documentario. L’indagine di Caltanissetta. Ho visto di persona a Losanna Jean Claude, per l’ultima volta, nell’estate del 2019. Stava benissimo. Pochi mesi dopo mi chiama preoccupato: «Non sto bene, ho un fortissimo mal di schiena, non riesco a camminare, mi devo fermare dopo nemmeno 100 metri». È stato poi operato. Ma non è servito a niente. Verso la fine di quell’anno, la notizia drammatica: «Ho la Sla».
Quando, nel 2021, gli ho telefonato, oltre a parlare del «traditore», biascicando, ha sussurrato: «Tutto il documentario è in formato “rush”, grezzo. Vieni qui e te lo prendi». Ma non c’è stato tempo. Il 23 ottobre Jean Claude se n’è andato, con il suicidio assistito. E la moglie, titolare dei diritti, non ha avuto disposizioni in merito a quel grande lavoro, che quindi resterà inesplorato.
L’atto finale di questa intricata vicenda deve scriverlo il gip Santi Bologna. Se approverà l’archiviazione, l’intervista a Borsellino finirà negli scantinati. Se invece disporrà nuove indagini, si potrà ripartire. Occorreranno ancora alcuni mesi per motivi tecnici, perché di mezzo c’è una procedura di notifiche alle persone offese, interessate a questo procedimento, una ventina, tra queste, i familiari di Borsellino: i figli e il fratello.

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