A una metropoli che sfiora il sold out della capacità ricettiva i visitatori chiedono arte, buon cibo e musica. Da quasi trent’anni politici e appassionati si arrovellano sull’opportunità della nascita di un museo. Fino a oggi inutilmente

“Alli uno, alli uno, 'a tre ghiuorne stò diuno”. Il ritmo della celebre tammurriata della Nuova Compagnia di Canto Popolare suona forte in piazza Trieste e Trento, nel cuore di Napoli. “Canzone napoletana?”, chiede una turista giapponese. “No, raduno di protesta”, risponde laconica la guida. In una città che ha ritrovato la sua vocazione turistica la grande assente sembra proprio lei, la melodia celebre in tutto il mondo.

I dati di Federalberghi parlano chiaro. Nei primi sei mesi dell’anno l’occupazione media delle camere ha superato il 73%, raggiungendo il sold out per l’evento di Dolce & Gabbana. “Negli ultimi due anni abbiamo avuto un discreto incremento di presenze - dice il presidente Izzo -. Ora bisogna incrementare la lotta all’abusivismo e lavorare anche sulla destagionalizzazione per rendere Napoli meta turistica nei mesi invernali, organizzando eventi e congressi”.

A una metropoli che sfiora il sold out della capacità ricettiva i visitatori chiedono arte, buon cibo e musica. “I turisti cercano un luogo in cui si possa ballare la tarantella e ascoltare la canzone napoletana”, conferma l’assessore alla Cultura del Comune di Napoli Nino Daniele.

Già, ma dove? Da quasi trent’anni politici e appassionati si arrovellano sull’opportunità della nascita di un museo, fino a oggi inutilmente. Nelle vie del centro è un piccolo festival di iniziative personali con musicisti di strada che ripropongono tra i passanti classici come “Torna a Surriento” e “I’ te vurria vasà”. E c’è perfino chi ha inaugurato “The House of Mandolin” (in vico II Quercia) dove poter assistere a un concerto classico napoletano con degustazione.
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Tra conservazione e presente, qualcosa nelle ultime stagioni è cambiato. “Napoli è un rumore speciale - dice il consigliere del Presidente della Giunta regionale Sebastiano Maffettone -. Il suo suono è un forte creatore d’identità e va utilizzato come attrattore turistico e culturale. Il museo? Renzo Arbore dice che il posto migliore sarebbe il Salone Margherita. Ma Napoli è piena di luoghi deputati, come il teatro Trianon. Non c’è da inventare nulla, abbiamo già tutto, dobbiamo solo rinforzare i materiali presenti, metterli a sistema. Vogliamo realizzare un hub culturale coinvolgendo anche le università. Il mondo si riconosce in ‘O sole mio’. E’ un patrimonio che va esaltato, anche con la digitalizzazione”.

La città che conserva oggi ha pochi punti di riferimento visitabili. L’Archivio Sonoro della Canzone Napoletana è uno di questi, nato da un’iniziativa di Radio-Rai, in collaborazione con le istituzioni locali. Da qualche mese la sua sede è nella Casina Pompeiana in Villa Comunale, a due passi dal lungomare. E’ aperto al pubblico dalle 9 alle 12 e contiene circa 100 mila versioni di brani che vanno da Enrico Caruso fino a Clementino.

Il direttore della sede Rai campana Francesco Pinto ha un’opinione controcorrente: “L’Archivio è un patrimonio della Rai, una cosa moderna che non distingue tra buoni e cattivi, alto e basso, Ha tutto, senza liste. Napoli è la città con l’immaginario collettivo più potente d’Italia, forse d’Europa. E’ vitale, non depressa. Bisogna scegliere che cosa fare. I musei servono per le cose morte. Qui l’urgenza è la narrazione. Siamo sicuri di averlo fatto in questi anni? Direi di no. ‘Carosello Napoletano’ e ‘Scugnizzi’ sono due esempi lontani. In questo momento è rappresentata dai neo melodici e dalla camorra che ci sta espropriando: quella grande bellezza è stata completamente portata via. Come è stato possibile? La cornice è quella di un potere forte e di un altro, quello politico, delegittimato. Ne possiamo uscire? Debbo essere positivo. Sì, se tutto il racconto riprende. Non con la semplice nostalgia”.

L’altro punto fisso è sulla collina del Vomero. La casa-museo di Ernesto e Roberto Murolo è la sede dell’omonima fondazione presieduta da Ferdinando Coppeto. Le mura dell’abitazione contengono cimeli, foto-ricordo, spartiti. “Spostarli? Dovremmo ricostruire altrove la casa così com’è”, dice Coppeto, che lancia l’idea di un tour nei luoghi della canzone napoletana, così come a Liverpool si fa con i Beatles. “E poi quale museo? - prosegue -. Che cosa si aspetterebbero di trovare i visitatori? La canzone è un bene astratto. Gli equivoci nascono dalla confusione sul che cosa sia. Per noi è quel genere che fonde poesia e musica, nato alla fine dell’800 e che continua ancora oggi. Non si tratta di canzonette: dentro c’è la cultura di un popolo”.

