Lo squalo si avvicina cauto. È attratto dall'esca (quattro sgombri legati ad un piatto di plastica). Alcuni led illuminano la creatura, un Notidano capopiatto lungo almeno due metri, l'ambiente sarebbe altrimenti nella totale oscurità. Due occhi digitali lo spiano e registrano ogni suo movimento anche quando, raggiunte le prede, lo squalo viene respinto seccamente da una paromola inferocita. Il crostaceo lo minaccia puntandogli contro una spugna, ricoperta di spicole appuntite e intrisa di tossine.
Lo squalo si dimena, solleva una nube di fango. Gli occhi digitali, due speciali videocamere, rimangono accecati. Quando la nube si dirada la paromola è ancora lì che banchetta indisturbata. Le videocamere, fissate a una struttura metallica, continuano a riprendere per ore. Quando la sonda viene issata a bordo della nave "Urania" del CNR, i ricercatori possono studiare le centinaia di gigabyte di immagini registrate. Questa è la cronaca del primo esperimento grazie al quale è ora possibile studiare le creature (spesso bizzarre) degli abissi del Mediterraneo nel loro ambiente, altrimenti inaccessibile all'uomo.
Si è conclusa all'inizio di aprile la campagna oceanografica Obama, coordinata dalla Università delle Marche, che coinvolge diversi istituti riuniti nel Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare (CoNISMa, con finanziamento Miur) ed il CNR. Il team di biologi marini, sedimentologi e geologi, ora ha documenti eccezionali che serviranno a descrivere la vita nelle profondità del Mediterraneo: un mondo oscuro e parallelo, in gran parte inesplorato ma da cui dipendono le risorse marine e, soprattutto, a rischio a causa del cambiamento climatico e delle attività umane. Gli studi sui fondali marini mostrano un territorio solcato da canyon profondi anche duecento metri, che corrono per decine di chilometri, percorsi da correnti impetuose che generano vere e proprie "cascate sottomarine".
Uno di questi, per esempio, è il canyon di Bari, lungo quaranta chilometri. Attraverso la forra scorre periodicamente una corrente che trasporta nutrienti dall'alto Adriatico oltre il canale d'Otranto, fino agli abissi dello Ionio. Ed è qui che proliferano paromole dagli arti lunghi più di venti centimetri, squali, e le favolose colonie di coralli bianchi che ora preoccupano gli scienziati. Gli abissi sono dunque un mondo a parte e negletto. Strano a pensarci, perchè gli oceani ricoprono due terzi del pianeta, e "rappresentano il 95% della biosfera", dice Serena Fonda Umani, del Dipartimento di Scienze della Vita della Università di Trieste. "È qui che la vita terrestre si è generata ed è qui che continua a rigenerarsi".
La biologa spiega che "la maggior parte degli organismi della Terra passano la loro esistenza nella completa oscurità, al freddo (si va dai 4 gradi degli oceani ai 12-13 del Mediterraneo), ad una pressione immane". Se ve lo raccontassero pensereste che si tratti di un altro pianeta. È per questo che i biologi non si stupiscono di tutte le nuove specie che scoprono ogni volta che esplorano un settore del fondale ionico. Recenti studi al largo di Santa Maria di Leuca hanno dimostrato che le colonie di candidi coralli "ospitano più di 200 specie - spiega Gianfranco D'Onghia, professore di ecologia alla Università degli Studi di Bari – di cui almeno cento erano sconosciute fino ad oggi". Sui fondali tra i 400 ed i 1000 metri di profondità dello Ionio si celano dunque autentici hotspot di biodiversità.
Le colonie di coralli "formano un habitat molto diverso dai fondali fangosi e sterili dell'immagine classica degli abissi. Sono invece ambienti fondamentali per l'ecosistema marino perchè fungono da area di rifugio, nutrimento e riproduzione per moltissime specie". Compresi quei naselli, gamberi rossi, e pagelli che sono un bene sempre più raro. E che rischiano di sparire dalle nostre pescherie. Gli abissi sottomarini corrono infatti un rischio: "da una parte c'è il cambiamento climatico: la temperatura media delle acque profonde nel Mediterraneo sta aumentando di un grado ogni trent'anni, è un valore minimo a cui però alcuni organismi potrebbero non adattarsi", dice D'Onghia. Ci sono poi le attività umane, quali la pesca, lo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio, il crescente interesse per le risorse minerali, e gli atti di deliberata criminalità ambientale come lo scarico abusivo di rifiuti.
Tutti fattori che impattano sugli organismi marini. Questo spiega l'urgenza di progetti come CoralFish (progetto comunitario di cui D'Onghia è il responsabile per l'Italia) che studiano i coralli in Atlantico, nel Mar del Nord ed, appunto, nel mare nostrum. Già, ma come studiare questi fondali che, scherza D'Onghia: "sono meno conosciuti della superficie lunare?". Le colonie di coralli, per esempio, sono lì da migliaia di anni ma sono state scoperte accidentalmente, durante uno studio compiuto nel 2000. "È per questo che abbiamo messo a punto Memo", cioè la prima (ed unica) sonda di cui la ricerca italiana si è munita per lo studio dell'abbondanza e del comportamento della macrofauna abissale (cioè quegli organismi che sono chiaramente visibili, e quindi fotografabili).
Memo è un lander, ovvero uno strumento che viene calato sul fondale e lì rimane per ore (è simile al ROV, una sorta di robot filoguidato dalla nave che può avere un motore per movimenti autonomi). Due videocamere digitali in grado di resistere alla pressione di quelle profondità registrano quattro fotografie al secondo che ritraggono gli animali attratti dall'esca. Memo trasporta anche strumenti per misurare temperatura, salinità e correnti sottomarine. Issato nuovamente sulla nave, la memoria del lander è carica di migliaia di immagini da cui, Michele Ponza, il tecnico della accademia barese che ha collaborato alla realizzazione di Memo, produce quei video che stanno portando alla luce creature altrimenti note solo per incontri (e scontri) occasionali con i pescatori.
I ricercatori applicano poi dei modelli matematici da cui deducono l'abbondanza e aspetti comportamentali di pesci, crostacei, ed altri organismi. Come difendere questo eccezionale habitat sommerso e le specie che da esso dipendono? Un passo è stato già fatto: è infatti grazie ai primi studi svolti sui coralli che dal 2006 la pesca a strascico e le attività di dragaggio sono proibite in ben novecento chilometri quadrati di mare Ionio a 15-20 miglie dalle coste pugliesi. Questo settore è protetto come "area ristretta per la pesca profonda", una tutela che copre anche una porzione del delta del Nilo, del Golfo del Leone orientale e l'Eratosthemes seamount (un rilievo sottomarino a sud di Cipro).
"Il problema è che la pesca continua nelle zone limitrofe, ed i controlli sono rari, visto che queste sono acque internazionali", spiega D'Onghia. Quando i pesanti divergenti passano sul fondale è come se arassero un campo, e distruggono colonie che impiegheranno decenni a riformarsi. "I coralli sono tra gli organismi più longevi del pianeta – conclude il ricercatore –, ma anche tra i più lenti a ricrescere se vengono distrutti".