Un avatar si aggira nella Villa Adriana di Tivoli. Ogni sabato sera il Vesuvio in eruzione inonda di lava un’ancora splendida Ercolano. E in Sardegna, i Giganti di Monte Prama rivivono in 3D. Sono alcuni esempi di collaborazione tra archeologia e nuove tecnologie che stanno conquistando anche musei e parchi archeologici italiani. Con grande gioia del pubblico e qualche diffidenza degli addetti ai lavori. Che iniziano a chiedersi: ma se la Villa dei Misteri si può visitare sullo schermo del computer o ricostruire ovunque in maniera virtuale, non sarà che prima o poi i turisti smetteranno di andare a Pompei?
Per ora, di certo c’è solo che le nuove tecnologie sono vitali per un’archeologia in evidente affanno. Mentre nel Foro di Augusto, a Roma, proseguono fino al 18 settembre le immagini, i suoni, le luci e le ricostruzioni virtuali in 3D, di “Foro di Augusto. 2000 anni dopo”, il progetto show ideato e curato da Piero Angela per Zetema, altri appuntamenti del genere si inseguono.
La Villa dei Misteri, da tempo chiusa al pubblico, sarà di nuovo visibile grazie ad un progetto francese triennale (www.villadiomedeproject), attraverso uno speciale software di ricostruzione virtuale che è già consultabile online. A Catanzaro è stato presentato un documentario, prodotto per le televisioni di tutto il mondo grazie a un progetto intervazionale per valorizzare la cultura del Mediterraneo, che fa rivivere le testimonianze archeologiche del territorio del capoluogo calabrese attraverso la loro ricostruzione virtuale in 3D.
Ercolano, che da tempo propone a visitatori e utenti online un vero Museo archeologico virtuale (Mav), in alcune sere d’estate ospiterà spettacolari ricostruzioni in 3D dell’eruzione del 79 d.C. E a Bologna, in autunno, nell’ambito della mostra “Gli Etruschi e l’aldilà”, il “Sarcofago degli sposi” del Museo romano di Villa Giulia sarà protagonista di una installazione digitale con musiche di Marco Robinio, autore di colonne sonore per Peter Greenaway.
[[ge:rep-locali:espresso:285501345]]Intanto, la simulazione in 3D di Villa Adriana è già visibile su internet (vwhl.clas.virginia.edu/villa) e su YouTube. Il progetto si chiaa “Digital Hadrian’s Villa Project” ed è stato realizzato in cinque anni di lavoro, con capitali pubblici e privati, da due istituti universitari americani, il Virtual World Heritage Laboratory dell’Università dell’Indiana e l’Idia Lab della Ball State University. Il risultato, ha detto Bernard Frischer, direttore del Laboratorio dell’Università dell’Indiana, «è prima di tutto un banco di prova per esperimenti di geografia culturale romana, ma è altrettanto importante come progetto di un mondo virtuale che funga da nuovo libro di testo».
Su questi “nuovi libri di testo” l’offerta italiana si mostra ancora decisamente inadeguata. Del resto, le indagini più recenti del Ministero per i Beni culturali (l’“Indagine sui Musei” e le “Minicifre della Cultura”) concordano nell’indicare tra le ragioni del sottoutilizzo dei musei italiani (con pubblico scarso e concentrato su poche destinazioni e stranieri inferiori alle attese) il fatto che essi continuino ad essere ancora poco presenti nel web.
Solo la metà ha un proprio sito, il 42,3% pubblica online il calendario degli eventi, il 22,6% diffonde una newsletter, il 16,3% permette l’accesso online a singole opere e il 13,3% rende disponibile un catalogo online. E non a caso proprio di recente è stata lanciata su Twitter una mappatura “nata dal basso” delle isitituzioni più aperte alle nuove tecnologie (#museidigitali).
Eppure le competenze per modernizzare i musei ci sarebbero. A partire dalla nascita della dizione di Design dei Beni Culturali che è l’oggetto di tre volumi pubblicati qualche mese fa da Electa, “Design & Cultural Heritage”. Nel primo volume, che si focalizza sul museo “virtuale”, si nota che l’utilizzo delle tecnologie digitali è in continua crescita. Con eccellenze improvvise che propongono, oltre alle tecniche di ricostruzione virtuale, visite guidate sullo smartphone e l’organizzazione di archivi online.
