Monsieur Louis Vuitton lanciò nell'Ottocento un modo di viaggiare. E passato e presente della maison vanno in mostra a Pechino

In uno dei più grandi shopping mall di Pechino, il China World, a un passo dalla Jianguomenwai dajie, la strada principale che collega il nuovo Financial district a piazza Tienanmen, i vari negozi Moschino, Burberry, Celine sono affollati, ma non come quello di Louis Vuitton. Griffe per cui i cinesi vanno letteralmente pazzi, pur pagando borse, valigie e tutto il repertorio del lusso targato LV un terzo in più che nel resto del mondo, per via delle tasse che il governo impone su tutti i prodotti di importazione. I comuni mortali possono accontentarsi dei "fake", i falsi che girano tra mercati e marciapiedi. Ma per il milione e passa di grandi ricchi con gli occhi a mandorla Louis Vuitton è il brand irrinunciabile. "Perché mai dovrei portare mia moglie fuori a cena con una borsa falsa?", dice Yves Carcelle, presidente di Louis Vuitton dal 1990, per spiegare l'oggetto del desiderio che ha sedotto tanti cinesi. Così LV in Cina è diventato uno status symbol e stacca di gran lunga Chanel, il secondo marchio più ricercato.

Ma c'è dell'altro: Louis Vuitton, che dal 1989 è entrato nell'impero Lvmh di Bernard Arnault, è stato il primo ad aprire un negozio in Cina, nel 1992, ora ne ha 37, vedendoci lungo sul futuro di quel mercato prossimo al boom e battendo sul tempo gli altri. Per mantenere il primato, "la grande sfida di oggi con la prima generazione di consumatori cinesi che si affaccia al mondo da una posizione di forza", afferma Carcelle e preparare come si conviene il ventesimo anniversario dello sbarco in Cina, la maison ha scomodato niente di meno che il Museo Nazionale di Pechino, edificio di cemento in freddo stile socialista riaperto lo scorso marzo dopo tre anni di lavori, secondo per dimensioni solo al Louvre, affacciato su piazza Tienanmen, a destra della porta della Città Proibita, che sopra ha ancora il ritratto sempre più malinconico di Mao, e di fronte l'altrettanto arcigno edificio del Partito Comunista. Mai contrasto fu più esaltante. Le severe scalinate del museo introducono a sale un po' abbuiate e molto cool della mostra "L'arte del viaggio", "la più grande rassegna mai realizzata al mondo da Louis Vuitton", afferma Carcelle, introdotta da un manifesto con la Tour Eiffel rifatta con valige e borse Vuitton e festeggiata in grande spolvero con via vai di limousine e qualche Rolls Royce che scaricavano tycoon e celebrities locali: cantanti, attori e anchormen tv all'affollata inaugurazione. Selezionata poi per l'esclusivo party allo Xu, club scintillante come ormai esistono solo in Cina, dove non sono mancate le star del cinema Gong Li e Fan Bing Bing.

Le tante mongolfiere con i celebri disegni LV sostengono teche trasparenti che raccontano la storia del viaggio inventata nel 1854 da Monsieur Louis Vuitton. Data d'apertura del suo primo negozio a Parigi, benedetta di lì a poco da un'intuizione geniale: fino ad allora i bauli con cui si viaggiava erano bombati e si stivavano male, fatti in cuoio, materiale che prima o poi marcisce, e con stecche di legno pesanti. Louis Vuitton ne spiana il coperchio e così i bauli entrano comodamente nelle cabine delle navi e dei primi treni. Sostituisce il cuoio con una tela impermeabile e introduce stecche di betulla, più leggera e flessibile. Mancano solo i disegnini LV per creare il marchio più celebre al mondo. Ci pensa un po' di anni dopo il figlio Georges. Dove abbia pescato quei segni enigmatici, delicatamente ingenui, destinati a diventare icone del lusso, è un mistero. "Qualcosa del genere ricorre in alcuni palazzi veneziani e nei simboli di qualche famiglia giapponese, ma la vera origine è sconosciuta", racconta Pietro Beccari, vicepresidente di Louis Vuitton. Fatto è che fanno gola fin da subito e per evitare di essere taroccato, sopra le valigie e i bauli Georges stampa la LV e ci piazza un lucchetto anti-scasso. Et voilà il marchio è fatto.

