Ieri teatro di scontri sanguinosi, oggi set di nuove estetiche. Riparte da Quarantaine la nouvelle vague artistica della città. Firmata Bernard Khoury

Il nome è minaccioso: Quarantaine, ed è l'area dove i francesi mettevano in quarantena gli immigrati. Negli anni Venti è diventato un campo profughi, molto tempo dopo quelle strade ammaccate e palazzi fatti di tufo e cemento sono state teatro dei tragici scontri tra falangisti cristiani e palestinesi. Oggi, come accade in molte città del mondo, dove zone malconce diventano trendy perché scelte da artisti e intellettuali con il culto della rovina a basso costo, anche il quartiere Quarantaine di Beirut è sul punto di diventare un'area alla moda.
Il primo a metterci piede è stato Bernard Khoury, nato nel 1968 a Beirut, città dove è cresciuto ad architettura e guerra: il padre è stato una figura chiave del Modernismo locale, lui oggi è il più noto, acuto e visionario architetto libanese. Mostre in grandi musei internazionali, l'ultima al Victoria & Albert Museum di Londra, copertine dal "New York Times" in giù. Lo studio di Khoury, al terzo piano della 56 strada del Jisr Sector - al quarto c'è la galleria d'arte contemporanea Sfeir-Semler con casa madre ad Amburgo - non evoca affatto scenari bellici. I 700 metri quadrati di DW5, dove lavorano 40 architetti e un centinaio di collaboratori, sono quasi tutti rosso fiamma. Forse perché, oltre a diplomarsi ad Harvard, tra le varie cose che ha fatto da giovane Khoury è stato anche assistente di Jean Nouvel, e basta guardare il Macro che Odile Decq ha realizzato a Roma per rendersi conto della passione degli architetti francesi per questo colore. Ma Khoury rilancia.

Appena si varca la porta di DW5, la prima cosa che si vede è una potente Harley Davidson. Piantata lì, al centro dell'open space. Perché? "Mi piace", taglia corto lui che invece, quanto a progetti architettonici, è tutt'altro che solare. L'opera che l'ha reso noto in tutto il mondo è una specie di metafora di Beirut che sfida l'esperienza della guerra radicalizzandola in un ambiente claustrofobico eppure sorprendente, tanto quanto lo è la città che tira avanti tra distruzione ricostruzione, edifici specchiati e trivellati. B018 è un bar, ristorante, discoteca catacombale ed eccessiva, ricavata da un'ex prigione militare, nelle viscere della Quarantaine. "Nonostante il suo passato sontuoso, l'architettura mediorientale contemporanea è povera e priva di fantasia. Si impone alla vista solo perché tenta di scalare il cielo, con edifici insensatamente alti. Per questo io ho deciso di andare in basso, sottoterra. Non solo per oppormi a questa tendenza, anche per non cancellare la memoria della guerra".

B018, infatti, è un bunker, nascosto di giorno da una copertura ermetica che somiglia a un grande tombino, che di sera si apre (non prima delle dieci) e da cui ci si cala per bere, ballare, divertirsi, stupirsi. Musica, luci glamour e di nuovo il rosso fiamma si mischiano a marmi bianchi, legni scuri, ma soprattutto a quella Beirut sofisticata e godereccia che non ha smesso di esistere neanche quando si svegliava di notte con i colpi di mortaio. Ma Khoury non è ammiccante: gli sgabelli del bar somigliano a elmetti, il soffitto parzialmente a specchio fa intravedere i fari delle macchine in alto, abbagliante carosello di luci che sembra quasi tenere sotto sorveglianza il locale, mentre i tavolini-scultura, ognuno dedicato a una stella della musica, diventano piattaforme su cui si danza. La gente ama la grande scatola claustrofobica: B018 è il locale più cool di Beirut.

Lui, del resto, aveva le idee chiare dall'inizio. "Quando è cominciata la ricostruzione di Beirut, alcuni architetti avevano in mente l'immagine idilliaca della capitale della "Svizzera del Medio Oriente" e hanno provato a ricreare questa città immaginaria. Era un'idea nostalgica, semplificativa e pericolosamente seduttiva, soprattutto perché era un prodotto della cultura coloniale. La storia di Beirut, che ha a che fare con il suo passato recente e il suo presente, è molto più complicata. Qualsiasi città è uno scenario in trasformazione e ciò che la rende interessante è la sua complessità nascosta. Penso che anche eventi tragici come la guerra possano mettere in crisi i modelli di sviluppo urbano, che questo sia negativo o positivo dipende da come lo si guarda". Non a caso la sua prima uscita pubblica, nel 1991, è stata un'architettura drammaticamente performativa. Ha delimitato un edificio del centro in demolizione con due anelli di vetro e ha convinto un po' di gente a mettercisi dentro per assistere alla distruzione, raccogliere le macerie e registrare i loro vissuti. Ci è andato giù pesante, e per alcuni anni è rimasto con le mani in mano. Gli altri due locali che ha costruito a Beirut, il Centrale, che alcune guide promuovono tra i "20 ristoranti più belli del mondo", noto anche per le sue prelibatezze francesi, e il ristorante giapponese Yabani, sono altre due prove dell'antiretorica della guerra ricavate dagli avanzi del conflitto. Il Centrale nasce da una casa abbandonata e ingabbiata da una rete metallica per evitarne il crollo. Khoury non ha toccato niente ma, disegnando interni glamour che emergono in una specie di tunnel di vetro, ha spettacolarizzato l'impalcatura d'acciaio. L'altro, il sushi bar, è costruito sottoterra accanto a un edificio sventrato che l'architetto ha lasciato intatto con vista sui disgraziati inquilini che lo abitano.

Cinismo, capacità di metabolizzare il male giocandoci sopra? Khoury è molto osannato e un po' criticato. Ma l'aggressività della sua architettura non è mai gratuita e non fa sconti. Alla mostra d'apertura del Maxxi di Roma si è presentato con "The Super Roller Capsule 07": "Circuito infernale in cui turisti avidi di sensazioni sono scagliati come proiettili passivi". Anche qui l'intrattenimento duetta con la claustrofobia: "I turisti sono posti in una condizione ermeticamente letargica, immersi nei cliché neocolonialisti e nelle cicatrici feticizzate dei nostri interminabili conflitti. E Beirut diventa un parco divertimenti esotico destinato ad essere consumato e immortalato attraverso cartoline che si spera saranno considerate rifiuti della storia".

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