Sono rinchiuse , intrappolate in un passato che non lascia respirare il futuro. Sono detenute ma raccontano una storia che regala, come spesso accade, scampoli di memoria quotidiana a chi cerca di farla propria. Le ragazze di “Orange is the new black” sono tornate e questa volta, oltre a essere cadute in una prigione più buia delle precedenti, sono spezzate a metà.
Due sorelle, due gang, due blocchi, due divise, bianchi e neri, guardie e carcerate. La serie tv targata Netflix che per sei stagioni ha raccontato la vita quotidiana in una prigione femminile, spaccando ogni personaggio in un prima e un dopo le sbarre, questa volta si sdoppia. Per un confronto spietato che libera gocce di ironia solo se ci distrae dal nodo principale.
Il carcere ?di massima sicurezza subisce l’olezzo pesante che la società americana sta respirando in questi tempi bui dove stelle, strisce e tricolori assomigliano giorno dopo giorno a piccoli grandi muri innalzati in ogni angolo. Dove i bambini vengono strappati alle loro madri, dove l’apparire vuole truccarsi da sostanza e dove i rubinetti d’oro della casa presidenziale scintillano di ingiustizie profonde da sparpagliare per il paese.
La storia è nota e se il tacito patto tra maniaci seriali è quello di non rivelare neppure uno straccio di dettaglio pena l’espulsione, per chi invece della serie se n’è bellamente infischiato poco importa ciò che accade in questo ritorno dietro le sbarre di Litchfield. Resta quindi da dire che tredici puntate sono sicuramente troppe e che l’arrivo dei nuovi cattivi assomiglia in modo imbarazzante a un albo dell’imperituro Alan Ford.
In mezzo c’è il sapore della libertà e questo tocca tutti, come il peso della giustizia mancata. Quella in cui troppo spesso si gioca con la vita degli esseri umani, per ?il semplice gusto di schiacciarli come palline di pongo. Dove i deboli soccombono a un potere più forte, gli immigrati vengono respinti e a sorpresa chi dovrebbe tutelare i tuoi diritti si scopre essere il peggiore degli aguzzini. Perché come dice Taystee, una delle protagoniste più amate, «la differenza tra me e le guardie è che loro abusano di me ogni giorno mentre io non ho nessun potere». Aspettando di vedere il film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi (che guarda caso è sempre firmato Netflix).
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SEMAFORO VERDE
Un documentario bello, no anzi bellissimo: “78/52” (Studio Universal) racconta con precisione maniacale le 78 posizioni della macchina da presa e ?i 52 tagli usati da Hitchcock per la leggendaria scena della doccia di “Psycho”. Alla fine della visione in molti preferiranno la vasca. ?Ma l’esperienza merita.
SEMAFORO ROSSO
Francesco Totti e Ilary Blasi potrebbero essere i nuovi Sandro e Raimondo per una sit com sulla loro vita di coppia. Nel lettone, con tanto di scalciata finale sotto le lenzuola. Un Casa Totti per spremere fino all’osso l’ironia volontaria e non del Capitano. A cui non resta che suggerire, con il dovuto rispetto: non-lo-fare.