Comincia l'arte del viaggio, dove paradossalmente qualcosa di così impermanente come il movimento ha prodotto una straordinaria stabilità materiale: la ricchezza del marchio LV. La cui famiglia ha avuto indubbi meriti, il fiuto di legarsi alle prime esplorazioni e di inventare la Louis Vuitton Cup, madre dell' America's Cup. Avventure che allenano la fantasia e perfezionano il design. Ma hanno avuto anche una discreta fortuna. Nel 1859, con l'apertura del canale di Suez, si aprono nuove frontiere del viaggio. A muoversi verso Oriente è anche l'ultima imperatrice francese Eugénie. Ha sentito parlare dei bauli Vuitton e ne ordina un tot. È la prima liaison con il mondo delle celebrities, una storia costellata da soluzioni imprevedibili.

Tra i vari bauli in mostra, ne figura uno commissionato da un anonimo Paperon de' Paperoni per i trastulli da viaggio della sua piccina: un armadietto stipato di Barbie e dei suoi vestiti. Quello dei Windsor, realizzato nel 1939 per contenere le bambole da viaggio della futura regina Elisabetta, è già più sobrio. Ma ci sono bauli per ogni tipo di esigenze per viaggiatori capricciosi: per l'attrezzatura da tennis o lo skateboard, per il pic-nic, profumi e toiletterie, caviale da gustare in viaggio e l'Ipod con le casse. Tutto così sapientemente ordinato, tanto da somigliare alle ossessive teche di Damien Hirst, artista con cui LV ha peraltro collaborato. Uno dei clienti più famosi era invece un gran disordinato, pur viaggiando con un baule che ospitava una discreta libreria e l'immancabile macchina da scrivere. Ernest Hemingway era un LV addicted ante litteram, alloggia al Ritz di Parigi, ma parte dimenticandosi il suo baule. Nel 1950 Charlie Ritz lo ritrova e chiama la maison, che tiene sempre una doppia chiave delle valigie ordinate su misura dai clienti. Lo aprono e esce fuori un manoscritto, "Parigi è una festa", racconto che sarà pubblicato postumo. A proposito, è ancora possibile ordinare valige e bauli personalizzati: per uno alto circa un metro si pagano dai 15 mila euro in su e si aspettano dai 4 ai 5 mesi. Ma si possono anche avere borse e trolley con le proprie iniziali dipinte a mano con il 30 per cento in più del costo normale. Le ordinazioni le prende Patrick Louis Vuitton, quinto discendente della celebre maison. Cura personalmente i disegni e i colori: "Il segreto del nostro successo sta anche nella tradizione, usiamo gli stessi materiali di sempre, la tela, il legno, i metalli", spiega lui con un'aria che non sfigurerebbe in un romanzo di Simenon.

Agli artisti invece ci pensano Carcelle e Marc Jacobs, nominato da Arnault direttore creativo nel 1997. Sono tanti e, guarda caso, tutti al top del mercato. Tra gli altri: Richard Prince, James Rosenquist, Davide LaChapelle, Olafur Eliasson - uno dei primi a inventare le vetrine di Natale - Takashi Murakami, Damien Hirst. Quest'ultimo ha realizzato dei bauli con le sue immancabili farfalle colorate e un paio di teschietti in cima. Più fantasioso Murakami che ha colorato la tradizionale tela Monogram (quella delle borse) in 33 tonalità diverse, realizzando un baule-installazione che contiene altrettanti oggetti del desiderio: 33 paffute borsette. L'artista giapponese ha fatto anche un paio di video, ibridando le icone LV con i suoi manga, tra faccine estatiche e capriole nel vuoto. Zang Wang è invece l'artista cinese che espone nella mostra di Pechino, spettacolare e materico come sono spesso gli artisti di quel mondo, ha fatto esplodere sei tonnellate di pietra riprendendo questo big bang tecnologico al rallentatore e rimontando il tutto in un video. Yves Carcelle, collezionista di Zang, è entusiasta: "Allude al padre di tutti i viaggi, per questo è in sintonia con noi. Perché l'arte? Insieme alla moda è il linguaggio che più influenza il gusto. E noi siamo il gusto".

L'edicola

Voglia di nucleare - Cosa c'è nel nuovo numero dell'Espresso

Il settimanale, da venerdì 28 marzo, è disponibile in edicola e in app