Quaranta capolavori in arrivo dal British Museum. Per onorare un popolo misterioso. Il direttore Neil MacGregor spiega la mostra di Cortona. ?E perché l’arte italiana conquista visitatori e YouTube

Claudio Eliano, nel secondo secolo dopo Cristo, scriveva che gli etruschi, per andare a caccia di cervi e cinghiali, non si servivano solo di cani e reti, ma anche della musica. Grazie agli studi realizzati fino a oggi si può affermare con certezza che ritmi e melodie scandivano sempre importanti avvenimenti della vita cittadina etrusca: matrimoni, funerali, raccolti, vendemmie, banchetti e cerimonie religiose. Come vediamo in uno straordinario bassorilievo, inciso sul lato di un cippo in pietra calcarea che doveva essere posto all’esterno di una tomba, raffigurante un ragazzo che suona l’aulòs tra un uomo e una donna: quasi che il musico scolpito volesse fermare la danza propiziatoria dell’atto procreativo e con ciò l’inesorabile scorrere del tempo.

[[ge:rep-locali:espresso:285118493]]Questo capolavoro, chiamato dagli studiosi “Musica per l’aldilà”, è uno dei tesori della mostra “Seduzione Etrusca”: viene dal British Museum ed è stato prestato per la prima volta, insieme ad altri trentanove pezzi per l’esposizione che si terrà nel Palazzo Casali di Cortona dal 22 marzo al 31 luglio (catalogo edito da Skira). La mostra-evento ricostruirà con dipinti, disegni, documenti e reperti archeologici la nascita dell’etruscologia moderna nel XVIII secolo e la passione degli anglosassoni per gli etruschi, grazie a una serie di prestiti eccezionali non solo dal British Museum ma anche da Holkham Hall, residenza di Lord Coke, pioniere dell’etruscologia. Saranno in mostra anche i disegni originali del “De Etruria Regali”, il primo libro a stampa completato da un corredo iconografico delle principali opere etrusche in Italia: quel libro, pubblicato a Firenze da Lord Coke nel 1726, fu la miccia che fece esplodere la moda dell’etruscologia.

Ne parliamo con Neil MacGregor, un elegante signore scozzese di 67 anni che è il direttore del British Museum, uno dei più famosi musei del mondo, visitato ogni anno da sei milioni di persone e fondato nel 1753: «Dunque di 25 anni più giovane del vostro Museo dell’Accademia etrusca di Cortona», precisa con ironia MacGregor. In questi mesi le sue collaboratrici, per preparare la mostra, sono state viste spesso nelle strade della cittadina toscana, ripercorrendo così il tour dello scrittore Henry James che la considerava, come scrisse in “Ore italiane”, «la più antica e straordinaria città d’Italia». «Ho visitato Cortona e mi piace molto», conferma MacGregor, «non ho proprio niente da ridire sull’opinione di James». Con il museo cortonese, MacGregor ha instaurato una partnership che «è l’ultimo tassello di una grande tradizione che continua da circa duecentocinquanta anni. Siamo tutti accomunati sin dall’inizio dall’ideale illuminista dell’istruzione come bene pubblico non limitato ai confini nazionali. Il terzo partner è la Holkham Hall, la grande residenza realizzata nel 1764 da Thomas Coke, primo Conte di Leicester. In tutti e tre i luoghi possiamo apprezzare non solo le prime risposte alla “Seduzione Etrusca”, ma anche una costante determinazione a promuovere gli studi etruschi nel mondo moderno».

