Pavimenti in resina color ruggine, travi a vista e pareti parzialmente scrostate con qualche piccola crepa che non guasta, arredo minimal stile vintage con tavolini da bistrot in cui si sta stretti già in due, mobilia disomogenea buttata lì a studiato casaccio per affermare la prevalenza della funzionalità sull’estetica (tipo un cassettone da camera da letto associato a una vecchia credenza tarlata senza sportelli o una sedia da barbiere anni Venti tenuta in un angolo a mo’ di scultura postmoderna) e un intenso odore di formaggi e prosciutti che imperversa nel locale come un’istigazione olfattiva a non badare agli scandalosi prezzi del menu: questo, a riassumerlo in poche righe, è il Salvagoccia.
Mangerei qualunque cosa uscisse dalla cucina anche con una benda sugli occhi, lo giuro; ma sono un avvocato che sta per incontrare una cliente di un certo livello, e devo darmi un tono. È in momenti come questo che invidio gli idraulici, i manovali, gli artigiani, gli artisti e chiunque si guadagna da vivere affrancato dalla prigionia della presentabilità.
(…)
Bevo.
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«Mi spieghi cos’è una relazione virtuale».
«Una semplice corrispondenza. Non cartacea ma elettronica. Il problema è che Ugo controllava da mesi la mia casella di posta e anche il telefono, per cui ha avuto tutto il tempo di archiviare i messaggi e mettere insieme un piccolo dossier».
«Se la controllava da mesi forse non dev’essere così piccolo, quel dossier».
Alza gli occhi al cielo raccogliendo le idee, taglia un altro triangolo di haché e mi risponde prima di portarlo alla bocca, per niente imbarazzata dalla contraddizione.
«Sì, ora che ci penso, quando mi ha sventolato il cartaceo dandomi della telezoccola mi sembrava che fosse addirittura rilegato con la spirale.
Stringo gli occhi per visualizzare la scena e mi trattengo dal ridere, non so neanch’io se per la telezoccola o per la rilegatura a spirale. Ma quanto dev’essere cretino uno che va in copisteria a farsi rilegare la collezione di messaggi fedifraghi della moglie?
«Come se poi mi fosse stato fedele, quel mangiaviagra».
«Prego?».
«Giuro. Mette il Viagra nella scatoletta dei Tic-Tac (quelli color puffo, ovvio). Tra l’altro ha avuto anche una punta d’infarto, qualche anno fa. Se non sta attento, prima o poi ci resta».
Cerco di non ridere, ma ci riesco solo in parte.
«Dimenticavo, - riprende, - oltre al cartaceo s’è anche scaricato ogni messaggio direttamente dal mio account. Già me lo vedo nell’ufficio del giudice, che tira fuori il laptop, infila la chiavetta e dà inizio allo slideshow. Per l’occasione sarebbe capace di vestirsi da Steve Jobs, ci scommetto.
«E i messaggi sul telefonino?».
«Ah, lì è andato proprio sul classico. Ero convinta di averlo perso, il giorno che me l’ha rubato. Quando la sera me l’ha fatto ritrovare (su uno scaffale della scarpiera: lì è stato astuto, devo ammetterlo, quello è un posto in cui è plausibile appoggiare il telefono e dimenticarlo), mi ha anche dato uno scappellotto affettuoso con tanto di: “Ma dove hai la testa?”. Durante la giornata ha avuto tutto il tempo di far fare un backup su un altro uguale che ha comprato apposta, chiaro, altrimenti non si spiegherebbe come mai la memoria e tutte le applicazioni erano intatte ma i messaggi erano scomparsi».
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«Ma non aveva la suoneria? - chiedo. - Immagino abbia provato a chiamarsi quando s’è accorta di non trovarlo. Se il cellulare fosse rimasto in casa l’avrebbe sentito».
«Eh no, lo tenevo sempre silenziato. Spesso toglievo anche la vibrazione».
«Ah,» - dico.
E poi nient’altro. Ma nel silenzio che segue si capisce chiaramente cosa penso.
«Può anche non credermi, ma con quell’uomo non ci sono andata a letto», - dichiara, non richiesta, dopo un po’.
A questo punto si aspetta che le chieda come mai, o dica: “Non ha importanza”, oppure: “Non sono affari miei”, ma non faccio nessuna delle tre cose.
«Qual era il contenuto dei messaggi?».
«Vuol sapere se ci scrivevamo delle porcherie?».
«Non è quello che le ho chiesto, ma visto che s’è fatta la domanda».
«Qualcuna. Come premio di consolazione dei nostri mancati incontri».
«Hm-Hm. Foto?».
«Un po’».
«Capito».
Infilza l’ultimo boccone di haché, lo strofina nella salsa e con quello conclude il pasto. Restiamo zitti per qualche secondo, per darci il tempo che serve a me per familiarizzare con le informazioni ricevute, e a lei per registrare il mio stato d’animo al riguardo. Trovo sia questo il momento più interessante del mio lavoro, quello della consegna del problema (che poi è un tipo di transfert): l’attimo in cui il cliente si aspetta che lo giudichi, tu non lo fai, e lui comincia a fidarsi di te.
«Avete figli?».
«No».
«Un uomo fortunato, suo marito».
«Non me ne parli».
«Qual è la situazione, al momento? È andato via di casa? Se n’è andata lei?».
«No, siamo ancora sotto lo stesso tetto. Ma l’appartamento (che poi è di mio marito) è su due piani, e ognuno ha il suo. Ovviamente Ugo mira a mandarmi via al momento della separazione. Sono i termini dell’accordo che si aspetta che accetti: pagamento una tantum, nulla a pretendere, sfratto immediatamente esecutivo, arrivederci e nemmeno grazie».
Incrocio le braccia e inspiro.
«Vediamo se ho capito. Suo marito sa di avere il coltello dalla parte del manico ma non vuole una separazione giudiziale, probabilmente perché gli fa gioco che la faccenda si risolva senza clamore e quindi consensualmente, ma alle condizioni che detta lui, vale a dire con un consenso estorto. Giusto?».
«Non avrei saputo dirlo meglio».
«E lei, piuttosto che cedere al ricatto, è disposta ad affrontare la giudiziale anche a costo di perderci. Perché a quel punto suo marito ritirerebbe l’offerta di condono tombale e cercherebbe di darle ancora meno».
«Sintesi impeccabile, avvocato».
«Vuole umiliarla, è chiaro».
«Bravo. È proprio questo che m’indigna».
«Di più: vuole che lei si faccia umiliare al prezzo che stabilisce lui»
«Esatto. Il messaggio è: “Prenditi questi spiccioli, non farti più vedere e ringraziami perché poteva andarti peggio”. Beh, può toglierselo dalla testa».
«Capirei se le avesse detto: “Non voglio darti un soldo, andiamo davanti al giudice e facciamo decidere a lui cosa ti devo, brutta zoccola”; ma praticare lo spionaggio e costruire un fascicolo di prove a carico per estorcerle una consensuale è davvero un colpo basso».
«Come sarebbe, “brutta zoccola”»?
«Scusi. Stavo solo facendo la parte di suo marito».
«No, dicevo perché “brutta”.
Vado in stallo.
«Ehi, lo sa che è una discreta testa di cazzo, signora?».
Iniziamo a ridere in crescendo, ma così di gusto che per poco dai tavoli vicini non ci chiedono cos’è che ci fa scompisciare tanto. Dal fondo della sala, Baffi Da Cretino fa il collo lungo e mi guarda con odio. E mica solo lui. Il numero di rosicate che può sollecitare una bella donna che scoppia a ridere in tua compagnia è davvero impressionante.