Tra i vari discutibili elementi della nuova scena c’è anche una costante distanza dalle radici tradizionali. La storia ci insegna che questo rapporto è sempre invariabilmente fertile, garanzia di solidità, di profondità, segno di appartenenza.
Nel mondo anglossassone lo sanno talmente bene da aver inventato interi generi musicali basandosi sulla memoria, vedi soprattutto il blues, fonte di ispirazione per generazioni di artisti. Quando gli Almamegretta rinnovarono per l’ennesima volta la scena napoletana, era piuttosto chiaro che la loro modernità era saldamente ancorata ai ritmi folk della loro terra. Ma è solo un esempio tra tanti. Se cerchiamo oggi questo dialogo con la tradizione faremmo molta fatica, se non tornando ancora una volta in zona napoletana. All’ombra del Vesuvio questo rapporto sopravvive, si sente perfino nella trap.
Ascoltando Geolier si percepisce nettamente un riverbero del canto di tradizione, Liberato non fa altro che citare titoli e versi della canzone classica, ma se questo rapporto è tornato trionfante è grazie a una cantante di nome Carola Moccia, in arte La Niña, che nel suo nuovo disco “Furesta”, cavalca senza timori i ritmi tribali della tradizione napoletana, girati in chiave attuale, con tanto di autotune e beat contemporanei. Sembra di sentire la Nuova Compagnia di canto popolare adattata all’oggi, senza ammiccamenti al mercato. Va per la sua strada, che è quello che dovrebbero fare tutti i musicisti ma non lo fanno, a costo di appiattire il panorama senza remore. Il disco di La Niña è potente, infuocato, sembra di sentire tammorriate e tarantelle rievocate per il loro senso originale che era quello della tribalità, dell’incrocio tra magia, ritualità, urgenza espressiva. Per non parlare della forza dell’immagine femminile che emerge da questi pezzi. La donna che canta queste canzoni chiede la sua libertà, la sua indipendenza, è una donna combattiva, fiera, autorevole e di questi tempi non è una questione secondaria.
Come lei stessa ha raccontato, il mondo della musica resta fortemente condizionato dal maschile ed è per questo che un disco così orgoglioso e autonomo fa il suo effetto. Il messaggio arriva forte e chiaro, in una vertigine di lava, paesaggi mediterranei e percussioni trascinanti. Usata in questo modo la tradizione è un punto di forza, in un mondo di valori forti e invincibili. Si dichiara lei stessa in un pezzo “Figlia d’a’ tempesta”, che è un grido di battaglia, ed è già bello poter ripensare alla musica in questa forma. Una bandiera, tutt’altro che dogmatica, ma che viene voglia di sventolare.