Come il sistema “Sitar” della Soprintendenza all’Archeologica di Roma, il primo catasto online che raccoglie scavi e studi sui reperti del centro storico. «Un progetto importante per la trasparenza, ma che ha anche una ricaduta sulle attività di conservazione del territorio», ha spiegato la soprintendente Mariarosa Barbera. O il sito sul “Cantiere della Domus Aurea”, che indica i fondi messi a disposizione per il restauro di quanto rimane della casa d’oro di Nerone, ma soprattutto offre un blog nel quale «raccontare giorno per giorno i lavori in corso», come ha spiegato Fedora Filippi, direttrice del progetto.
[[ge:rep-locali:espresso:285501346]]Ma le applicazioni del digitale permettono anche di ricostruire monumenti che si è abituati ad osservare incompleti, o che sono divisi tra città e a volte stati diversi. Ne è un esempio la ricostruzione, del sepolcro Regolini Galassi di Cerveteri, ricostruito grazie al progetto europeo Etruscanning. A duecento anni dalla scoperta, per la prima volta, il sontuoso corredo, con tanto di carro funebre, appare risistemato in una ricostruzione in 3D che si può ammirare in una saletta del Museo Gregoriano, all’interno dei Musei Vaticani.
Una nuova offerta di un vecchio scavo che ha una valenza straordinaria. Perché, ricordava il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci, «è importante anche per il mondo di oggi vedere come da culture diverse può scaturire un pensiero nuovo».
[[ge:rep-locali:espresso:285128803]]Per certi versi anche più significativa la mostra “L’ordine e la luce” alle Fruttiere di Palazzo Te a Mantova, che permetteva ai visitatori di entrare in diversi famosi monumenti greci e romani, sperimentando effetti sensoriali degli spazi. Tutto grazie a un sistema di “motion sensing input”, che si serviva di sensori di movimento del tipo di quelli generalmente utilizzati nei videogiochi. Così il visitatore, davanti a un grande schermo, con il solo movimento del corpo aveva la possibilità di vedere aperta una veduta tridimensionale della cella del Partenone di Atene o degli ambienti delle Terme di Traiano a Roma. Muovendo le mani o le braccia era possibile attraversare piazze, passeggiare sotto a dei porticati colonnati, soffermandosi sui particolari di un mosaico o di un affresco parietale.
Una riuscita sintesi tra la tomba etrusca e la mostra di Mantova è la new age del Museo nazionale archeologico di Cerveteri. Uno spazio museale rivitalizzato da quando le teche si sono messe a parlare, nel giugno dello scorso anno grazie al sistema del “Touch on glass”, una tecnologia unica al mondo sperimentata proprio qui con il “Museo Vivo”. Con un semplice tocco sul vetro le teche diventano piattaforme multimediali grazie a realtà aumentata, video e testi divulgativi d’autore. Collegata a questa operazione la resa virtuale di otto tombe della necropoli etrusca della Banditaccia: il risultato è una rappresentazione “dal vivo” di come erano le tombe più di duemila anni fa.
Allo stesso modo, con la collaborazione di archeologia “vecchio stile” e nuove tecnologie, sono tornati a vivere i Giganti di Monte Prama: un gruppo di arcieri, pugilatori e guerrieri in pietra del nono secolo avanti Cristo rinvenuti a partire dal 1974 a due chilometri dallo stagno di Cabras, in provincia di Oristano. Dopo quattro anni di paziente e accurato lavoro al Centro di Restauro di Li Punti, della Soprintendenza di Sassari, i 5178 frammenti sono stati ricomposti.
Così a quaranta anni dal loro ritrovamento due mostre aperte fino alla fine di settembre ne celebrano la “restituzione”. Una è nel Museo archeologico “Giovanni Marongiu” di Cabras, con sei statue e quattro modelli di nuraghe, l’altra al Museo archeologico nazionale di Cagliari, dove è possibile ammirare 28 statue. Le sculture originali sono integrate dai modelli tridimensionali digitali elaborati dal Centro di Ricerca della Regione Autonoma della Sardegna, e da un apparato informativo testuale e visivo studiato per accrescere l’appeal degli originali. Che restano più affascinanti di ogni ricostruzione.