L’idea dell’itinerario è l’altro spunto che emerge. Anche grazie all’apertura, nella centrale piazza del Municipio, del Museo della Pace con un intero piano dedicato a Pino Daniele. “Pino Daniele Alive” racconta la vita artistica e la musica del cantautore attraverso video e memorabilia. Un progetto cominciato quando l’artista era ancora in vita e portato a termine dal figlio Alessandro. “Più che di un museo parlerei di un’esperienza: si entra nel mondo di Pino. C’è lo studio ricostruito con le sue chitarre, abiti di scena, una parte di stage”, dice il produttore e autore televisivo Giorgio Verdelli, che ha collaborato alla realizzazione con il grafico Sergio Pappalettera.

C’è fermento intorno al pianeta musica. Per un maestro come Roberto De Simone che sta completando per Einaudi un volume sulla canzone napoletana che arriverà in libreria nei prossimi mesi, ci sono i protagonisti della scena del presente con dischi e tournée (99 Posse, Almamegretta, Daniele Sepe e il suo Capitan Capitone, Nccp, Edoardo Bennato, i Foja e molti altri ancora).

E’ possibile trovare una sintesi tra memoria, conservazione e i nostri giorni? “Non esiste la canzone ma le canzoni, il che pone da subito un problema sulla natura stessa dell’oggetto da conservare - interviene il compositore, docente e musicologo Pasquale Scialò -. Ne consegue che ognuno è convinto di esserne l’unico depositario. Ciononostante potrebbe essere produttivo progettare una iniziativa in grado di coniugare attività performative con quelle della conservazione e della fruizione e distanza. Penserei a un progetto bifronte che parta dalla creazione di palcoscenici per la canzone (teatri, locali privati, spazi pubblici) dove sia possibile ascoltare dal vivo i diversi volti di questo repertorio per turisti e pubblico vario. Nello stesso tempo, creare uno strumento transnazionale in grado di conservare, diffondere e rendere fruibile le diverse fonti della canzoni. Fonti scritte, orali, sonore audiovisive possono convergere su un’unica piattaforma digitale per trasformare la consultazione in narrazione”.

“L’idea del Museo per noi è valida – dice l’assessore Daniele -. Oltre al Fondo De Mura abbiamo acquisito l’archivio della famiglia Bovio (Libero, Giovanni e Aldo, ndr). E’ una buona base per un allestimento museale e multimediale che contiamo di inaugurare entro l’estate del 2017. Siamo in contatto con storici editori come Bideri. La nostra idea è di raddoppiare l’offerta di musica da ascoltare: abbiamo in progetto di aprire una seconda sede dell’Archivio Sonora nella chiesa di Sansevero dove poter aprire una casa del Mandolino”.

Canta Napoli, insomma. Come prima, più di prima. Enzo Avitabile punta anche alla formazione. “Serve un museo – dice -. Ma c’è bisogno di una parte didattica e pedagogica attraverso la scuola e l’insegnamento all’ascolto. Sogno un centro dell’arte musicale napoletana che faccia una politica inclusiva e che ogni giorno lavori con gli obiettivi di conservazione, promozione e diffusione”.

Sono in parte gli obiettivi che si pone l’appena costituita Campania Music Commission. “Stiamo lavorando di concerto con l’industria e il comparto tutto della musica e le istituzioni - dice il presidente Ferdinando Tozzi, avvocato esperto di diritti di autore - per avviare un circolo virtuoso nel nostro territorio. Tra le prime iniziative già effettivamente in cantiere c’è la realizzazione di una app per la musica geolocalizzata. Con il Mibact (Istituto centrale beni sonori) stiamo finalizzando un simposio sulla musica popolare campana”.

Napoli suona, nonostante ritardi, litigio e incomprensioni ataviche. “Ancora oggi mantiene il primato di una metropoli dal suono iperbolico, invadente a tratti appiccicoso come un sudore maleodorante - conclude Scialò -. Eppure per chi sa mettersi in suo ascolto senza pregiudizi è possibile imbattersi in impronte sonore: come quelle prodotte dalla voce di una madre che chiama a distanza il proprio figlio, con una sequenza di suoni dall’inimitabile profilo melodico discendente. O anche come quella della voce «de’ criature ca saglie chianu chianu/E tu sai ca nun si’ sulo», evocata da Pino Daniele. Quando è così vuol dire che lo stato di salute di Napoli è ottimo. Perché finché c’è vita c’è rumore”.

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