È vero che in Sicilia sta sorgendo una scuola siciliana di fotografia, con artisti di spicco e fama mondiale che sono nati nell'isola e a lei sono legati dal medesimo fertilissimo terreno di coltura? Sì, secondo Cristina Quadrio Curzio e Leo Guerra della Fondazione Gruppo Credito Valtellinese che, dal 22 luglio ad Acireale (e poi a Milano), hanno organizzato la mostra intitolata proprio "La nuova scuola di fotografia siciliana".
Mettendo le immagini in bianco e nero degli "storici" fotografi Letizia Battaglia, Nicola Scafidi, Ferdinando Scianna ed Enzo Sellerio accanto a quelle di Carmelo Bongiorno, Carmelo Nicosia e Sandro Scalia, autori nati a cavallo del 1959-1960 e tutti docenti di Belle Arti tra le accademie di Catania e Palermo.
La Sicilia vecchia e nuova vista attraverso l'impegno sociale e civile di due generazioni di fotografi a confronto, dunque, per riflettere su affinità, poetiche e nuovi linguaggi. A legare il tutto, copertina ideale della mostra, uno scatto rubato nell'agosto del 1959 nella cripta delle Catacombe dei Cappuccini, a Palermo, dal grande artista internazionale, siciliano d'adozione, Richard Avedon.
Ma come è cambiata la fotografia in questi decenni così sconvolgenti, globalizzati e bizzarri? Letizia Battaglia, palermitana, classe 1935, è diventata ufficialmente "la fotografa della mafia" da quando, nel 1979, immortalò all'hotel Zagarella di Santa Flavia (Palermo) gli esattori mafiosi della famiglia Salvo insieme all'allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti (gli scatti furono acquisiti agli atti per il processo). Giornalista del mitico quotidiano palermitano "L'Ora" dal 1969, Battaglia è da sempre una delle più accanite raccontatrici di Palermo, dei suoi morti ammazzati di mafia e dei pianti luttuosi delle donne come dei sorrisi di mamme e bambini dei vicoli più sgarrupati della città. Poi si è occupata di politica, è stata assessore comunale a Palermo con la giunta Orlando e, nel 1991, vicepresidente della commissione Cultura. Oggi, dall'alto del suo ruolo di "veterana", così commenta la mostra di Acireale: "Qui non vedo foto di impegno politico, di cortei militanti o di barricate. Mi sembra che oggi in Italia sia i giornali che i fotografi non siano molto stimolati a raccontare la realtà, come invece avveniva in quegli anni per noi, che trovavamo anche grande spazio e disponibilità. Questi nuovi autori, che non sono poi gli ultimissimi visto che hanno già 50 anni, inseguono la poesia, la bellezza, la sicilianità, l'arte....".
Ed ecco, nella mostra, il "Notturno a Palermo" e le "Bagnanti" di Sandro Scalia, l'"Etna" e "Il nuotatore" del visionario Carmelo Nicosia e "Torso" e "Last plate" di Carmelo Bongiorno, contrapporsi a immagini che sembrano lontane anni luce, pur essendo passato "solo" mezzo secolo: come "Bagheria", sguardi che trafiggono di maschi e bambini di Ferdinando Scianna del 1962. O "Emigrante", uomo tristissimo seduto su una valigia legata con lo spago, di Nicola Scafidi. Commenta Ferdinando Scianna, nato a Bagheria nel 1943 e diventato fotografo "per non fare l'ingegnere": "E come se è cambiato il modo di far fotografie oggi: i due Carmeli, Buongiorno e Nicosia, e Scalia lavorano assai diversamente da quelli della mia generazione e delle precedenti. Per noi la fotografia era racconto, memoria, polemica e impegno politico nei confronti della realtà. Mentre questi nuovi autori pongono l'accento sulla loro personale creatività, sullo stile. Noi, più modestamente, non avevamo questa ambizione: raccontavamo quello che vedevamo. La loro narrazione è filtrata, raccontano i loro sogni personali più che contenuti oggettivi".
Del resto l'iniziativa di Acireale serve a mettere in luce anche questo aspetto, ossia quanto questi artisti si spingano oggi verso terreni e linguaggi nuovi, assorbendo soluzioni poetiche e tecniche da cinema, teatro, fumetti e video arte. Come dice Scianna, "le generazioni moderne hanno a disposizione informazioni sulla cultura fotografica anche internazionali che noi non potevamo neanche sognare. In Sicilia quasi non arrivavano libri né giornali, ed eravamo molto più legati al rapporto col nostro territorio".
In più questi nuovi "capiscuola", come li definisce il catalogo della mostra, hanno avuto importanti esperienze all'estero, trascorrendo periodi lontano dall'isola e confrontandosi con avanguardie di altre culture. Eppure, tutte le fotografie hanno un che di misterioso. Alcune si fissano nella memoria della gente, identificandone l'autore per sempre. Come quelle di Letizia Battaglia, che hanno vinto premi e riconoscimenti internazionali, nonostante lei oggi racconti così gli anni della sua militanza: "Io non pensavo proprio all'arte, alle mostre, ai premi. Scattavo per testimoniare, perché volevo che dalle mie foto non uscisse solo la realtà delle vittime e dei morti uccisi dalla lupara, ma quella del combattimento quotidiano, della resistenza". Oggi, a 76 anni, Battaglia si è staccata dalla cronaca ("Bisogna correre troppo, e mi sono stancata dei miei archivi che grondano sangue", scherza), ma ha trovato una nuova strada.
Si chiama "Rielaborazione" la tecnica che mescola foto del passato a nuove presenze: "Su un grandissimo fondale di un mafioso morto ammazzato inserisco una donna nuda, scandalosamente meravigliosa, bella e seria", spiega. "Sposto il "punctum": tu guardi lei, e non il morto. È questo, per me, il modo di continuare a fare denuncia".