MacGregor è uno degli intellettuali britannici di punta ma anche un divulgatore sopraffino. Di quelli, per intenderci, di stampo illuministico, che già nel diciottesimo secolo si prefiggevano lo scopo di semplificare e rendere gradevole la spiegazione delle nuove scoperte scientifiche. Dedicandosi a una materia apparentemente volatile come l’arte, ha portato un contributo paragonabile a quello di grandi storici come Kenneth Clark, vale a dire: semplificare i concetti ma non ridurne la verità con metafore fuorvianti. Figlio di medici, all’età di 9 anni MacGregor ha il suo primo incontro fatale con l’arte attraverso il “Cristo di San Giovanni della Croce” di Salvador Dalì. Dopo gli studi linguistici al New College di Oxford, frequenta filosofia a l’Ecole Normale Supérieure di Parigi. Nel 1972 decide di prendere una laurea in Storia dell’arte al celeberrimo Courtlaud Institute. Frutto di questo apprendistato è il suo insegnamento di storia dell’arte all’Università di Reading. Successivamente ha abbandonato la carriera accademica per dedicarsi alla direzione del “Burlington Magazine”, il mensile inglese dedicato alle arti figurative. Dal 1987 al 2002 è stato direttore della National Gallery di Londra. Sia durante la direzione alla National, sia al British, dov’è direttore dal 2002, MacGregor ha collaborato con la Bbc per promuovere programmi televisivi. Fra le sue ultime idee realizzate con enorme successo, è quanto meno coraggiosa quella di raccontare la storia della civiltà umana sulla Terra attraverso cento oggetti. MacGregor li ha scelti dalle collezioni del British Museum e ne ha parlato alla radio, in altrettante puntate da un quarto d’ora l’una trasmesse tre anni fa dalla Bbc. Per farlo, ha sostituito alle immagini un numero equivalente di storie, raccontate di persona, ma anche lasciando la parola a una folla di studiosi, esperti, artisti. Il risultato? Un grande successo, che ha incoraggiato MacGregor a trasformare tutto il materiale trasmesso in un libro, tradotto in Italia da Adelphi (“La storia del mondo in cento oggetti”).

Un’altra idea azzeccata alla quale ha collaborato è stata quella di “Pompei”, il primo film interamente prodotto dal British Museum, che raccontava la vita degli abitanti di Pompei e di Ercolano, con gli oggetti, le musiche e le poesie che attraversarono la loro vita poco prima della devastante eruzione del Vesuvio. Tutte testimonianze che facevano parte della fortunata mostra “Life and death in Pompeii and Herculaneum” del British. È poi di prossima pubblicazione per Adelphi il libro più recente di MacGregor, “Shakespeare’s restless world”, storia del Bardo e del suo tempo attraverso venti oggetti.

La mostra evento di Cortona, fra le altre cose, testimonia la passione degli anglosassoni per gli etruschi. Un amore che ha influito sulla storia dell’arte. «Si può dire che la prima reale consapevolezza degli anglosassoni sugli etruschi si ebbe nel 1723», spiega MacGregor. «In quell’anno fu pubblicata da Thomas Coke e Filippo Buonarroti dell’Accademia etrusca di Cortona l’opera fondamentale del Dempster, il “De Etruria Regali”, scritta un secolo prima. In seguito, le collezioni d’arte classica portate in patria dagli emissari diplomatici britannici in Italia e dagli aristocratici di ritorno dal Grand Tour misero in risalto le ricchezze venute alla luce dalle tombe etrusche. Ma fu la mostra allestita nel 1837 dai fratelli Campanari a Pall Mall, nel centro di Londra, con le sue suggestive ricostruzioni degli interni delle tombe etrusche, a creare una grande ondata di entusiasmo intorno a quel popolo, perpetuatasi nella etruscomania del secolo scorso. Il British Museum acquisì gran parte del materiale a evento concluso, esibendo sarcofagi e dipinti nella sua “Sala Etrusca”. Nel 1845 il pittore James Stephanoff classificò l’arte antica utilizzando gli oggetti esposti al British Museum e in base alla sua gerarchia questi oggetti furono collocati non troppo distanti dal Partenone e da altri capolavori greci. Molto più tardi Henry Moore sostenne che la sua opera era stata fortemente influenzata dallo studio dell’arte etrusca. E ancora oggi questi oggetti continuano a ispirare l’arte».

Una passione rinnovata da alcune recenti scoperte che hanno riguardato il “De Etruria Regali”. Precisa MacGregor: «Quello che ha aperto nuove possibilità all’“Etruria Regali” nel Ventunesimo secolo è stato il ritrovamento, nel 2007, della contabilità relativa alle spese effettuate per la stesura dell’opera che hanno rivelato informazioni utili su una serie di domande irrisolte – come, per esempio, chi fossero gli artisti; come lavoravano o chi fossero gli incisori etc. Il fatto che a Holkham siano conservati i manoscritti autografi, i disegni, le lastre di rame e la contabilità delle spese, significa che là si trovava il nucleo dell’intero progetto».

A Cortona, dunque, verranno presentate 40 opere che fanno parte delle raccolte del museo di MacGregor. Sarà in assoluto la più ampia collezione di reperti etruschi che il British abbia mai prestato a qualsiasi altro museo del mondo. «L’impegno del British Museum è quello di condividere quanto più possibile le sue collezioni ed esso, infatti, è il più significativo prestatore al mondo per numero di oggetti ed eventi in trasferta che si tengono in ogni parte del globo», specifica con orgoglio MacGregor. «La mostra di Cortona si inserisce nella linea di progetti di collaborazione anglo-italiani che ci ha visto impegnati e che, di recente, ha registrato l’enorme successo della mostra su Pompei ed Ercolano al British Museum e quella su Adriano nel 2008 e altri piccoli specializzati eventi a tema, come l’esposizione dello stupendo “Auriga” di Mozia nel 2012 o, nel 2010, delle incredibili teste marmoree romane di età imperiale provenienti da Pantelleria».

Molti sono i capolavori etruschi che saranno esposti. Alcuni forse potrebbero rientrare in una nuova edizione di trasmissioni della Bbc? MacGregor è possibilista: «Una “Storia del mondo in cento oggetti” è un progetto che potrebbe essere ripetuto molte volte con una diversa soluzione di oggetti. Le scelte che riguardano la nostra contemporaneità, in particolare, sono sempre suscettibili di cambiamenti con il mutarsi del nostro mondo e le collezioni del British Museum cercheranno sempre di rifletterlo». A proposito di contemporaneità: chissà se con l’ampliamento dei confini culturali, con Internet, sarebbe ancora possibile immaginare, rinnovato, un Grand Tour nel nostro paese? «Questo sta succedendo in molti modi», è l’opinione di MacGregor. «Migliaia di turisti visitano ogni anno il Mediterraneo per vedere non solo le antichità classiche ma per ogni genere di evento, monumenti e luoghi famosi, proprio come facevano i viaggiatori nel Grand Tour. E, naturalmente, ci sono molti altri modi di venire a contatto con questo materiale attraverso prestiti internazionali, per esempio, o attraverso il digitale. Internet offre l’opportunità a tutti di relazionarsi con questi oggetti e, ovviamente, di fare una cosa molto importante, cioè di condividere le esperienze con il mondo».

Perché Internet e la televisione rappresentano anche il futuro dei musei. «Il mondo digitale ci offre la magnifica opportunità di condividere la collezione del British Museum nel modo più ampio possibile, di rendere accessibili questi oggetti a un pubblico globale», spiega MacGregor. «Tutti i musei, ai nostri giorni, operano sia a livello reale che virtuale. Le persone, ovviamente, vorranno sempre vedere la cose reali e così i musei continueranno a essere sempre popolari, ma l’esperienza digitale dà un altro livello al modo in cui le persone possono confrontarsi con gli oggetti e il patrimonio artistico. E, allo stesso modo, la trasmissione per radio o televisione, in streaming al cinema o su YouTube, ci consente di condividere e confrontarci con il pubblico di tutto il mondo». Ne beneficerà anche il “sistema cultura” italiano, che nel 2013-14 ha esportato in tutto il mondo mostre di Perugino, Piero della Francesca, Canova, Parmigianino, Bellotto. L’arte italiana non passa di moda: «È impossibile che accada», conclude MacGregor, «l’Italia ha prodotto una tale ricchezza di creazioni artistiche che ci sarà sempre qualcosa da ammirare per ognuno. Enorme è, a esempio, l’attesa per la mostra del Veronese alla National Gallery di Londra».

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